וַיֵּרָא אֵלָיו ה ‘בְּאֵלֹנֵי מַמְרֵא וְהוּא יֹשֵׁב פֶּתַח־הָאֹהֶל כְּחֹם הַיּוֹם
Bereshit 18, 1: H. gli apparve (ad Avraham) nelle querce di Mamrè, mentre egli stava seduto sull’apertura della tenda nell’ora più calda del giorno.
Il primo versetto della nuova Parashah va ricondotto nel suo contesto. Al termine della Parashah precedente abbiamo lasciato Avraham nostro Padre convalescente dopo essersi sottoposto al Berit Milah. Rashì spiega che H. venne a visitare l’ammalato. Ma perché Avraham si trovava “sull’apertura della tenda”? Sarebbe stato più logico e consono immaginarlo all’interno, degente nel suo letto. R. Bachyè spiega che il calore del sole reca guarigione (cfr. Mal’akhì 3, 20). Più complessa e interessante l’interpretazione di Rashì sulla base del Talmud (Bavà Metzi’à 86b). Nonostante la sua precaria condizione di salute Avraham era alla ricerca di viandanti che accettassero la sua ospitalità. H. avrebbe fatto scoppiare un gran caldo che aveva diradato i potenziali ospiti. Vedendo Avraham dispiaciuto per questo, H. gli mandò tre angeli con sembianze umane.
L’idea dell’apertura (pètach) trova sviluppo nella letteratura chassidica. C’è un passo nel Talmud che insegna:
דְּאָמַר רַבִּי יְהוֹשֻׁעַ בֶּן לֵוִי לִבְנֵיהּ :קַדִּימוּ וְחַשִּׁיכוּ וְעַיִּילוּ לְבֵי כְנִישְׁתָּא, כִּי הֵיכִי דְּתוֹרְכוּ חַיֵּי. אָמַר רַבִּי אַחָא בְּרַבִּי חֲנִינָא: מַאי קְרָא – אַשְׁרֵי אָדָם שֹׁמֵעַ לִי לִשְׁקֹד עַל דַּלְתֹתַי יוֹם יוֹם לִשְׁמוֹר מְזוּזֹת פְּתָחָי״, וּכְתִיב בָּתְרֵיהּ :״כִּי מֹצְאִי מָצָא חַיִּים״. אָמַר רַב חִסְדָּא: לְעוֹלָם יִכָּנֵס אָדָם שְׁנֵי פְתָחִים בְּבֵית הַכְּנֶסֶת. שְׁנֵי פְתָחִים סָלְקָא דַעְתָּךְ?! אֶלָּא אֵימָא, שִׁיעוּר שְׁנֵי פְתָחִים, וְאַחַר כָּךְ יִתְפַּלֵּל
Berakhot 8a: R. Yehoshua’ ben Levì diceva a suo figlio: “Apprestatevi (al mattino) e attardatevi (la sera) nel Bet ha-Kenesset, cosicché avrete vita lunga”. Disse R. Achà figlio di Rabbì Chaninà: “Da quale verso (lo impariamo)? ‘Beato l’uomo che Mi ascolta frequentando le Mie porte (al plurale!) ogni giorno, custodendo gli stipiti delle Mie aperture’ (Mishlè 8, 34), dopodiché è scritto: ‘poiché chi trova Me trova la vita’”. Diceva Rav Chisdà: “La persona deve sempre entrare nel Bet ha-Kenesset per due aperture”. Davvero devono per forza esserci due aperture? Mi correggo: “per la lunghezza di due aperture, dopodiché reciti la Tefillah”.
Questo brano è stato interpretato in modi diversi. C’è chi intende “la lunghezza di due aperture” alla lettera come un’esigenza spaziale, quantificata dalla Halakhah in 8 ammot (circa 4 metri): non fermarsi sull’uscio, quasi che avessimo fretta di andarcene o, secondo altri, per il rischio di venir distratti da ciò che accade all’esterno. C’è chi la intende piuttosto come un’espressione temporale: fermarsi all’interno almeno per il tempo necessario a percorrere la lunghezza di due aperture, in modo da prender fiato e concentrarsi prima di pregare. In pratica si seguono entrambe le raccomandazioni (Shulchan ‘Arukh, Orach Chayim 90, 11). Ma il Talmud Yerushalmì (Berakhot 5, 1) ha una versione diversa dalla quale si evince che il Bet ha-Kenesset deve effettivamente essere dotato di una doppia apertura (cfr. Tur).
