Nella Berakhah she-hecheyyanu c’è una parola superflua: we- qiyyemanu. Se cioé il testo si fosse limitato a ringraziare H. per averci dato la vita e averci fatto arrivare fino a questo momento sarebbe stato pienamente comprensibile. Perché aggiungere: “che ci hai mantenuto in vita”? Perché mantenere ciò cui si è dato vita non è meno laborioso dell’atto stesso di dare la vita. Pochi esseri umani riescono a far sì che le loro creazioni sopravvivano ai creatori. Nella vita comunitaria organizzare un’iniziativa per la seconda volta è più difficile della prima. Maimonide spiega che il qiyyum è essenzialmente una caratteristica della Divinità non meno che la hamtzaah (Hil. Yessodè ha-Torah 1,4 e comm.). Nella Haftarah odierna H. si rivolge a Yehoshua’ successore di Moshe dicendogli due volte chazaq we-ematz (“Sii forte e coraggioso”). Riprende ciò che Moshe Rabbenu gli aveva già augurato “agli occhi di tutto il popolo” nella P. Wayelekh. Perché l’apparente ripetizione?
Chazaq si riferisce alla forza di creare, ematz si riferisce alla forza di mantenere in vita la creatura dopo averla creata. Nel libro di Devarim troviamo chazaq a proposito del divieto di mangiare il sangue, ematz a proposito della Mitzwah della Tzedaqah. Nelle Mitzwòt beyn adam la-Maqom come la kashrut la maggior difficoltà consiste nel compiere il primo passo. Una volta che un certo comportamento viene recepito, diventa un’abitudine. Nelle Mitzwòt beyn adam la-chaverò la difficoltà consiste soprattutto nel ripetere l’atto per la seconda volta. E’ infatti facile venire incontro a un povero la prima volta, un po’ meno tornare a dargli la seconda: ci pensino gli altri, diremo! Per questo la Torah ripete naton titten lo, afillu meah pe’amim (“Dare gli darai anche cento volte”: Rashì. Così anche a proposito dell’obbligo di rimproverare il prossimo che sbaglia). L’augurio al Chatan Torah e al Chatan Bereshit è appunto Chazaq we-ematz: che non si limitino alla “prima volta” ma diano seguito all’impegno così amorevolmente intrapreso.
