Dopo anni di profonde lacerazioni interne, i risultati elettorali ci pongono davanti a un’occasione storica: formare un ampio governo di unità nazionale e dichiarare un cessate il fuoco tra di noi. Lasciarsi sfuggire questa opportunità, di fronte alle sfide che ci attendono, potrebbe essere un errore di cui pagheremo le conseguenze per generazioni.
Kalman Liebskind – Makor Rishon – 30 ottobre 2026
Ciò che è accaduto in alcuni studi televisivi e radiofonici subito dopo la diffusione degli exit poll è sembrato, per un momento, il prodotto di un’intelligenza artificiale sfuggita a ogni controllo. In quelle ore, quando ancora sembrava che sarebbe bastato il sostegno di un numero relativamente esiguo di parlamentari arabi per consentire a Gadi Eisenkot di spedire Benjamin Netanyahu là dove tanti giornalisti avrebbero voluto vederlo finire, sono cominciate le pressioni sul leader del partito Yashar affinché chiudesse gli occhi, ignorasse tutto ciò che gli accadeva intorno, stringesse la mano a Ra’am e alla Lista Comune e desse vita a un nuovo governo per Israele.
Lasciamo per un momento da parte il fatto che, alla vigilia delle elezioni, alcuni partiti dell’opposizione avessero giurato su quanto avevano di più sacro che non avrebbero mai partecipato a un’operazione del genere. Concentriamoci soltanto sul significato di questa scelta. Quale tragedia sarebbe se, nelle prime elezioni successive al 7 ottobre, i leader della società araba — quelli che hanno fatto ogni genere di acrobazia pur di non condannare Hamas, che si sono rifiutati di sostenere la guerra senza quartiere contro quell’organizzazione e che hanno storto il naso davanti a ciò che le abbiamo inflitto nella Striscia di Gaza — si ritrovassero a esercitare sul timone dello Stato ebraico un’influenza senza precedenti.
È questa la lezione che avete tratto dal massacro? Siete completamente impazziti? Il leader della Lista Comune, Yosef Jabareen, è stato tra gli autori dei documenti programmatici sul futuro della società araba in Israele. Quei documenti, pur con formulazioni e accenti differenti, prevedono l’abolizione della Legge del Ritorno, rivendicano per i profughi arabi della Guerra d’Indipendenza un «diritto al ritorno» ed esigono la cancellazione della definizione di Israele come Stato ebraico, insieme ai suoi simboli nazionali, all’inno e alla bandiera bianca e azzurra. Sono queste le persone sulle quali, a tre anni dal grande massacro, potrebbe reggersi un governo israeliano? Sono queste le persone con cui l’opposizione preferirebbe collaborare piuttosto che con Benjamin Netanyahu?
La popolazione araba è parte integrante della società israeliana. I suoi membri sono cittadini a pieno titolo. Non è materia di discussione: è un dato di fatto. E questo impone allo Stato di garantire loro servizi e diritti individuali uguali a quelli di tutti gli altri cittadini. Ma non tutto comincia e finisce nella sfera dei diritti individuali, certamente non quando è in gioco l’impresa sionista che abbiamo costruito qui con tanta fatica e pagando un prezzo così alto in sangue. La società araba non fa parte di questa impresa sionista. Non ha nulla a che vedere con essa. E chi oggi si lamenta sostenendo che «il dibattito successivo alle elezioni sta delegittimando i cittadini arabi di Israele» non dimostra loro rispetto: al contrario, li tratta con sufficienza.
Perché «gli arabi» non sono una massa indistinta di esseri umani privi di intelligenza e di capacità di giudizio. Hanno una propria visione del mondo, così come ce l’hanno i partiti ai quali hanno dato il voto, Ra’am e la Lista Comune. Nel conflitto tra noi e il nemico palestinese, non stanno dalla nostra parte. Stanno dall’altra. Lo Stato di Israele, sotto qualsiasi governo, di destra come di sinistra, non si è mai fidato di loro. È per questo che, sapendo bene che sulle questioni di sicurezza non sono con noi, li abbiamo esentati dal servizio militare obbligatorio nelle Forze di difesa israeliane. Abbiamo avuto timore di mettere loro un fucile in mano.
