(da un articolo di Rav Ari Kahn)
In vari punti della parashà di Tetzawwè viene ricordata l’ascesa di Aharòn al ruolo di Kohèn Gadòl. Varie azioni fra quelle descritte sono volte a giustificare questo cambiamento di condizione. Questo passaggio non sembra essere però giustificato all’interno del testo.
Come è noto una delle chiavi di lettura fondamentali delle ultime parashòt del libro di Shemòt è legata all’inquadramento cronologico dell’ordine di costruire il Mishkàn, se sia prima o dopo del peccato del vitello d’oro. Secondo Rashì per esempio quest’ordine viene in un secondo momento, e questo fatto è di fondamentale importanza rispetto alla nostra domanda, perché cambierebbe in modo significativo la nostra considerazione circa i motivi che hanno condotto a scegliere Aharòn per tale incarico.
Ogni ordine di risposta a questa domanda in realtà accende dei dubbi:
- Se prima del vitello d’oro, che cosa ha fatto Aharòn per meritare la scelta? In cosa si era distinto?
- Se dopo il vitello d’oro perché scegliere Aharòn, che si era sì distinto, ma apparentemente in negativo? Il suo coinvolgimento dovrebbe essere un motivo sufficiente per squalificarlo, non per nominarlo!
- Vi è poi un’altra questione: perché coloro che a livello funzionale in precedenza ricoprivano il ruolo di Aharòn, i primogeniti, sono stati rimossi? Ancora subito dopo l’uscita dall’Egitto la Torà ordina di consacrare ogni primogenito, segno della preminenza della loro posizione. Qual è il momento preciso in cui la tribù di Levì subentra ai primogeniti?
Il Targum (pseudo) Yehonatàn per rispondere a questa ultima domanda va molto indietro: in Gn 28,22 Ya’aqòv, in fuga da ‘Esav “inventa” la decima, che secondo il Targum Yehonatàn non riguarda unicamente i beni materiali, ma tutto, compresi i figli! Di ritorno dalla casa di Lavàn, l’angelo lo assale perché non ha ancora adempiuto a quanto aveva promesso: aveva avuto dodici figli e una figlia, senza destinarne alcuno a D.! Allora Ya’aqov escluse i primogeniti, in quanto già consacrati e rimasero otto figli, iniziando il conteggio da Shim’on, che era a questo punto il maggiore, al secondo giro il decimo risultò il secondo, Levì.
In Egitto la tribù di Levì godette di uno status speciale, non venne schiavizzata. Tradizionalmente le levatrici delle figlie di Israele erano Miriam e Yochèved, che secondo la Torà vennero ricompensate con dei casati, i figli di Yochèved divennero Kohanìm e Leviìm, da Miriam discese la monarchia.
Questi due episodi giustificherebbero la posizione di Aharòn, ma non per via dei suoi meriti, bensì di quelli dei padri. Un elemento ulteriore si aggiunge nell’episodio del roveto ardente. Come è risaputo Moshè rifiuta l’incarico, ma la rabbia divina non è fine a se stessa: proprio in quel momento stava arrivando Aharòn il Levita, che per via del rifiuto di Moshè diverrà un Kohèn. Qui capiamo perché Moshè abbia perso il sacerdozio, ma non perché sia stato scelto Aharòn. Ma proprio in questo suo venire incontro è celata la grandezza di Aharòn: anche lui era un profeta, e si stava facendo incontro al fratello, consapevole del fatto che avrebbe avuto un ruolo secondario, e, anziché essere geloso, si mette in cammino con la gioia nel cuore. Il rapporto che si crea fra Moshé a Aharòn si distanzia dalle relazioni fraterne fallite del libro di Bereshìt.
Questo è quanto serve a un sacerdote: provare gioia quando benedice le persone, essere veicolo di pace. La gioia del cuore viene riflessa nel pettorale del sacerdote. Aharòn non si adoperò solo per avvicinare gli uomini a D., ma anche per avvicinarli fra di loro. Uomo di pace, non a caso la benedizione sacerdotale viene recitata ancora oggi subito prima della berakhà relativa alla pace. Se Aharòn era un uomo di pace, Moshè era un uomo di verità. Verità e pace sono difficilmente conciliabili, anzi se si tende alla verità assoluta, la pace è impossibile, se si vuole la pace, andrà sacrificata la verità. Rav Soloveitchik crede che vi sia una tensione così forte che solo nell’era messianica potrà essere risolta.
