Nella Parashat Vaerà, troviamo una piaga con una particolarità specifica: La grandine-Barad. La Torah insiste su un dettaglio sconcertante: acqua e fuoco insieme, ghiaccio e fiamme che coesistono nello stesso istante. Non è solo un miracolo fisico; è un messaggio teologico. I Maestri del Midrash spiegano che Hashem quando manderà questa piaga in Egitto traccerà una linea, come segnata su un muro: quando il sole arriverà in questo punto la grandine colpirà. Non c’è caos, c’è precisione assoluta. Questa linea non appartiene solo alla grandine. È una firma costante dell’agire divino in alcuni eventi particolari. La stessa dinamica appare nella storia di Avraham e Sara. Sara non passa gradualmente dalla sterilità alla fertilità. Il suo grembo attraversa un confine netto: da morte biologica a vita assoluta, da sterilità a moltitudine di popoli. Un minuto prima sarebbe stata natura; un minuto dopo, miracolo. Hashem sceglie il confine per insegnare che la vita non nasce dalla biologia, ma dalla Sua volontà, anche lì il midrash ci insegna che la tempistica della nascita di Isacco fu preannunciata con una precisione millimetrica. La medesima dinamica la vedremo nella Makkat Bechorot-la piaga dei primogeniti.
Moshe annuncia la piaga dicendo kachatzot — “circa mezzanotte” — mentre la Torah sottolinea che Hashem colpisce Bechatzot, esattamente a mezzanotte. La Ghemarà spiega che Moshe usa un linguaggio approssimativo perché solo Hashem può garantire una precisione perfetta nel tempo. Nella stessa notte, nello stesso luogo, allo stesso istante, la linea divide: i primogeniti egiziani muoiono, quelli ebrei restano vivi, quelli che erano destinati a morire da decreto faraonico, rinascono, e da lì rinascerà anche il popolo, ormai morto nell’animo oppresso dalla schiavitù. Vita e morte convivono, ma non si confondono… Da qui si comprende l’insegnamento talmudico: “Tre chiavi sono nelle mani del Santo Benedetto Egli sia e non sono affidate a nessun intermediario” — la pioggia, la nascita e la resurrezione dei morti (Taanit 2a). Le tre chiavi governano lo stesso passaggio: tra non-vita e vita. Proprio per questo non vengono delegate. Dove vita e morte sono presenti simultaneamente, serve la mano diretta di Hashem per tracciare la linea. Questo spiega anche perché, nell’Amidà, la menzione della pioggia si trovi nella berachà di Techiyat HaMetim della resurrezione e, non a caso, dopo la berachà degli avot, dello scudo di Avraham. La Ghemarà afferma che il giorno delle piogge è grande come il giorno della resurrezione (Taanit 7a). La pioggia ridà vita alla terra “morta”. È una resurrezione quotidiana. Non a caso, nella Ghemarà si paragona anche il giorno delle piogge al giorno in cui fu data la Torà, anche lì, secondo il Midrash, le anime del popolo d’Israel uscirono dai corpi e rientrarono, come una resurrezione.
Ma la Torah va ancora oltre. La berachà nell’amidà che tratta della resurrezione parla di piogge d’inverno, ma di rugiada (Tal) d’estate, come spiegare questo? I Maestri insegnano che la resurrezione avverrà tramite il Tal, la rugiada. Il Tal è silenzioso, costante, non viene mai trattenuto. A differenza della pioggia, non dipende dal merito. Per questo la Techiyat HaMetim avviene con il Tal: sarà vita restituita attraverso la bontà, chesed puro. Qui acquista senso anche la frase Mashiv HaRuach. Ruach non è solo vento: è Spirito, Anima, respiro. Prima che il corpo rinasca, lo spirito deve tornare. Ogni giorno, in ogni amidà, chiediamo una piccola resurrezione interiore: Mashiv Haruach Umorid Hagheshem la cui traduzione si può leggere: che torni l’Anima, il soffio, la vitalità e si abbassi la materialità. La frase, quindi, non indica solo che la pioggia scenda dal cielo, ma che la Spiritualità venga innalzata e la materialità ridimensionata, resa permeabile. Una terra dura non dà frutto; una terra che accetta la pioggia sì. Anche la crescita spirituale inizia quando la rigidità si ammorbidisce. Un ultimo filo unisce tutto: il numero 39. Tal (טַל) Rugiada ha ghematria 39. 39 sono le melachot proibite di Shabbat. Una melachà non è sforzo fisico, ma atto generativo proprio come la rugiada alimenta terra e anima: accendere, cucinare, scrivere, trasportare etc. Durante la settimana l’uomo genera; nello Shabbat si ferma dal generare, per lasciare spazio alla vita che viene solo da Hashem. Con lo stesso livello con cui l’uomo costruisce e distrugge, Hashem ricrea. Parashat Vaerà insegna allora una verità assoluta: quando la vita appare divisa in opposti inconciliabili — come il barad fatto di fuoco e ghiaccio, come la notte che separa primogeniti vivi e morti, come un grembo sterile che diventa promessa — Vaerà ci sussurra nella mente e nell’anima che non tutto va risolto né forzato: non importa se scenda pioggia o rugiada, se sia estate o inverno, le chiavi sono già nelle mani di Hashem; e quando l’uomo si ferma di fronte alla Sua volontà, la linea si rivela e la vita, con precisione silenziosa, ricomincia.
Shabbat Shalom Umevorach