I loro leader rifiutano perfino di aderire al servizio civile nazionale. Ayman Odeh, che per anni ci è stato presentato come una figura simpatica e innocua, era responsabile, per conto del Comitato di monitoraggio dei cittadini arabi di Israele, della campagna contro l’arruolamento degli arabi nel servizio civile. I dirigenti di questa società si sono contorti in mille acrobazie quando è stato chiesto loro di pronunciare una sola parola di condanna contro l’organizzazione terroristica che il 7 ottobre ha assassinato la nostra gente. Il loro rappresentante più «moderato», Mansour Abbas, precipita in una spirale di equilibrismi verbali ogni volta che gli viene chiesto di prendere posizione contro Hamas. Altri, questa settimana, hanno festeggiato i risultati elettorali cantando Biladi, Biladi («Patria mia, patria mia»). L’ex deputato Osama Saadi, salito sul palco del quartier generale elettorale della Lista Comune a Nazareth, ha esultato per il grande successo del partito, dedicandolo «ai figli del nostro popolo nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e nella Gerusalemme occupata» e «ai prigionieri che marciscono nelle carceri»: quelli che noi, più semplicemente, chiamiamo «terroristi».
Chi è il folle che pensa di allearsi con questa compagnia? Quale sionista sarebbe disposto a dover tenere conto delle loro posizioni nelle discussioni sul bilancio della difesa, su un attacco all’Iran o sulla politica da adottare nei confronti di Hamas?
Subito dopo la diffusione degli exit poll, Gadi Eisenkot ha proclamato la vittoria della «maggioranza sionista», Naftali Bennett ha dichiarato che «l’alleanza di coloro che servono ha vinto» e Hili Tropper ha affermato che «il popolo di Israele ha detto no al governo degli imboscati». Ed è incredibile. Un’intera campagna elettorale si è fondata sull’accusa che il governo in carica incoraggiasse chi non contribuisce, chi non presta servizio militare, chi non è sionista e chi non viene richiamato come riservista. Come diavolo può allora qualcuno, alla luce di tutto questo, anche soltanto prendere in considerazione l’idea di allearsi con i partiti arabi? Loro prestano forse servizio militare? Contribuiscono? Sono sionisti? Vengono richiamati come riservisti? Che fine hanno fatto tutti i discorsi sull’«alleanza di coloro che servono», se poi qualcuno pensa di appoggiarsi a chi ha sostenuto le violenze contro gli ebrei durante gli scontri dell’operazione Guardiano delle Mura?
La settimana scorsa ho ricordato su queste pagine che i charedim, è vero, non prestano servizio nell’esercito, e per questo siamo profondamente arrabbiati con loro; ma dobbiamo sempre ricordare che, nonostante tutto, stanno dalla nostra parte. Quando combattiamo contro il nemico, loro pregano perché possiamo vincere. Ma Ahmad Tibi? Quest’uomo è stato il braccio destro di un assassino di massa di ebrei. Davvero qualcuno ritiene legittimo collaborare con lui in qualsiasi cosa?
Tutte le unità sono pronte
Che fare, dunque? Vorrei rivolgermi a voi, elettori dell’opposizione, che avete mandato i vostri rappresentanti alla Knesset con l’ordine tassativo di non sedere mai, in nessuna circostanza, al fianco del presidente del Likud, e cercare di convincervi che ci troviamo davanti a un’emergenza. Nelle circostanze che si sono create, la massiccia affluenza alle urne della popolazione araba dovrebbe spingere i leader dei partiti sionisti a unire le forze. Stiamo uscendo da due legislature segnate dalla polarizzazione e dalle lacerazioni. Mettiamo per un momento da parte la questione delle responsabilità: su questo abbiamo opinioni diverse, e potremo discuterne un’altra volta. Su che cosa, invece, non possiamo essere in disaccordo? Sul fatto che il governo Bennett-Lapid abbia lasciato fuori metà del Paese, amareggiata e furiosa, e che il successivo governo Netanyahu abbia lasciato l’altra metà con lo stesso sentimento.
