La parashà si apre con la richiesta agli israeliti di donare materiali per la costruzione del Mishkàn (tabernacolo): “Il Signore disse a Moshè: Ordina agli Israeliti che raccolgano per me un’offerta. La raccoglierete da chiunque sia generoso di cuore. Ed ecco che cosa raccoglierete da loro come contributo: oro, argento e rame, tessuti di techèlet (un colore azzurro estratto da un mollusco), di porpora, di scarlatto, di bisso e di pelo di capra” (Shemòt, 25: 1-4).
R. Samson Raphael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) in Collected Writings (III, p. 178-182) tratta l’argomento dei colori richiesti per il Mishkàn e osserva che i tessuti usati nel santuario si differenziavano anche per i rispettivi colori. Questi colori elaborano i concetti simbolici dei materiali. Il bisso (shesh) il filo di lino è bianco. I Maestri chiamano gli abiti fatti di questo materiale come bigdè lavàn, vestiti bianchi. Il colore bianco è considerato il colore della purezza. Nel libro di Kohèlet (Ecclesiaste, 9:8) è scritto: “Fai sì che i tuoi abiti siano sempre bianchi” per sottolineare l’importanza di essere puri fisicamente e moralmente.
Re Davide nei Tehillìm (Salmi, 51:9) scrive: “Purificami con issopo e sarò pulito; lavami e sarò più bianco della neve”. Il navì Yesha’yà disse: “Eppoi venite, e discutiamo assieme, dice l’Eterno; quand’anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; quand’anche fossero rossi come la porpora, diventeranno come la lana (Isaia, 1:18). In ebraico per esprimere l’atto di purificarsi si usa il verbo con la forma riflessiva “lehitlaben” che deriva da lavàn e significa farsi bianco. Il lino bianco è un simbolo della purezza della vita vegetativa umana.
I colori porpora (argamàn), scarlatto (tola’at shanì) e tekhèlet (azzurro) sono tre colori che colorano la lana usata nel santuario. Porpora e scarlatto sono due tinte del colore rosso. Come pure la lana, anche questi colori sono di origine animale. Nelle Scritture il colore rosso è usato in connessione con esuberante vitalità. Re Davide da giovane era descritto come “admonì” rossastro (I Samuele, 16:12), segno di vitalità e di buona salute. Nel Cantico dei Cantici (5:9), l’amante è descritto come “puro e rossastro” (tzach ve-adòm).
Se il tessuto di lana rappresenta l’aspetto animale della natura umana, la lana tinta di rosso rappresenta il fattore animale in tutta la sua piena vitalità. Questa vitalità occorre in due livelli di intensità, simbolizzati dai colori porpora e scarlatto. Lo scarlatto, tola’at shanì, è a un livello inferiore della porpora (argamàn). Infatti il colore “argamàn” occorre solo nella descrizione di abiti di idoli, re e nobili. Per esempio, nella Meghillà di Ester, Mordekhai, dopo essere stato nominato grand vizier dal re Achashverosh, andò con abiti regali fatti di lino e di “argaman”. Queste due tinte di rosso, scarlatto e porpora, rappresentano due livelli di forze vitali. L’uomo è chiamato “Adàm”, come “adòm”, rosso, il rosso per eccellenza. Il tekhèlet, l’azzurro usato nello tzitzìt, indica il limite del nostro orizzonte, il mondo invisibile aldilà della comprensione, cioè il mondo divino. Il colore tekhèlet negli abiti umani è il colore che rappresenta il divino a noi rivelato. È il colore del patto tra Dio e uomo, il simbolo del divino che si unisce con il puro essere umano, e che modella ogni aspetto della sua vita.
In conclusione, il colore shesh, lino bianco, rappresenta l’aspetto vegetativo nell’uomo. Il colore shanì, scarlatto, rappresenta l’aspetto animale; il colore argamàn, porpora, rappresenta ciò che è umano nell’uomo; e il colore tekhèlet ciò che è divino nell’uomo.
