Dal quartier generale degli ostaggi a Mea Shearim: in Israele si fa fatica a distinguere tra i vivi e i morti. Anche un senso benedetto di fratellanza può portare a una distorsione dei valori
Rav Chaim Navon – Makor Rishon – 8.2.2026
Due neonati appartenenti a famiglie ultraortodosse sono morti tragicamente in una scuola materna non autorizzata a Gerusalemme. Alcuni parlamentari ultraortodossi hanno immediatamente dichiarato che la responsabile della tragedia era la consigliera giuridica del governo, accusandola di privare le famiglie haredi di benefici economici. Se i genitori avessero avuto più denaro, sostenevano, avrebbero mandato i bambini in un asilo più controllato. Migliaia di ultraortodossi sono scesi in strada in una protesta violenta — non contro il governo o il sistema giudiziario, e in nessun modo per proteggere i bambini ancora in vita — bensì per impedire l’autopsia dei corpi dei neonati morti. Senza entrare nel merito delle singole affermazioni, questo ordine di priorità mi ha stupito. Se si insiste a protestare con rabbia, perché l’onore dei morti dovrebbe precedere la vita dei vivi?
Non sto cercando di muovere critiche alla società haredi in particolare, perché su questo punto gli ultraortodossi sono anzi molto “israeliani”. Tutti gli israeliani sono sensibili all’onore del defunto — e questa è una grande virtù della società israeliana; tuttavia molti israeliani tendono a fraintendere questo valore e a preferire l’onore dei morti alla vita dei vivi. Non si tratta di una scelta umanitaria, anzi è l’esatto contrario, purtroppo.
Abbiamo visto questa confusione nel modo in cui sono stati trattati i prigionieri vivi e i morti. Lo sforzo stesso di riconsegnare alla sepoltura in Israele tutte le salme dei nostri caduti è sacro e lodevole — così hanno sempre agito gli ebrei. Ma a un certo punto ha cominciato a sfumarsi in noi il confine assoluto tra i prigionieri vivi e coloro che hanno lasciato questo mondo. Esponenti del “Quartier generale degli ostaggi” reagivano con sdegno ogni volta che i media usavano il termine “salme”, esigendo che si usasse soltanto l’espressione “gli ostaggi caduti”. La formulazione in sé non è ciò che conta, e si può dire in un modo o nell’altro; ma non si sarebbe dovuto annullare il divario valoriale tra le due missioni che ci si ponevano dinanzi: salvare i prigionieri vivi e dare degna sepoltura alle salme dei caduti.
Grazie a Dio, entrambe le missioni si sono concluse con un successo sorprendente: sia i vivi che i morti sono stati tutti liberati dalle mani dei malvagi. Ma in seguito abbiamo sentito resoconti agghiaccianti su operazioni pericolose condotte dall’IDF per localizzare e recuperare i caduti. Esponenti dell’esercito hanno raccontato con orgoglio che le forze armate si sono astenute dall’eliminare comandanti terroristi pericolosi, perché solo loro sapevano dove erano sepolti determinati caduti. Secondo quanto pubblicato, l’IDF si è persino astenuto dal bombardare tunnel del terrore attivi, temendo che vi fossero sepolte salme a noi molto care. La preoccupazione stessa per le salme dei caduti è ammirevole, ma queste specifiche applicazioni appaiono come una distorsione del giudizio morale. Qui si trova il confine: non è lecito mettere gravemente a rischio i vivi per portare alla sepoltura i morti.
Il decisore halakhico dell’Ottocento Maharam Schick si è basato su questo principio per consentire le autopsie, nei casi in cui queste possano salvare delle vite. Su questo tema ha formulato nelle sue responsa (Yoreh De’ah 347) un argomento molto profondo sia dal punto di vista halakhico che concettuale. A suo parere, onoriamo la salma del defunto solo in virtù del legame con la vita del trapassato — “per l’onore dell’anima che era nel suo corpo”; e se è così, è evidente che questo onore cede davanti alle considerazioni di pericolo di vita: “è meglio annullare l’onore dell’anima che era in lui, a favore dell’onore dell’anima che è ancora in vita”.
Le nobili famiglie dei caduti che abbiamo imparato a conoscere in questi anni sono per noi un modello morale. La sensibilità generale verso l’onore dei morti è un segno d’onore per la società israeliana. Lo sforzo straordinario di centinaia di soldati per localizzare le ultime salme dei nostri caduti è stata una manifestazione eroica di una fratellanza straordinaria. Ma anche un senso benedetto di fratellanza può portare a una distorsione dei valori. In fondo, anche i soldati vivi hanno delle madri, e anche loro e le loro madri meritano protezione. C’è chi sostiene che i soldati combattenti sono disposti ad andare in battaglia solo perché sanno che, se cadessero, lo Stato farà di tutto per restituire le loro salme. Mi sembra che chiunque parli con i soldati senta che questo pensiero è molto lontano da loro.
Nella sezione della Torà della settimana scorsa abbiamo letto di Moshè, che insiste nel portare con sé dall’Egitto le ossa di Giuseppe. Questa è un’espressione emblematica e primordiale del valore ebraico fondamentale dell’onore del defunto, e dello sforzo che gli ebrei sono disposti a compiere per portarlo alla sepoltura in Israele. I Saggi hanno raccontato nella Mekhiltà (Midràsh) che, dopo essersi molto dato da fare per trovare le ossa di Giuseppe, Moshè disse che se non le avesse trovate i figli d’Israele sarebbero stati costretti a partire senza di esse; “subito emerse l’arca di Giuseppe”. Moshè aveva dichiarato che a un certo punto non avrebbe potuto ritardare ulteriormente la partenza dall’Egitto. Grazie a Dio, non ce ne fu bisogno. Preghiamo che in futuro non dovremo più affrontare dilemmi così terribili. Ma la determinazione valoriale deve essere chiara: l’onore dei morti è un valore supremo, ma la vita dei vivi lo precede.