Tre anni fa, nel momento culminante della divisione, quando sembrava che ciascuno fosse pronto ad alzare la mano contro il proprio fratello, arrivò il 7 ottobre. La guerra, che ci colse completamente di sorpresa, riuscì per qualche istante a riavvicinarci. Ci ritrovammo in uniforme nelle aree di raccolta, sostenitori e oppositori del governo, seguaci di Bibi e manifestanti di Kaplan, e riponemmo tutte le nostre divergenze nello zaino militare, ricordandoci che, prima ancora di quelle divergenze, avevamo moltissimo in comune. Quando fummo evacuati dalle nostre case, quando combattemmo a Jabalia, quando sentimmo la mancanza di un figlio impegnato in Libano, quando accompagnammo gli amici nei cimiteri militari e quando pregammo per la salvezza degli ostaggi, provammo per un breve istante quel senso di unità israeliana del quale avevamo tanto sentito la nostalgia.
In quel periodo intervistai un numero impressionante di genitori che avevano perso i figli e di soldati feriti. Da tutti si levava lo stesso grido. Tutti volevano unità. Tutti reclamavano di ritrovare ciò che ci univa. Le madri, in piedi sulle tombe dei propri figli, invece di piangere soltanto la crudeltà del loro destino, approfittavano di quel momento per chiedere che il Paese tornasse a essere unito. Ma quell’appello cadde nel vuoto.
Per qualche giorno, soltanto per qualche giorno, anche i nostri politici sembrarono entrare in sintonia con quel sentimento. Poi tornarono rapidamente a litigare. I combattimenti al fronte, l’antisemitismo nel mondo, le battaglie diplomatiche e le difficoltà economiche non bastarono a farli elevare all’altezza della situazione.
«Questo vale per la destra e per la sinistra, per la coalizione e per l’opposizione, da Itamar Ben-Gvir a Yair Golan, passando per tutti quelli che stanno in mezzo», scrivevo nel giugno 2024 in un articolo nel quale già allora invocavo un governo di unità nazionale. «L’acqua sta invadendo il ponte del Titanic e lambisce ormai i nostri piedi, mentre i musicisti della nostra orchestra sono ostinatamente impegnati a scagliarsi gli strumenti in testa gli uni contro gli altri. E in mezzo a questo caos non c’è nessuno capace di fermare per un istante la follia e gridare: “Pazzi, fermatevi! Stiamo affondando tutti! Diamoci la mano e cerchiamo insieme il modo di salvarci a vicenda”».
In quel periodo intervistai un numero impressionante di genitori in lutto e di combattenti feriti. Da tutti si levava lo stesso grido: tutti volevano unità, tutti chiedevano di ritrovare ciò che ci univa. Le madri stavano sulle tombe dei figli e, invece di piangere soltanto la crudeltà della propria sorte, coglievano quell’occasione per invocare la riconciliazione. Ma quell’appello rimase inascoltato. Tra un funerale militare e l’altro, come se vivessimo in universi paralleli, continuammo a metterci reciprocamente le dita negli occhi. Il governo di unità che era stato costituito temporaneamente — e peraltro soltanto in forma parziale, perché non tutti erano stati disposti a prendervi parte, neppure in quell’ora così drammatica — finì per dissolversi.
«Di fronte alle nubi nere che si addensano sopra di noi, ciò di cui abbiamo bisogno adesso, prima di ogni altra cosa», scrivevo allora, «è un fronte ampio che riunisca tutte le forze sioniste, nella consapevolezza, da entrambe le parti, che unirsi significa accettare dei compromessi. Dopo ciò che abbiamo attraversato e davanti a ciò che ci aspetta, trovare un accordo non sarà facile. Ma non abbiamo altra scelta. Quando ti trovi sull’orlo del precipizio, c’è una cosa che non puoi assolutamente permetterti: continuare a camminare in avanti senza fermarti e senza riflettere. In definitiva, i nostri nemici, dall’Iran allo Yemen, dall’Iraq alla Siria, dal Libano a Rafah, stanno seduti a mangiare popcorn, si godono ogni istante e aspettano il finale del nostro film».
