La Parashat Terumah ci introduce al progetto architettonico più ambizioso della storia: la costruzione del Mishkan, la dimora terrena per l’Infinito. Ma la tradizione ebraica ci insegna che il Tabernacolo non era solo una struttura di legno e oro nel deserto; esso è il “progetto” dell’essere umano. Ogni componente del Mishkan riflette un organo del corpo: l’Arca è il cuore, la Menorah è l’intelletto, l’Altare è il sistema digestivo. Siamo noi il vero Santuario. Tuttavia, oltre all’anatomia, il Mishkan ci parla della nostra psicologia. In particolare, ci interroga su una tensione fondamentale dell’anima: quando essere rigidi come il ghiaccio e quando flessibili come l’acqua. L’Enigma del Cedro: Dove finisce l’elasticità e inizia l’ostinazione?
Il materiale portante del Mishkan sono le assi di legno di Atzei Shittim. Sebbene spesso tradotto come acacia, il Midrash lo identifica con il potente Erez, il cedro (o una nobile conifera della stessa famiglia). Il Midrash afferma una cosa sorprendente: “Il mondo non era adatto per usare i cedri, poichè furono creati solo per l’uso del Mikdash, del Santuario”. Perché questa esclusività? La risposta risiede nella natura del cedro. Nel Talmud (Taanit 20b), veniamo ammoniti: “L’uomo sia sempre morbido come la canna e mai duro come il cedro”. Il cedro è l’emblema della rigidità, della maestosità che non si piega. Eppure, D-o sceglie proprio questo legno per la Sua casa.
La lezione psicologica è sottile: nel mondo delle relazioni interpersonali (Olam), la durezza (Akshanut) è un difetto, “il mondo (gli affari mondani) non è adatto per usare i cedri”. Essere rigidi con il prossimo distrugge i ponti. Ma nel servizio divino (Mikdash-Kodesh), nella nostra etica e nei valori non negoziabili, nelle Mitzvot, dobbiamo essere come il cedro: dritti, incorruttibili, fermi. Non si scende a compromessi sulla propria integrità morale e sulla Kedushà e Mitzvot. Ma la Torah non ci vuole nemmeno fanatici. Ecco che la Torà nella sua perfezione ci indica un altro elemento archittetonico/psicologico: Il Miracolo della Traversa ovvero la “flessibilità” nella struttura ma anche nel cuore. All’interno della struttura rigida dei cedri, esisteva un elemento prodigioso: il “Beriach HaTichon”, la traversa mediana. Secondo il Talmud (Shabbat 98b), questa lunga trave attraversava tutte le assi e, per miracolo, si piegava da sola agli angoli, pur essendo un unico pezzo di legno. Ecco il paradosso: il cuore del Mishkan è un legno rigido che diventa flessibile. Questo ci insegna che la vera Kedushà (santità) non è solo fermezza, ma capacità di adattamento e, soprattutto, capacità di perdono. Il Mishkan stesso è la prova della flessibilità Divina. Sebbene l’ordine di costruirlo sia giunto (secondo molti commentatori) dopo il peccato del Vitello d’Oro, D-o ha “piegato” il Suo rigore per tornare a risiedere tra noi, addirittura in forma più concreta, visiva e stabile rispetto a prima.
Come spiega il Baal HaTanya, nel Tempio avveniva un miracolo: “Quando stavano in piedi erano stretti, ma quando si prosternevano avevano spazio abbondante”. Psicologicamente, questo significa che finché restiamo “dritti, fermi” (Omed) sulle nostre posizioni, arroccati nel nostro ego, lo spazio intorno a noi si restringe, soffocandoci. Ma quando abbiamo l’umiltà di “inchinarci”, di essere flessibili e perdonare, creiamo spazio per noi stessi e per gli altri. Chi si piega, allarga i confini del proprio mondo.
Questa dualità tra canna e cedro emerge nel racconto di Achia Hashiloni. Egli maledisse Israele dicendo che sarebbero stati “come una canna che oscilla nell’acqua”. Il Talmud nota che questa “maledizione” che di fatto si trasforma in benedizione, è preferibile alla “benedizione” di Bilaam, che paragonò Israele ai cedri. Perché? Perché il cedro, pur essendo forte, se viene investito da un vento troppo potente si schianta e si sradica. Quando la rigidità è usata in modo inopportuno distrugge addirittura sradicando la pianta. La canna, invece, si piega, lascia passare la tempesta e torna a rialzarsi quando il vento si placa.
Il legno per il Mishkan non fu trovato per caso. Fu Abraham a piantare quei cedri a Beer Sheva, e Yaakov a portarli in Egitto. Essi hanno tramandato ai figli non solo il materiale, ma la visione: la capacità di preparare la medicina prima della malattia. In questa settimana di Terumah, chiediamoci: dove stiamo applicando la rigidità del cedro? Forse la stiamo usando nel posto sbagliato, contro chi amiamo? E dove invece dovremmo inserire il Beriach HaTichon, la traversa miracolosa della flessibilità e del perdono?
Costruire un Mishkan dentro di noi significa imparare l’arte dell’equilibrio: fermi come il cedro nei valori, ma flessibili come la canna nel cuore. Solo allora la Shekhina potrà dire: “Abiterò in mezzo a loro”.
Shabbat Shalom Umevorach!
Marco Del Monte