I sacerdoti rimpiazzano funzionalmente i primogeniti. L’inadeguatezza di questi ultimi emerge già alla fine della parashà di Mishpatìm, quando, in occasione del matàn Torà, alla vista di D., mangiarono e bevvero. Trasformano un momento fondamentale a livello spirituale in una celebrazione dei sensi. La volta successiva in cui si mangiò e si bevve fu nell’episodio del vitello d’oro. La vista di D. ha condotto a un desiderio insaziabile di ripetere questa esperienza. La prima volta furono perdonati, ma la seconda volta questo non fu possibile.
Non è tuttavia ancora chiaro perché sia stato scelto Aharòn: se è stato scelto prima del vitello d’oro, in seguito a quell’episodio avrebbe dovuto rinunciare, se è stato scelto dopo, la dinamica è ancora più incomprensibile!
Rabbì Tzadòk di Lublino fornisce una lettura sconvolgente: Aharòn è stato scelto proprio per via del suo comportamento in occasione di quell’episodio. I fatti sono noti: salendo sul monte, Moshè aveva detto al popolo di rivolgersi ad Aharòn o Chur. Di Chur non sappiamo poi altro. Aveva un ruolo importante, pari a quello di Aharòn, e scompare. Il Talmùd spiega che quando il popolo chiese di fabbricare il vitello d’oro Chur si oppose strenuamente, sarebbero dovuti passare sul suo cadavere e così fecero.
Aharòn si trova ora di fronte a una situazione molto difficile: assumere lo stesso atteggiamento di Chur e affrontare la stessa sorte, o assecondare il popolo? In Massèkhet Sanhedrìn è scritto che Aharòn mostrò una sincera preoccupazione per il futuro del popolo, la sua uccisione, dopo quella di Chur, avrebbe condotto ad una spirale senza ritorno. Il peccato del vitello d’oro, per quanto grave, sarebbe stato espiabile per mezzo della Teshuvà. Si è dimostrato pronto a ricevere una macchia incancellabile sul suo curriculum a costo di salvare il popolo. Mentre Chur aveva sacrificato la propria vita, Aharòn aveva sacrificato la propria anima. Questo è il compito del Kohèn, non esercitare il potere, ma mettersi al servizio del suo popolo. Aharòn non divenne un sacerdote nonostante il vitello d’oro, ma per via di esso.
In questo senso si comprende meglio il ruolo del sacerdote durante Yom Kippùr, non ristabilire la verità storica, ma ottenere il perdono per Israele mettendola da parte, persino calpestandola. Tramite il Qetòret il sacerdote tenta di ristabilire il rapporto del popolo con D.
Perché proprio l’incenso? Il Benè Yissakhàr spiega che l’olfatto è l’unico senso che non fu coinvolto nel peccato nell’Eden. L’incenso contiene al suo interno la Chelbenà, che ha un odore pungente e sgradevole, ma assieme agli altri componenti contribuisce alla composizione di una fragranza gradevole.
Questa è la dinamica della teshuvà, coprire qualcosa di sgradevole con il bene. Il peccato è trasformato, l’istinto malvagio è messo al servizio di D.
Nel Sancta sanctorum non ci sono solo le tavole intere, ma anche i resti delle prime tavole. Entrambe le coppie di tavole hanno un potere unico e insostituibile: le seconde sono opera e in un certo senso emanazione di Moshè, frutto del perdono divino; le prime, rotte ma divine, per Aharòn hanno un senso particolare. Ogni volta che entrava nel Santissimo sentiva il rimorso, cosa che Moshè, se fosse stato sacerdote, non avrebbe provato. Avrebbe detto: “perdonali, perché hanno peccato!” Non, come avrebbe fatto Aharòn, “perdonaci, perché ho peccato, io in prima persona, e loro hanno peccato!”
La tavole spezzate sono un cuore spezzato, che ha una voglia incontenibile di ricostruire il rapporto deteriorato con D., e per questo è prezioso.
Le tavole rotte e quelle intere assieme rappresentano l’essenza della teshuvà. Come dice il Rebbe di Kotzk, “non c’è nulla di così completo come un cuore spezzato”.
