Siamo appena usciti dalle celebrazioni della festa di Pesach, la cui etimologia stessa definisce come Pe-Sach, “la bocca che parla”: un tempo dell’anno interamente dedicato al racconto, alla narrazione e stimolazione del dialogo con i quattro figli, coinvolgendo tanto il figlio sapiente, capace di articolare domande complesse, un essere totalmente “parlante”, quanto il figlio che non sa nemmeno interrogare, il quale incarna quasi uno stadio di silenzio embrionale. Ora che entriamo nella Parasha di Shemini, la Torah ci sfida a compiere un salto qualitativo nel nostro rapporto con il linguaggio. Se Pesach è stata l’espressione della voce, Shemini ci parla di altri figli ma in questo caso ci pone di fronte al trauma di Aronne e alla sua reazione sublime: “Vayidom Aharon”, ed Aronne tacque.
Letteralmente può significare divenne “pietra”, si pietrificò. Potremmo leggere questo percorso come il passaggio dalla parola al totale silenzio. Questo silenzio non è una semplice assenza di suoni, ma un evento ontologico. Come premesso, la radice della parola Vayidom rimanda infatti al termine Domem, che definisce il livello inanimato della creazione: la pietra. Nella gerarchia mistica il mondo si divide in quattro stadi forse come i quattro figli, dal più “basso” minerale (Domem) silenzioso, che non fa domande, per passare poi al vegetale (Tzomeach), animale (Chay) ed infine al parlante (Medaber). Aronne compie un movimento inverso e straordinario: l’essere umano più elevato, colui che è per definizione “parlante”, sceglie di farsi discepolo della pietra (Vayddom-domem). Qui emerge un paradosso spirituale che tocca il cuore della nostra capacità espressiva.
Nella tradizione del Sefer Yetzirah, uno dei testi più antichi della mistica ebraica, secondo alcuni risalente ad Abramo, le lettere dell’alfabeto sono chiamate proprio “pietre”. Esse sono gli atomi con cui Dio ha edificato l’universo e con cui l’uomo costruisce la propria realtà. Il segreto della pietra risiede dunque in questa doppia natura: essa è contemporaneamente l’elemento base della parola (la lettera-pietra che costruisce) e l’emblema del silenzio assoluto (l’ammutolimento di Aronne). Aronne, tacendo, rivela che la parola più densa e carica di significato è proprio quella che l’uomo sceglie di non pronunciare, ovvero quando il “parlante” impara dal “silente”, dalla pietra. È la stessa lezione che apprese Eliahu HaNavi quando entrò in stretto contatto con l’Eterno: Dio non era nel vento, nel terremoto o nel fuoco, ma nel “Kol Demama Dakkah”, “La voce del silenzio sottile”, mi viene in mente una nota canzone, The Sound of Silence, Il Suono del Silenzio. Dio, l’Infinito, non si rivela solo nelle Aseret Hadiberot, nelle dieci parole ma anche nello spazio vuoto che lasciamo quando smettiamo di imporre la nostra voce.
“Non ho trovato nulla di meglio per il corpo che il silenzio”, ci insegna il Pirkè Avot. In questo silenzio si nasconde un insegnamento cruciale per la nostra crescita personale, specialmente in un’era dominata dall’inflazione della parola. Viviamo in una cultura che confonde la libertà di espressione con l’impulso compulsivo a opinare su tutto; i social media hanno sdoganato una comunicazione reattiva dove la velocità del commento conta più della consistenza del pensiero. Se la parola è una pietra, essa possiede un peso e una responsabilità. Quando parliamo solo per vincere un dibattito o per affermare il nostro ego, stiamo snaturando la nostra essenza Divina. Imparare dalla pietra significa connettersi al messaggio più profondo del silenzio che porta ad incontrarsi con Hashem. Nell’ebraismo si insegna sicuramente a parlare e a dibattere ma la preghiera che nel corso dei secoli faceva emergere la nostra Identità è lo: “Shemà Israel”, “Ascolta Israele”.
Oggi si ascolta troppo poco, forse perché il senso delle parole è diventato rumore, o forse perché non interessa più ascoltare l’altro quanto raccontare di noi, o forse perché riteniamo la nostra opinione migliore di quella del nostro interlocutore, anche se fosse Hashem in persona (Chas veShalom). L’ascolto dell’altro è ciò che ci connette empaticamente all’altro, troppo frastuono nella comunicazione crea errori di socialità. Il più delle volte sarebbe meglio tacere e Imparare da Aharon a trasformare il silenzio in linguaggio, in socialità, nel rispetto dell’altro, soprattutto quando è Hashem che parla anche nel Suo apparente silenzio. Da ciò emerge un linguaggio che costruisce lo spazio in cui la verità può esistere senza essere alterata dalla parola distorta. Insegna il Talmud: “Se una parola vale un sela (una moneta), il silenzio ne vale due”.
In un mondo pieno di parole, di reazioni immediate, di risposte impulsive, la Torah ci insegna una via più difficile e più alta: trattenere, ascoltare, contenere. Perché non tutto ciò che può essere detto deve essere detto. E non tutto ciò che tace è vuoto. A volte il silenzio è il luogo dove le pietre non vengono lanciate,
ma tenute tra le mani fino a diventare fondamenta.
Ed è proprio lì, nel silenzio, che si inaugura il Mishkan, dove l’uomo inizia a costruire sé stesso e il mondo intorno a lui.
Shabbat Shalom
