Nella Parashà di Tetzavvè troviamo un versetto nel quale è scritto: “Nella Tenda del Convegno… Aharon e i suoi figli prepareranno [la Menorà] dalla sera fino al mattino al cospetto di Hashem” (Shemot 27:21) Negli ambienti della Yeshivà, c’è spesso un disaccordo tra il Rosh haYeshivà e il comitato finanziario sulla direzione che la Yeshivà dovrebbe prendere. Il comitato finanziario spesso sostiene che l’obiettivo finale della Yeshivà è quello di aumentare le iscrizioni, anche se ciò significa accettare studenti che non soddisfano gli standard richiesti. La loro logica è che, per quanto riguarda la raccolta fondi, una Yeshivà con un corpo studentesco numeroso fa un’impressione molto maggiore sui potenziali donatori, il che si traduce in maggiori donazioni di beneficenza, il pane quotidiano di qualsiasi Yeshivà. Il Rosh Yeshivà insiste sul fatto che la “qualità” sia indubbiamente più importante della “quantità” e si rifiuta di accettare studenti il cui ruolo principale sarebbe semplicemente quello di riempire i posti del Bet haMidrash. Una Yeshivà, secondo il Rosh haYeshivà, deve preoccuparsi principalmente degli studi dei suoi studenti, anche se ciò significa fare le cose in un modo che potrebbe non ottenere l’approvazione dei suoi donatori.
In una lettera molto affascinante, Rav Yitzchak Hutner affronta proprio questo dilemma. “Mi è stato chiesto perché mi oppongo a organizzare il programma della Yeshivà in un modo che genererebbe la massima pubblicità e attrattiva tra i potenziali donatori. Ho spiegato che la risposta a questa domanda può essere trovata esaminando più attentamente la mitzvà di accendere la Menorà nel Tempio Sacro. Il Talmud, nel Trattato di Shabbat, afferma: “La Lampada Occidentale (Ner Ma’aravì) ha testimoniato al mondo intero che la Presenza Divina dimorava in mezzo a Israele” (Shabbat 22b). A prima vista, questa affermazione sembra piuttosto illogica perché, dopotutto, la Lampada Occidentale ardeva all’interno dell’Hechàl, un’area all’interno del Tempio dove a nessuno, non ebreo o un ebreo di qualunque provenienza e posizione sociale che non fosse un Kohen, era permesso l’ingresso.
In che modo, allora, riguardo il l Ner Ma’aravì è scritto che “rese testimonianza al mondo intero” della Presenza di Hashem in Israele?
Lo scopo principale della Lampada Occidentale era quello di rafforzare il riconoscimento del popolo ebraico al suo interno che la Presenza Divina dimorava in esso. Quanto più forte era questa consapevolezza al suo interno, tanto più diffuso sarebbe stato il riconoscimento che avrebbero ricevuto tra le nazioni del mondo. Allo stesso modo, se vogliamo che la nostra Yeshivà si guadagni una buona reputazione presso la comunità in generale, non dobbiamo preoccuparci di rendere pubblici i nostri studi. Piuttosto, dobbiamo impegnarci per rafforzare la Yeshivà internamente, in modi che potrebbero anche non essere evidenti agli estranei. E possiamo essere certi che, se faremo queste cose, la “lampada” che verrà accesa nell’intimità della Yeshivà renderà comunque testimonianza al mondo intero che la Presenza Divina dimora tra le sue mura.
Negli anni, all’interno della comunità osservante della Torà, si è sviluppato un intenso dialogo sul tema molto complesso di cosa sia il Kiddush Hashem, la santificazione del Nome di Hashem, attraverso buone azioni. Generalmente, ogni volta che si affronta l’argomento, la discussione verte su come un ebreo osservante della Torà possa realizzare un Kiddush Hashem comportandosi in modo appropriato nei rapporti con “l’esterno”. Inevitabilmente, si raccontano storie su come, per esempio, l’estrema onestà di qualcuno, tornando in un negozio per pagare un articolo che inavvertitamente non gli era stato addebitato, abbia portato a un enorme riconoscimento della posizione morale/etica della Torà. Indubbiamente tali aneddoti, e ce ne sono molti, sono un esempio di un vero Kiddush Hashem.
Quello che talvolta viene trascurato, tuttavia, è il fatto che il Kiddush Hashem non si limita affatto, né forse si concentra esclusivamente sul modo in cui, per esempio, un non ebreo percepisce e apprezza ciò che facciamo. Da qui sorge la domanda: Qual è il Kiddush Hashem più grande: un ebreo che aiuta un’anziana donna ad attraversare la strada (o che restituisce un oggetto smarrito, ecc.), o quando un gruppo di adolescenti chiassosi passa in macchina accanto a una famiglia ebrea che cammina per strada vestita con i suoi abiti di Shabbat e subisce urla , parolacce ed insulti razzisti? Probabilmente entrambi gli scenari sono grandi santificazioni del Nome di Hashem. In entrambi i casi ci sono ebrei che si comportano come dovrebbero comportarsi; secondo la legge della Torà. A volte questi comportamenti sono apprezzati e riconosciuti , altre volte, comportarsi secondo la Torà può rendere qualcuno oggetto di derisione e scherno. Guai a noi se prendiamo il grado di apprezzamento della società laica come metro di paragone per misurare il Kiddush Hashem. Senza dubbio, a volte gli ebrei sono considerati sciocchi, un gruppo chiuso, dogmatici, estremisti e totalmente fuori moda. Ma siamo veramente sicuri che questo faccia la differenza?
Ciclicamente si sollevano critiche sugli ebrei da chi contesta le nostre famiglie numerose, coloro che si considerano umanitari manifestano il loro pensiero e sollevano problemi con la mitzvà “barbara” del brit milà e della shechità, arrivando a volte a vietarle con alterna violenza, le femministe sono offese da come “maltrattiamo” e dalla nostra “oppressione” delle donne. Cosa possiamo fare? Non è nostra responsabilità diventare apologeti della Torà, e certamente non, D-o non voglia, modificare o diluire le nostre credenze e pratiche affinché si conformino alle “verità” della società moderna di turno con le sue convinzioni che cambiano nei secoli e si modificano continuamente. Quando si presenta l’opportunità, è sicuramente un Kiddush Hashem far percepire alle nazioni del mondo un piccolo assaggio della bellezza della Torà. Ma non dobbiamo limitare e restringere il Kiddush Hashem a queste circostanze isolate. Anche il solo recitare una berachà (benedizione) con kavannà (intenzione e concentrazione corrette), anche quando siamo soli, costituisce in tutto e per tutto un Kiddush Hashem straordinario.
Il Ner Ma’aravì, proprio quella luce che sembra nascosta, per pochi ma non per tutti, ci insegna che il nostro obiettivo nella vita, sia individuale che comunitaria, dovrebbe essere quello di mantenere la candela della Torà accesa e luminosa dall’interno. E questa candela si mantiene accesa tramite il nostro comportamento, con noi stessi, nel nostro intimo, nella nostra famiglia e nella nostra società, piccola o grande, nella nostra comunità o mentre siamo in luogo pubblico, attraverso l’aderenza alle mitzvot, attraverso il chesed, la tzedakà, attraverso quei piccoli e grandi Kiddush Hashem quotidiani di cui è piena di opportunità la nostra vita, ogni giorno della nostra vita. Quella luce nascosta è in realtà una luce che dall’interno ha la potenzialità di illuminare il mondo esterno di una luce abbagliante e splendente. Basta solo volerlo fare.