Quando il nemico ci ha attaccato con tanta ferocia, lo ha fatto dopo aver osservato ciò che accadeva al nostro interno ed essersi convinto che ci fossimo ormai disgregati in particelle isolate, che non fossimo più capaci di agire insieme. Era questa l’immagine che allora davamo di noi attraverso gli schermi.
Tra noi esistono vasti terreni di accordo, accanto a non poche questioni sulle quali siamo profondamente divisi. Nessuno pretende che smettiamo di discutere. Al contrario, le nostre divergenze esigono un confronto serio e approfondito. Ma nella vita di una nazione ci sono momenti in cui le divisioni devono saper lasciare spazio anche alle convergenze e ai legami comuni. E la società israeliana si trova oggi proprio in uno di questi momenti. La realtà politica che le elezioni di questa settimana ci hanno imposto esige che, almeno per un certo periodo, smettiamo di infliggerci ferite a vicenda fino all’autodistruzione. Siamo ancora nel pieno di una guerra dura, lunga e incessante, che continua a imporci costi pesantissimi in ogni ambito, e metà del Paese non può vincere questa guerra da sola.
Insieme, non c’è altra strada
Fino al momento di entrare nella cabina elettorale, i rappresentanti dei due schieramenti si sono comportati gli uni verso gli altri come ci si comporta con un nemico acerrimo. Nel modo di trattarsi, nel linguaggio, nei toni. Ora che le elezioni sono alle nostre spalle, è arrivato il momento di deporre le armi. Netanyahu dovrà cominciare a considerare anche coloro che hanno votato per i partiti dell’opposizione come cittadini israeliani che gli stanno a cuore, come persone degne del suo rispetto. Parallelamente, Eisenkot, Bennett e quanti tra i loro alleati saranno disposti a mettersi sotto la barella per portare insieme il peso di Israele dovranno accantonare gli antichi rancori e smettere di lasciare che siano questi a guidare le loro scelte. Benjamin Netanyahu è stato eletto da un numero enorme di israeliani. Chi non è disposto a parlare con lui non è disposto a parlare con loro.
I due schieramenti non arrivano a questo momento partendo dalla stessa posizione. Nelle ventiquattr’ore successive alla diffusione dei risultati, quasi tutti gli appelli all’unità sono venuti dal campo della destra e dai sostenitori dell’attuale coalizione. Era così anche prima. Mentre nella maggioranza alcuni avevano dichiarato già prima delle elezioni di essere pronti a partecipare, dopo il voto, a un governo di ampia coalizione, nell’opposizione ci si rifiutava perfino di pronunciare una simile ipotesi.
Nella coalizione abbiamo sentito Bezalel Smotrich dichiarare, in un’intervista concessa a Elkana Shor di Makor Rishon: «Sono disposto a rinunciare a una parte delle cose che vorrei realizzare pur di avere un governo ampio, nel quale non riusciremo a soddisfare tutte le nostre aspirazioni, ma grazie al quale altri cittadini del popolo di Israele potranno sentirsi parte del governo e stare bene in questo Paese. Rinunciare a qualcosa per i miei fratelli? Certamente sono disposto a farlo».
Anche Benjamin Netanyahu ha dichiarato di sostenere un «ampio governo nazionale». Certo, purché sia lui a guidarlo. Ma è comunque un primo passo importante.
E dall’altra parte? Là, l’appello all’ordine tra i membri dell’opposizione ha chiarito a tutti che chiunque avesse osato pronunciare una parola in quella direzione ne avrebbe pagato il prezzo. Chiedetelo a Naftali Bennett, al quale è sfuggita per un momento la dichiarazione che sarebbe stato disposto a partecipare a un governo nel quale Netanyahu avesse ricoperto la carica di ministro delle Finanze. È stato immediatamente investito da una valanga di critiche da parte dei suoi alleati, che lo hanno costretto a precisare: «Non siederemo con lui in nessuna configurazione possibile».
