“Farai pure il pettorale del giudizio, artisticamente lavorato…Farai anche il manto dell’Efod, tutto di lana azzurra” (Esodo 28:15 e 31).
Questi due elementi erano parte dell’abbigliamento del Sommo Sacerdote Aronne. Sul pettorale rettangolare, erano incastonate 12 pietre, quattro per tre file, ognuna della quali aveva inciso il nome di una tribù d’Israele. Dentro il pettorale, non visibili all’esterno, due pietre chiamate Urim e Tummim. In queste pietre si celava il Nome ineffabile di Dio (alcuni sostengano sia il Tetragramma; altri invece il suo sviluppo in un Nome di 42 o 72 lettere) che servivano per conoscere la volontà divina. Pettorale e manto dovevano essere indivisibili e, infatti, era per questo che il pettorale aveva agli angoli degli anelli per legarlo e non farlo staccare dal manto.
Rabbì Yztchak Luria (1534-1572) spiega il significato profondo di questa indivisibilità. Il pettorale contiene l’essenza divina rappresentata dal Nome ineffabile, il manto dell’Efod rappresenta la Shekhinà, la presenza divina nel mondo che sono un “ychud”, una unità inscindibile e indissolubile che si lega però al popolo di Israele rappresentato dai nomi delle tribù incastonati nel pettorale.
Il Nome di Dio è nascosto, non è visibile, quello che si vede sono i nomi delle tribù di Israele. Questo ci insegna che i figli d’Israele, reame di sacerdoti e nazione distinta, hanno il compito di rendere manifesto ciò che è nascosto, e per farlo dobbiamo essere santuario del Nome e della Presenza Divina. Non è difficile, basta volerlo e soprattutto, scegliere bene cosa volere, Shabbat Shalom.
