“Ogni essere umano si è acquisito dei meriti ed ha commesso dei peccati. Chi ha più meriti che peccati è considerato tzaddiq, chi ha più peccati che meriti è considerato rashà’. Chi ha un ugual numero di meriti e di peccati è considerato benonì (medio). Lo stesso vale per una nazione. Se la somma dei meriti dei suoi cittadini è superiore al complesso delle sue colpe, la nazione è considerata nazione di giusti. Se il complesso delle sue colpe supera la somma dei meriti, la nazione è considerata nazione di malvagi. Lo stesso vale per il mondo intero.
“L’uomo i cui peccati superano i meriti è destinato a morire tempestivamente per la sua malvagità… Lo stesso vale per una nazione che per l’accumularsi dei peccati dei suoi cittadini è destinata a perire entro breve ed infatti è scritto: ‘Le invocazioni contro Sodoma e Gomorra hanno superato i limiti…’ (Bereshit 18,20). E lo stesso vale per il mondo intero. Se i peccati dell’umanità superano i meriti l’umanità è destinata a perire. Ed infatti è detto: ‘E H. vide che la malvagità dell’uomo sulla terra superava ogni limite’ (Bereshit 6,5).
“…Ed è per questo che durante tutto l’anno ognuno di noi deve considerarsi in bilico tra peccati e meriti e considerare che il mondo intero si trovi nella stessa situazione. Perciò un altro solo nostro peccato potrebbe esserci fatale ed essere fatale per il mondo intero e portare noi e il mondo intero alla perdizione. Allo stesso modo un nostro solo merito aggiuntivo potrebbe redimerci e salvare il mondo intero, trasformandosi in foriere di soccorso e di salvezza. Ed infatti è detto: ‘E il giusto è il pilastro su cui poggia il mondo’ (Mishlè 10,25). La giusta azione del giusto potrebbe far pendere il mondo in equilibrio dalla parte dei meriti e salvarlo” (Maimonide, Hil. Ha-Teshuvah, 3, 1-4).
Da queste righe di Maimonide emerge fra le altre cose il problema del rapporto fra giustizia individuale e giustizia collettiva. Vi troviamo la chiara affermazione che il comportamento di ciascuno di noi non ha conseguenze solo sul soggetto che agisce, ma sulla società circostante in misura non inferiore. Si tratta di comprendere a questo punto come immaginare la ricaduta delle azioni del soggetto sull’ambiente qualora dovessero avere caratteristiche morali diverse l’uno rispetto all’altro. In altre parole, come si può conciliare la salvezza individuale del giusto con la perdizione della società malvagia in cui vive? O all’inverso: come conciliare la salvezza di una città di giusti con la punizione dei singoli malvagi che vi abitano? E’ questo il problema al centro di due episodi del libro di Bereshit: il diluvio di Noach e la distruzione di Sodoma e Gomorra.
Commentando Maimonide, il Lechem Mishneh dà questa ricostruzione del meccanismo. “Per primi si giudicano i singoli individui della città: chiunque abbia più meriti che peccati è uno tzaddiq, altrimenti è un rashà’. Dopodiché si giudica la città (medinah) intera. Se i suoi peccati sono preponderanti sui suoi meriti viene distrutta, ma i giusti che vi risiedono certamente ne escono e si salvano, come accadde a Sodoma (‘distruggerai forse il giusto con il malvagio?’). Se invece i meriti della città sono in maggioranza è una città di giusti: non viene distrutta, ma il S.B. punisce i malvagi individualmente. Dopo aver giudicato le azioni di tutte le singole città si passano in rassegna nella loro totalità, ovvero si giudica il mondo intero. Se il mondo è giudicato colpevole viene distrutto: anche le città con una preponderanza di meriti vengono distrutte con esso e si salvano solo le singole personalità dei giusti, come accadde con Noach e la generazione del Diluvio. Nel caso inverso in cui il mondo è meritevole si salva e si salvano con esso anche le città peccatrici, mentre il S.B. si limita a punire gli individui malvagi. Possiamo allora domandarci che vantaggio porta il giudizio delle singole città, dal momento che vengono assorbite nel giudizio del mondo intero nel bene e nel male? Può essere utile nel caso in cui il mondo intero è giusto e malvagio al 50%, nel qual caso assume peso il comportamento e il giudizio della singola città. Oppure si può affermare l’inverso: che è rilevante in ogni caso il giudizio di ogni singola città. E solo nel caso in cui una singola città sia giusta e malvagia al 50% si stabilisce la sua sorte in base al mondo intero: se i peccati del mondo sono preponderanti essa viene distrutta; nel caso inverso H. propende per la bontà e viene salvata”.
Il commento di Sforno all’episodio di Sodoma e Gomorra aggiunge elementi alla discussione. Rispetto ai giusti che vivono in una città malvagia Avraham nostro padre rivendica da H. un ruolo attivo e non solo di salvezza passiva. Anzitutto esiste il giudizio personale degli individui che precede quello della città nel suo insieme. In secondo luogo, come singole città possono influire sul giudizio del mondo, anche la presenza di singoli giusti possono cambiare il giudizio dell’intera città cui appartengono. A condizione però -gli risponde H. – che abbiano la forza di influire sul comportamento collettivo e indurre gli altri alla Teshuvah. H. si sarebbe allora reso disponibile non solo a salvare i giusti, ma anche a sospendere la punizione dei malvagi per dare loro tempo e possibilità di pentirsi. “D. infatti non vuole la morte del peccatore” (Yechezqel 18,32) e la sua punizione ha luogo solo se non c’è speranza che faccia Teshuvah.
Dovendo constatare l’assenza di un numero minimo di dieci giusti per ciascuna delle cinque città interessate, Avraham insiste per salvare le città ad una ad una. Forse ci sono cinquanta giusti a Sodoma, la città principale della regione e centro dei traffici (Yechezqel 16,46). in grado di decidere per la salvezza di tutte? Ogni volta è costretto a scendere di una decina, rinunciando progressivamente alla salvezza di una delle città. E anche quando il numero scende prima a venti, poi a dieci, non desiste, pur sapendo che la distruzione di tre e poi quattro città su cinque avrebbe avuto pesanti ripercussioni anche sulle città superstiti. D. attese la sera per ammettere gli angeli distruttori nelle città malvagie. Voleva che Avraham Avinu finisse tutto ciò che aveva da dire a loro discolpa, conformemente alla Mishnah secondo cui il processo deve concludersi entro il calar del sole. Comprendiamo perché più avanti, a fermare la sua mano durante il Sacrificio di Itzchaq sia intervenuto un angelo al posto di H. stesso. Sforno spiega che l’angelo ebbe paura che Avraham sarebbe stato ammesso al suo posto, come dice il Talmud: “Gli Tzaddiqim sono superiori agli angeli stessi” (Sanhedrin 93a). “Tu temi D. più di me, avrebbe detto l’angelo ad Avraham, e avresti diritto a un posto superiore al mio”.