E qui bisogna dire qualcosa su queste promesse. Se qualcuno si impegna a partecipare soltanto a un governo che arruoli i charedim, si tratta di un impegno di principio, fondato su una visione del mondo che si può rispettare. Lo stesso vale per chi dichiara che non entrerà in un governo che costruisca nuovi insediamenti in Giudea e Samaria o, al contrario, in un governo che ne congeli la costruzione. Ma impegnarsi a non sedere con Netanyahu soltanto perché è Netanyahu — prima ancora di conoscere i risultati, prima ancora che siano iniziate le trattative per formare una coalizione, prima ancora di aver posto delle condizioni, prima ancora che una sola delle proprie richieste sia stata respinta — significa assumere un impegno emotivo, dettato dall’appartenenza a uno schieramento e fondato sull’ostilità.
E poiché un impegno del genere è stato effettivamente assunto, torno a rivolgermi agli elettori di quei partiti per chiedere loro: fate sentire la vostra voce. Siate voi i primi a spiegare ai vostri leader che, alla luce dei risultati elettorali, procedere insieme rappresenta la soluzione migliore.
Benjamin Netanyahu è il primo ministro e, proprio per questo, la responsabilità di compiere il primo passo ricade su di lui. Subito dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali, dovrebbe invitare nel suo ufficio Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Avigdor Lieberman e Yair Golan e annunciare la propria intenzione di proporre loro l’ingresso in un governo di unità nazionale.
Chi dovrebbe farne parte? Da Golan fino a Itamar Ben-Gvir, chiunque sia disposto ad aderirvi e chiunque possa riconoscersi nelle linee programmatiche che verranno concordate, sulle questioni dell’arruolamento, della riforma giudiziaria, degli insediamenti e su tutto il resto.
Risponderanno tutti positivamente a questa iniziativa? Probabilmente no. Nel campo della sinistra, fino a oggi, allearsi con Netanyahu è stato considerato un tradimento, ed è lecito dubitare che vi siano persone abbastanza coraggiose da affrontare questo rischio, e quante possano essere. Chi aderirà, allora? Chiunque ritenga, come recitava quel vecchio slogan, che «Israele viene prima di tutto».
Tutti i partecipanti a un governo del genere vedranno soddisfatte integralmente le proprie aspirazioni? È ragionevole pensare di no. Ma non esiste un’altra strada. È ciò che il momento impone. I rappresentanti eletti dello Stato di Israele devono dimostrare senso di responsabilità nazionale. In questo Paese abbiamo avuto primi ministri che si sono seduti al tavolo dei negoziati con i nostri peggiori nemici. Non è concepibile che Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot non siano capaci di sedersi a negoziare tra loro.
Da entrambe le parti della linea di divisione politica ci sono persone che vogliono il bene dello Stato. Da entrambe le parti ci sono patrioti che amano il proprio Paese. È intollerabile una situazione nella quale gli uni e gli altri non riescono nemmeno a parlarsi per promuovere interessi che sono così importanti per tutti noi.
«Bisogna fare tutto il possibile per evitare di tornare ancora una volta alle elezioni», ha dichiarato l’altro ieri il presidente Isaac Herzog, dando voce al pensiero di molti. «Mi aspetto che chiunque venga qui si presenti con la mente aperta».
Come funzionerà esattamente? Che cosa otterrà ciascuno? Chi assumerà quale incarico? Non è questa la sede per condurre un simile negoziato.
Ci troviamo davanti a un’occasione storica per dichiarare un cessate il fuoco tra le diverse componenti della società israeliana. Se ce la lasceremo sfuggire, di fronte alle sfide che ci attendono, potremmo commettere un errore di cui le generazioni future continueranno a pagare il prezzo.
