Ci sono momenti in cui la Torah ci costringe a guardare dentro il sacro stesso, oltre la superficie della norma. Parashat Tetzavvè è la porzione dei Sacerdoti: “Farai vesti sacre… per onore e per splendore”. Ma attenzione, i Bigdei Kehunà, gli abiti sacerdotali, non sono semplice decorazione: senza di essi il servizio è invalido (Zevachim 17b). L’abito qui non è estetica, è funzione. Il sacro ha una forma precisa, meticolosa, dettagliata, e ogni elemento dell’abito andava ad espiare un peccato specifico. Eppure, proprio mentre la Torah ci insegna la precisione assoluta del sacro, Shabbat Zachor ci mette in guardia dal suo potenziale svuotamento. Nella Megillat Esther, il Midrash racconta che Achashverosh indossò proprio gli abiti del Kohen Gadol al suo banchetto: la parola Chur ha nel rotolo una lettera Chet più grande, il cui valore numerico è 8, come gli otto abiti sacerdotali. Il Talmud insegna che la colpa fatale del popolo fu l’aver partecipato con compiacimento a quel banchetto. Eppure il cibo, secondo diverse tradizioni midrashiche, era Kasher Lemehadrin. Era meticoloso, regolare, forse perfino supervisionato da Mordechai in persona. E allora qual è il peccato? Qui si rivela un principio tremendo: il sacro può essere usato in due modi opposti. Può sacralizzare o può profanare. La differenza non è nella forma esteriore, ma nell’essenza animatrice.
Achashverosh fece un calcolo sbagliato pensando che la redenzione promessa fosse fallita e usò la simbologia del Tempio per celebrare la vittoria dell’impero sulla profezia. Fu una dichiarazione teologica sostitutiva rivestita di liturgia corretta. Questo richiama il motivo della distruzione del Primo Tempio: i Maestri spiegano che avvenne perché non recitavano la benedizione sulla Torah prima di studiarla (Nedarim 81a). Eppure erano Talmidè Chachamim! Studiavano intensamente, ma non come Torat Hashem. La Torah era diventata cultura, erudizione, sistema giuridico, ma non Alleanza viva. Quando il sacro diventa oggetto di prestigio o simbolo identitario svuotato di relazione con l’Infinito, scivoliamo in un’idolatria sottile: l’idolatria delle Mitzvot. Il profeta Isaia gridava: “Che m’importa della moltitudine dei vostri sacrifici. I sacrifici erano tecnicamente impeccabili, ma le mani erano sporche. Erano Halakhicamente corretti, ma moralmente corrotti. Questo è il cuore del male di Amalek.
Shabbat Zachor ci insegna che l’effetto Amalek è quello di “raffreddare”. Amalek non distrugge sempre frontalmente; trasforma il fuoco in routine e la Kedushà in abitudine meccanica. Puoi essere impeccabile in ogni dettaglio ed essere completamente lontano nel cuore. In questo spazio oscuro si consuma la tragedia del “servirsi di Hashem invece di servire Hashem”: usare la religione per alimentare il proprio ego o la propria posizione sociale anziché per annullarsi davanti alla Volontà Superiore. I Maestri insegnano che Amalek attacca proprio quando la connessione interiore si indebolisce, non quando mancano i dettagli tecnici, ma quando manca l’anima che li abita, “Hashem è dentro di noi oppure no…e venne Amalek”. La domanda di questo Shabbat diventa allora personale e bruciante: le nostre Mitzvot ci stanno trasformando o le stiamo trasformando in un raffinato ornamento?
La benedizione sulla Torah ci ricorda che prima di studiare dobbiamo dichiarare “Asher Bachar Banu”: non studio per accumulare nozioni, ma perché sono parte di un’alleanza di amore con Hashem. Il banchetto di Purim viene a riparare quello di Achashverosh non eliminando il vino, ma restituendogli il cuore. La Mishnà insegna: “Tutte le tue azioni siano per il Cielo”. Non dice di fare solo cose sacre, ma di rendere sacro tutto ciò che facciamo. Il sacro autentico è ciò che ci rende umili e vicini al prossimo; il sacro idolatrico è ciò che usiamo per sentirci superiori. Questo è il vero modo di cancellare Amalek: non abbandonare la forma, ma riempirla di vita, perché il sacro senza cuore è solo un teatro, mentre il sacro con il cuore è Rivelazione. E tra questi due mondi passa tutta la differenza tra la distruzione e la Redenzione.
Shabbat Shalom
