Per il popolo ebraico esistono due cerchi identitari: il primo chiede da dove veniamo, il secondo dove stiamo andando
Rav Chaim Navon – Motzash Makor Rishon – 19.4.2026
Nella foto rielaborata Rav Yosef Dov Soloveitchik durante un incontro con il presidente dello Stato Yitzhak Navon a casa sua a Boston, 1983. | Foto: Yaakov Saar, Lakam
Settant’anni fa, nel Giorno dell’Indipendenza 5716 (1956), Rav Yosef Dov Soloveitchik pronunciò a New York il discorso della sua vita. Quel discorso venne poi pubblicato come saggio, sotto il titolo “Kol Dodi Dofek” (“La voce del mio amato bussa”), ed è il testo sionista-religioso più importante mai scritto fino ad oggi. A distanza di anni, in quel sermone colpisce la terribile angoscia che il Rav Soloveitchik vi esprime. “Ora ci troviamo in giorni tormentati, giorni d’ira e afflizione”, disse il Rav, riferendosi alla Shoah, ma non solo ad essa: “Il capitolo della sofferenza non si è chiuso con la fondazione dello Stato di Israele. Ancora oggi questo Stato è immerso in una crisi e in un pericolo, e tutti noi siamo pieni di paura e angoscia per il destino dell’insediamento”. Leggendo queste parole si percepisce che il Rav non riusciva a dormire la notte, terrorizzato che Tel Aviv potesse trasformarsi, Dio non voglia, in una seconda Auschwitz.
Per comprendere quest’angoscia bisogna ricordare qual era la nostra condizione in quegli anni, tra la Guerra d’Indipendenza e la Campagna del Sinai. Tzahal aveva vinto nel ’48, ma a un prezzo di sangue terribile: 6.000 caduti, un intero punto percentuale della popolazione ebraica. L’esercito sarebbe stato in grado di respingere un altro attacco arabo? Nessuno ne era certo. Tzahal era allora un esercito mediocre, agli inizi del suo cammino. I terroristi fedayn colpivano i cittadini israeliani, ferendo e uccidendo, e Tzahal faticava a prevenire questi omicidi, e non sempre riusciva nemmeno a vendicarli. In una delle azioni di rappresaglia del 1952, fu inviato un plotone di genieri per far saltare dei pozzi a Gaza. Il comandante del plotone sbagliò la navigazione e si trovò all’alba nel kibbutz Mefalsim. Si suicidò per la vergogna. La creazione dell’Unità 101 migliorò il livello professionale dell’esercito, ma nessuno sapeva se Tzahal fosse pronto per una guerra vera. Gli eserciti arabi erano più grandi, più addestrati, più ricchi e più avanzati dal punto di vista tecnologico.
Nel 1955 l’Egitto firmò un enorme accordo di armamenti con la Cecoslovacchia, e nello stesso anno chiuse lo stretto di Tiran, imponendo di fatto un blocco navale a Israele. L’anno seguente Nasser, leader egiziano, nazionalizzò il canale di Suez e istituì un comando militare congiunto tra Egitto, Giordania e Siria. Nasser dichiarò: “Israele è uno Stato artificiale che deve scomparire” — e molti credevano che lo volesse davvero e che ne fosse anche capace.
In quei giorni difficili Rav Soloveitchik scrisse questo saggio brillante, che rifiutò di cedere allo sconforto e spinse i suoi lettori all’azione. Vi si trovano tre nuclei tematici che restano rilevanti ancora oggi: primo, un’analisi filosofica straordinaria del problema del male nel mondo, e nella sua formulazione contemporanea: dov’era Dio a Simchat Torà 5784. Secondo, una formulazione originale e sistematica di un sionismo religioso realistico, né cabalistico né messianico. Terzo, una definizione dei concetti fondamentali dell’identità ebraica nella nostra epoca, includendo una riflessione su come dovremmo rapportarci al sionismo laico.
Israele del 5786 non è più un milione e mezzo di ebrei che vivono in uno stato del terzo mondo coltivando arance, ma sette milioni e mezzo di ebrei che vivono in una potenza tecnologica e producono cybersicurezza.
Nel trattare quest’ultimo nucleo, Rav Soloveitchik coniò due concetti citati da allora in ogni dibattito sul tema: “berit goral” (patto del destino) e “berit ye’ud” (patto della missione/vocazione), i due cerchi identitari del popolo ebraico. Il primo chiede da dove veniamo, il secondo dove stiamo andando; il primo chiede se siamo di Israele, il secondo se siamo del Signore nostro Dio; il primo si concentra sulla nostra identità nazionale, il secondo sui nostri valori e sui nostri sogni.
Cosa è cambiato da allora? Proprio perché questo saggio resta così acuto e attuale, è opportuno verificare anche cosa abbiamo attraversato in questi settant’anni. Prima di tutto, dal punto di vista dell’angoscia esistenziale ci troviamo in un luogo diverso. L’Israele del 5786 non è un milione e mezzo di ebrei che vivono in uno stato del terzo mondo coltivando arance, ma sette milioni e mezzo di ebrei che vivono in una potenza tecnologica e producono cybersicurezza. Ma c’è anche una differenza ancora più significativa. Rav Soloveitchik scrisse con dolore che parti del sionismo laico rinnegavano non solo il patto della missione, ma anche il patto del destino. In quegli anni guadagnavano popolarità in Israele i “cananei”, che vedevano negli israeliani un popolo nuovo e sostenevano che non avessero alcun legame con l’antico popolo ebraico. Questa posizione è ormai scomparsa dal discorso pubblico israeliano. Non ci sono quasi ebrei in Israele che rinnegano il popolo ebraico. Il patto del destino è risorto.
E per quanto riguarda il patto della missione? Questo è un punto dolente, perché su questo piano è difficile scendere a compromessi. L’identità di nascita si può definire in modo ampio e vago, ma non si può scendere a compromessi sui sogni e sugli amori. In parole semplici: io stringo un patto del destino con ogni ebreo fedele al proprio popolo, ma non ho alcun interesse in un patto della missione da cui venga cancellato il Santo Benedetto Egli sia. Non c’è dubbio che ci sia un movimento nel pubblico israeliano più ampio verso una direzione di fede. Ma potremo parlare di una condivisione di tutti gli ebrei in Israele nel patto della missione del “faremo e ascolteremo”? A questo dovranno rispondere i nostri nipoti, tra altri settant’anni.
