(da un articolo di Rav Lichtenstein)
Quando c’era il bet ha-miqdash, la festa di Sukkot, ogni sette anni, la festa di Sukkot ospitava uno dei più grandi rituali che la Torà descriva, l’haqhel, quando tutto il popolo ebraico, uomini, donne e bambini accorrevano a Yerushalaim, per ascoltare dalla voce del re la lettura del libro di Devarim. Dal brano della Torà emergono tre aspetti, l’obbligo formale di riunire il popolo ebraico, l’ascolto e l’apprendimento delle parola della Torà, l’acquisizione del timore del Signore. La ghemarà, in apertura del trattato di Chaghigà (3a) riporta la comprensione del comandamento da parte di R. El’azar ben ‘Azarià: le varie parti del popolo sono coinvolte con uno scopo differente, gli uomini per imparare, le donne per ascoltare, i bambini per dare una ricompensa a coloro che li hanno portati.
Il Ramban (Devarim 31,12) mostra un approccio molto differente: tutti, nessuno escluso, vengono per imparare; le donne hanno l’obbligo di apprendere, e i bambini menzionati non sono troppo piccoli per capire. Per tutti quindi la conseguenza dell’haqhel, l’acquisizione del timore divino, è pienamente valida.
L’haqhel si teneva ogni sette anni, era un’esperienza senza dubbio straordinaria. Lo scopo non è sollo quello educativo di insegnare le parole della Torà, ma vi è un aspetto fondamentale, che è quello dell’interiorizzazione. Il timoroso ascolto delle parole del re condurrà al timore del Signore. Sono presenti delle similitudini con la mitzwà del ma’aser shenì. Nella maggior parte degli anni ci si doveva recare a Yerushalaim per consumare lì un decimo del prodotto. Quello che può apparire un evento più che altro gastronomico condurrà al timore divino secondo le parole della Torà. Quell’innocente esperienza condizionerà tutto il resto dell’anno. Analogamente l’haqhel si dimostrerà un’esperienza trasformativa per i sette anni successivi. Tutto questo per mezzo dell’ascolto della Torà. L’udito è il senso per mezzo del quale registriamo le informazioni. L’udito è fondamentale per esempio nella lettura dello Shemà. Dobbiamo recitare lo Shemà in modo tale da ascoltarlo. Ma l’ascolto di cui si parla in questo caso è differente. Nell’haqhel sono coinvolte le persone che hanno abbracciato l’ebraismo e non hanno molta dimestichezza con le parole della Torà e i grandi studiosi, che non avranno sorprese per via della lettura. Anche a loro tuttavia è richiesta la massima concentrazione e intensità. L’udito qui richiesto è un udito interiore, vuol dire interiorizzare la parola divina, influenzando di conseguenza le nostre dimensioni spirituali ed emozionali. Questa, anche al giorno d’oggi, dovrebbe essere la dimensione che dovrebbe caratterizzare il nostro studio. Studiare non significa solamente accumulare informazioni, analizzare testi, comprendere leggi e articolazioni di principi. Questo approccio condurrà ad una profonda comprensione, ma non al timore di D. Il nostro studio deve essere animato da due ordini di emozioni: passione e gioia da una parte, trepidazione e timore dall’altra. Non dobbiamo solamente comprendere, ma anche interiorizzare.
Questo è quanto mai vero negli anni della formazione. Si impone una seria riflessione sulla nostra organizzazione scolastica. C’è l’aspetto dell’apprendimento in sé e per sé, è necessario creare una massa critica per creare un’identità ebraica consapevole, ma soprattutto toccare con l’insegnamento le anime degli allievi, lasciare un’impronta che porti a un determinato sviluppo della personalità. Già in quegli anni, sembra lontanissimo ma così non è, verranno posti i presupposti per la formazione della propria famiglia e per l’educazione dei propri figli. Anche se il primo obiettivo, imparare la Torà, sembra arduo, il secondo, l’interiorizzazione, lo è ancora di più. E’ necessario coltivare quel tipo particolare di udito, e solo in quel caso l’apprendimento sarà duraturo e condurrà al timore di D.
Si devono tenere a mente tre aspetti:
- apertura emotiva: se non si apre il proprio cuore, non si troverà nella strada della Torà;
- comprendere di essere sempre di fronte all’Onnipotente, accettare su di sé il giogo del regno dei cieli;
- ciò che si studia è parola divina;
In tal modo è possibile sentire veramente le parole della Torà, è possibile trasformare il proprio studio in un Haqhel permanente, e allora, solo allora, si imparerà a “temere il Signore D. tuo per tutti i tuoi giorni”.
