Viviamo in un mondo dominato dall’ANI, dall’“Io”. Io ho ragione. Io merito. Io non credo, io, io e poi…io. Eppure la Torah ci insegna che la redenzione non nasce dall’ANI, ma dall’EIN, cioè dal sapersi fare da parte, dall’auto-annullamento consapevole. Non a caso ANI (אני) ed EIN (אין) sono composti dalle stesse lettere: cambia solo l’ordine. Cambia la direzione dell’anima. Parashat Vayigash è il punto in cui due linee profonde della storia ebraica finalmente si incontrano: Yosef e Yehudà, le due radici dei due Mashiach coloro che sapranno combattere l’IO. Ma queste radici non iniziano con loro. Iniziano con due donne straordinarie che attraverso il loro esempio daranno la forza spirituale e morale a tutte le discendenze, fino alla redenzione finale. La prima è Rachel.
Il Midrash racconta che Rachel sapeva che suo padre Lavan avrebbe cercato di ingannare Yaakov sostituendola con Lea, tra l’altro, ci dice il midrash, che le due sorelle fossero gemelle. Rachel e Yaakov avevano stabilito dei segni per riconoscersi. Eppure, quando Rachel vede la sorella Lea tremare all’idea di essere svergognata pubblicamente, compie un gesto radicale: consegna i segni a Lea e rinuncia all’amore della sua vita, pur di non umiliarla. Rachel trasforma l’ANI dell’amore egoistico nell’EIN, nel silenzio dell’altruismo. La seconda è Tamar.
Quando viene scoperto che è incinta, la condanna è terribile. Eppure, Tamar, non pronuncia mai il nome di Yehudà. È pronta a morire pur di non svergognarlo, dicendo soltanto: “Sono incinta dell’uomo a cui appartengono questi oggetti”. Tamar rinuncia all’ANI della vita per salvare la dignità dell’altro. Avrebbe potuto risentirsi del comportamento di Yehudà, di non averle dato il suo terzo figlio, lasciandola senza prole, eppure…tace. Forse in quel momento soffrì a tal punto di sentendosi morire dentro, sentendosi pronta a morire una seconda volta, forse penando meno. Ed è qui che accade qualcosa che ribalta la storia umana. Yehudà dice:“צָדְקָה מִמֶּנִּי – Lei è più giusta di me”. Ammette l’errore. Si espone. Perde onore. I Maestri insegnano che proprio per questo Yehudà meritò la regalità. In un mondo in cui nessuno ammette di aver sbagliato, Yehudà compie l’atto più rivoluzionario possibile. Qui avviene una sorta di Tikun di Adam. Nel Gan Eden, quando Hashem chiese ad Adam se avesse mangiato dell’albero, Adam rispose: “La donna che TU mi hai messo accanto…”. Adam non disse mai: “Ho sbagliato io”. Neppure Chavà lo disse, ma diede la colpa al serpente. Il peccato originale non fu solo mangiare, ma non assumersi la responsabilità. Yehudà ripara quella frattura con il viddui, la confessione della colpa. Non a caso il Rambam apre le Hilchot Teshuvà affermando che il viddui è uno degli elementi indispensabili della Teshuvà del RITORNO: senza dire “ho sbagliato”, non esiste teshuvà autentica.
Anche Yosef, figlio di Rachel, porta questa stessa caratteristica. I Chachamim si chiedono: perché Yosef non scrisse mai a Yaakov durante tutti quegli anni? Avrebbe potuto farlo. Ma se lo avesse fatto, avrebbe svergognato i fratelli davanti al padre. Yosef preferisce restare separato dal padre che ama, pur di non umiliare i fratelli. È il sacrificio di Rachel che continua nel figlio. Ed è solo allora che Yosef può dire:“אֲנִי יוֹסֵף – Ani Yosef- Io sono Yosef.” Non è solo una rivelazione di identità. È anche un messaggio. Come a dire: oggi è stato fatto un passo fondamentale ma attenzione poiché l’ANI CONTINUERA’ (yosef in ebraico significa continuare). L’ANI, se non viene corretto dall’EIN, può diventare potente, capace, vincente… allontanando la redenzione. E forse oggi ci sembra lontanissima l’idea di prostrarsi davanti a idoli e statue. Chi lo farebbe mai? Eppure, i Profeti parlano continuamente di idolatria, persino in epoche in cui le persone vivevano a stretto contatto con Hashem. Com’è possibile? La risposta è che l’idolatria non è mai stata solo una statua. Esiste un idolo moderno, sottile, accettato, davanti al quale ci inchiniamo continuamente: l’io. Nel secondo comandamento è scritto “Lo taase lecha fesel”. Non solo: “non farti un idolo”, ma anche: “non fare, di te stesso, un idolo”. Perché nel primo comandamento Hashem ha già chiarito che “Ani” appartiene solo a Lui.
Quando ci inchiniamo a Dio, ma in realtà difendiamo il nostro ego, la nostra immagine, il nostro onore, non stiamo servendo D.o ma stiamo servendo l’Io. La parola fesel (statua) può essere letta anche come fasul – qualcosa di fasullo. L’io assoluto è il vero idolo fasullo del nostro tempo. Non ha volto né forma, ma governa decisioni, relazioni, persino la spiritualità. E forse è proprio questo l’idolo che oggi va infranto, se vogliamo davvero avvicinare la redenzione. Quando l’EIN appare, l’ANI si spezza. In un mondo che urla ANI, la Torah chiede EIN. Rachel, Tamar, Yehudà e Yosef ci insegnano che solo chi sa tacere, confessare, rinunciare e farsi da parte per l’altro può generare redenzione.
Da questa stirpe possono nascere due Mashiach.
E forse, proprio questo, è il messaggio più urgente del nostro tempo.
Shabbat Shalom Umevorach
