In Parashat VaYechì Yaakov benedice Yosef con parole insolite: “Yosef è al di sopra dell’occhio”. Yaakov benedice anche i suoi figli, Efraim e Menashè, augurando loro di crescere “come i pesci in mezzo alla terra”. I Maestri spiegano che entrambe le espressioni alludono allo stesso concetto: protezione dall’ayin harà, dal malocchio. Cosa accomuna Yosef e la sua discendenza? Il fatto che l’ayin harà non ha potere su di loro. Da qui nasce una domanda essenziale, antica quanto l’uomo: cos’è davvero l’ayin harà, e soprattutto qual è la via della Torah per proteggersene? Amuleti, formule, gesti scaramantici?
La risposta della Torah è sorprendentemente moderna, razionale e mistica allo stesso tempo: la protezione non nasce dalla paura o dalla superstizione, ma da un’azione sottile e molto difficile ai nostri giorni in cui tutto è necessariamente pubblicato: la trasformazione dello sguardo. Non combattendo l’ayin harà direttamente, bensì coltivando il suo contrario: Ayin tovah, l’occhio buono. I Maestri sono drastici. Rabbi Yehoshua insegna che l’ayin harà non danneggia solo l’altro, ma prima di tutto chi lo possiede: l’occhio cattivo fa uscire l’uomo dal mondo (Pirkei Avot 2:11). Non è magia: è una legge dell’anima. Chi guarda con invidia, confronto e risentimento si consuma dall’interno. La gelosia brucia energie, oscura la gioia della propria parte e indebolisce la lucidità.
I Maestri spiegano che chi non riesce a gioire non vive pienamente. La Torah propone allora un principio speculare: chi guarda bene, porta bene anche su di sé. Mishlè lo formula senza giri di parole: “Chi ha un occhio buono sarà benedetto” (Mishlei 22:9). Non è un augurio poetico, ma una dinamica reale: l’ayin tovah apre canali di berachà, perché rende l’uomo simile alle vie del Santo Benedetto, che è buono verso tutti. Questo principio è inciso fin dall’inizio della Torah. Un Midrash racconta che tutte le lettere si presentarono davanti ad Hashem per poter essere personalmente la radice della generazione di tutta la Creazione, ma vinse la Bet, perché è la lettera di Berachà-Benedizione. Per questo la prima parola della Torah Scritta, Bereshit, inizia proprio con la Bet. Il messaggio è radicale: il mondo nasce sotto il segno della benedizione, non del sospetto. La stessa logica governa anche la Torah Orale: il primo trattato del Talmud viene chiamato con una parola specifica: Berakhot-Benedizioni. È come se i Chachamim dicessero: prima ancora di studiare e distinguere, impara a bene-dire cioè dire-bene. Se l’occhio è buono, tutto il resto si ordina. In Parashat VaYechì questo insegnamento prende forma nelle vicende umane. Yosef è definito “Alè Ain… sopra l’occhio”: è al di sopra dell’ayin harà perché non ha usato lo sguardo per desiderare ciò che non era suo; ha dominato l’occhio, e quindi l’occhio altrui non ha potere su di lui.
E quando Yaakov benedice Efraim e Menashè dice: “che crescano come pesci”. I pesci sono coperti dall’acqua; l’ayin harà non li domina, anzi continuano a proliferare, spiega Rashi. L’acqua—insegnano i Maestri—è la Torah. Chi vive immerso nella Torah, con discrezione e profondità, non ha bisogno di esporsi per esistere, e soprattutto è circondato da protezione e vita. Il mio maestro Rav Yehudà Kahaloun Z”L mi insegnò dagli scritti del Ben Ish Chay, che un cibo, in una pentola chiusa da un coperchio, si cuoce meglio ed in minor tempo. Ora si può chiarire un’altra legge profonda: chiunque “manda” qualcosa verso l’esterno, ne diventa il primo canale. Ogni pensiero, sguardo o parola passa prima attraverso chi la genera. Per questo chi invia giudizio, invidia o ostilità deve far transitare quel male dentro di sé, e ne viene quindi colpito per primo. Al contrario, chi manda bene, benedizione e ayin tovah fa passare quel bene attraverso la propria anima, e ne riceve per primo gli effetti. Tutto ciò si potrebbe esprimere con una regola essenziale:” – nulla si unisce se non con ciò che è della stessa specie-מין במינו“.
Solo ciò che è affine può attrarsi e unirsi. Se una persona è sintonizzata su frequenze di invidia e amarezza, attiva e attira quelle stesse frequenze. Se lo sguardo è buono, largo e benedicente, si connette naturalmente ai canali della berachà. L’ayin harà non è una forza esterna che colpisce a caso: è una risonanza. Il miglior stregone per poter mandare il malocchio era Bilam colui il cui occhio era chiuso, ottuso; al contrario dei pesci che hanno sempre gli occhi aperti, cioè, vedono sempre di buon occhio e quindi benedetti come i figli di Yosef. A questo si aggiunge un altro principio cardine del Talmud: “Con la stessa misura con cui un uomo misura gli altri, così con quella stessa misura viene misurato”. Così come un uomo guarda, così viene guardato. Così come giudica, così viene giudicato. Il Cielo non risponde in modo arbitrario: rimanda la stessa qualità con cui l’uomo si pone nel mondo. Sguardo duro attiva giudizio severo; sguardo benevolo apre canali di misericordia. Ne deriva una conclusione semplice e potente per la nostra vita: “Chi guarda male, si fa male; chi guarda bene, diventa una fonte di bene in primis per se stesso e anche per gli altri.
E allora, come figli di Yosef, impariamo a crescere come i pesci: in silenzio e in profondità, sotto la superficie dello sguardo, e dentro l’acqua viva della Torah e della berachà.
Perché dove domina l’ayin tovah, la misura del Cielo diventa misura di benedizione.
Shabbat Shalom