R. Bunim da Przsischa spiegava che “le due aperture” del Bet ha-Kenesset servono rispettivamente la prima per distanziarsi dal mondo materiale e la seconda per entrare nel mondo superiore. Lo scopo di questa disposizione è renderci conto che l’ingresso nelle vie dello spirito non avviene con uno sforzo soltanto: una volta varcata la prima porta ne restano altre da attraversare, una superiore all’altra. Nei Pirqè Avot (4, 2) è scritto:
מִּצְוָה גּוֹרֶרֶת מִצְוָה
“una Mitzwah ne trascina dietro di sé un’altra”.
Chi compie una Mitzwah si rende subito conto che il suo compito non finisce lì. Ci sono altre Mitzwot da adempiere. Il desiderio per la nuova Mitzwah che ci attende costituisce conferma che la precedente è stata compiuta in modo appropriato. È il significato che attribuiamo ai versetti:
כִּי־עִמְּךָ מְקוֹר חַיִּים בְּאוֹרְךָ נִרְאֶה־אוֹר
Tehillim 36, 10: Poiché presso di Te è la fonte della vita, nella Tua luce vedremo la luce.
לְעֹשֵׂה אוֹרִים גְּדֹלִים כִּי לְעוֹלָם חַסְדּוֹ
Tehillim 136, 7: Per Colui che crea grandi luminari, poiché è eterna la Sua bontà.
Allorché il S.B. illumina l’uomo, questi si accorgerà che c’è al di sopra una luce ancora più forte. La vitalità spirituale è tale da concederci in ogni momento una vita nuova ancora più intensa. Ogni momento D. crea luminari sempre più grandi grazie alla Sua bontà.
Il Talmud scrive ancora:
אָמַר רַבָּה בַּר רַב הוּנָא: כׇּל אָדָם שֶׁיֵּשׁ בּוֹ תּוֹרָה וְאֵין בּוֹ יִרְאַת שָׁמַיִם, דּוֹמֶה לְגִזְבָּר שֶׁמָּסְרוּ לוֹ מַפְתְּחוֹת הַפְּנִימִיּוֹת וּמַפְתְּחוֹת הַחִיצוֹנוֹת לֹא מָסְרוּ לוֹ, בְּהֵי עָיֵיל
Shabbat 31b: Diceva Rabbà figlio di Rav Hunà: “Chiunque abbia sapienza di Torah ma non abbia timor del Cielo assomiglia a quel funzionario cui abbiano dato le chiavi interne, ma non quelle esterne. Come fa a entrare?”
Le “chiavi esterne”, indispensabili per accedere all’interno, sono quelle del Timor di D.: sono dunque in mano dell’uomo. Una volta che l’uomo ha compiuto il primo passo, ha aperto il suo cuore, sgomberando gli involucri che lo ottundono, è pronto per i passi successivi che lo porteranno sempre più in alto. È il percorso che Avraham nostro Padre ci mostra. Dopo aver adempiuto al Berit Milah, che rappresenta l’eliminazione delle scorze dal suo corpo e l’apertura del cuore, egli è pronto per altre Mitzwot. Ha conseguito l’umiltà necessaria a stabilire relazioni con gli altri: in particolare l’ospitalità, che ha la funzione di avvicinare coloro che sono lontani. In quel momento intermedio egli è consapevole di trovarsi sulla strada giusta, ma di non aver ancora raggiunto quel livello di interiorità della Mitzwah nel senso più alto. Per questo il versetto lo descrive “seduto all’apertura della tenda nell’ora più calda del giorno”: immagine della hitlahavut, l’entusiasmo nell’eseguire le Mitzwot.
Forse in quel momento Avraham pensava di non essere all’altezza di assistere alla rivelazione della Shekhinah. In effetti una persona mediocre deve cercare di avvicinarsi al S.B. il più possibile, perché è la sola sua ancora di salvezza. Diverso il caso di una personalità come Avraham nostro Padre. Questi sì desidera ardentemente di compiere la Volontà di D., ma nello stesso tempo, consapevole dei suoi limiti, ne teme la vicinanza. Consapevole di quanto gli resta ancora da fare, rimane “seduto all’apertura della tenda”. Come egli stesso ebbe a dichiarare:
וְאָנֹכִי עָפָר וָאֵפֶרBereshit 18, 27: Io non sono che polvere e terra.
