(basato su una lezione di Rav Elyaqim Krumbein)
Durante il settimo giorno di Sukkot, chi compieva le celebrazioni nel Bet ha-miqdash si voltavano verso l’altare e affermavano, andandosene, yofi lekha mizbeach, bellezza a te, altare (Sukkà 45a). Apparentemente questa affermazione si riferisce alla decorazione speciale dell’altare per il settimo giorno, costituita da lunghi rami di salice. Eppure, questa semplice affermazione ci fa pensare. L’aravà è la più semplice e la meno appariscente fra le specie del lulav. Perché venne allora scelta per le sue proprietà estetiche?
Per capire meglio, dobbiamo concentrarci sul peso del concetto di bellezza nella festa di Sukkot. Tutti noi sappiamo che il cedro è chiamato nella Torà perì etz hadar, frutto dell’albero di bell’aspetto. Ma la bellezza innata non è quello che andiamo cercando. Richiediamo che nel lulav vi sia una mescolanza fra le varie specie. Tutte le specie devono contribuire alla formazione di una unità di fondo. Vi è un effetto di compensazione fra le varie specie. Ciascuno contribuisce a sopperire alle mancanze dell’altro per creare un piacevole effetto complessivo. Non si sarebbe mai scelta la ‘aravà per la sua bellezza intrinseca. Tutto il suo significato risiede nell’associazione con gli altri. Allo stesso modo quando si adorna l’altare l’obiettivo non è quello di adornarlo con un oggetto bello, ma creare un aspetto generale piacevole. La ‘aravà non attira l’attenzione su di sé, ma abbellisce l’altare con il suo aspetto fresco.
La ‘aravà incarna un messaggio centrale di Sukkot. Bisogna andare oltre le apparenze. Fra le specie del Lulav la aravà è quella che ha maggiormente bisogno di acqua. Sia a livello biologico che estetico la sua mancanza di autosufficienza salta immediatamente all’occhio. A questo punto è evidente perché la ‘aravà rivesta un ruolo centrale quando imploriamo D. per il nostro sostentamento e per la pioggia in particolare.
Lo stesso termine ‘aravà richiama nella sua etimologia la mescolanza. Questo albero da solo ha poco da dirci, è consapevole della sua necessità di mescolarsi continuamente con gli altri. Halakhicamente uno degli elementi che lo invalidano è l’avere i bordi delle foglie frastagliati, come i denti di una sega. La sega divide ed è il contrario dell’essenza della ‘aravà, che non vuole dividere, ma unire.
Il termine ‘aravà ha anche una connotazione geografica, è un altopiano ostile, non adatto ad essere abitato, ma luogo di passaggio, di connessione fra un luogo e l’altro.
Vi è anche un aspetto cosmologico: la ghemarà in massekhet Chaghigà (12b) descrive i sette cieli. L’ultimo cielo del firmamento, quello più vicino a D., si chiama ‘aravot. D. è chiamato rokhev ‘aravot, Colui che cavalca ‘aravot. La natura della ‘aravà avvicina al Creatore. La mancanza genera desiderio, desiderio anzitutto della vita, per la quale la pioggia è indispensabile. Ma, se leggiamo il testo delle haqqafot secondo alcuni riti, ci renderemo conto che l’ultima haqqafà è differente dalle altre. Le prime sei haqqafot si interessano principalmente dell’acqua e della pioggia. L’ultima ha come tema il fuoco. Il desiderio per la vita si tramuta in desiderio per ciò che è al di là della vita, che viene raggiunto solo quando la vita viene persa. Una volta un uomo si recò dallo Shakh offrendo di sacrificarsi per salvare la comunità dall’accusa del sangue. Mentre lo Shakh prese tempo per considerare tutti i pro e i contro della questione, questo semplice uomo diede seguito ai propri propositi. Spesso durante le crociate avvenne lo stesso, lasciando ai rabbini il compito di inquadrare halakhicamente questo comportamento. Quando arriviamo alla settima haqqafà le nostre preghiere hanno quasi raggiunto il proprio obiettivo. Per superare l’ultimo ostacolo abbiamo bisogno dei meriti dei martiri che hanno costellato la nostra storia. Che D. possa ascoltare tutte le nostre preghiere.
