Rav Moshe Kurt ben Daniel Arndt z.l. (31.03.19 – 24 adar II 5779)
Un interessante indicatore per valutare una società è quello delle cause di morte. Leggendo queste statistiche si possono ricavare degli elementi significativi sui valori fondanti di quella società. Per esempio in Giappone una delle cause di morte riportate è il cosiddetto karoshi, la morte per troppo lavoro, che colpisce alcune migliaia di persone ogni anno. Fenomeno drammatico, che delinea una società fortemente indirizzata verso un vero e proprio culto del lavoro.
La società occidentale di certo non sta meglio: basta aprire un qualsiasi quotidiano per sentire parlare di morti provocate da un selfie, da un concerto, da una partita di pallone.
Anche quando non si arriva alla morte fisica, spesso, figurativamente, facciamo riferimento a qualcosa per cui moriremmo. Nella tradizione ebraica c’è un’idea, che ha una lunga storia, che è quella di morire per la Torà, idea che ha determinato situazioni oltremodo drammatiche, quando i nostri antenati si sono trovati di fronte all’alternativa battesimo o morte, o situazioni più sfumate, come quelle che si svilupparono nel mondo islamico nel medioevo.
Senza entrare nel merito, la halakhà prevede situazioni estreme in cui si afferma il principio yeharèg we-al ya’avòr, si faccia uccidere piuttosto che trasgredire.
Non sempre però la nostra vita è in pericolo. Fortunatamente ci sono dei periodi, più o meno lunghi, in cui la nostra osservanza religiosa non è minacciata. In questi frangenti, dovremmo ancora morire per qualcosa? La risposta sorprendente che arriva dalla Torà è sì.
La paradossalità della relazione fra la vita e la morte è uno dei temi principi della parashà di Chuqqàt, che è perentoriamente esemplificato dal choq per eccellenza della Torà, la parà adumà, che presenta aspetti incomprensibili, purificando chi è asperso con le sue ceneri, ma rendendo al contempo impuro chi era puro ed entrava in contatto con esse.
Questi aspetti paradossali, come vedremo, possono essere rinvenuti nella Torà stessa e nel suo studio. Nella parashà troviamo un verso che si apre ad una ardita interpretazione:
- זאת התורה: אדם כי ימות באהל
- Questa è la Torà: quando un Uomo “muore” in una tenda (Nm. 19,14).
Come è noto, il met è la principale fonte di impurità (avì avòt ha-tumà). La Torà attraverso questo verso intende insegnarci che questo tipo di trasmissione di impurità presenta un aspetto differente dalle altre, poiché si trasmette anche nell’òhel, in una tenda, anche in assenza di un contatto diretto con il cadavere.
Secondo i chakhamìm la tenda di cui si parla ha però un significato ulteriore: si tratta di un riferimento al bet ha-midràsh, come nell’espressione secondo la quale Ya’aqov era un yoshèv ohalìm.
Recanati nel suo commento alla Torà (Num. 19,14) spiega la logica di questa norma: i morti non ebrei non trasmettono impurità, mentre per gli ebrei, mentre sono in vita, risiede in loro uno spirito di santità (rùach qedushà), e quando muoiono divengono impuri e trasmettono impurità. Per questo è importante custodire i morti, dal momento che l’impurità tende a cercare di insinuarsi in un “contenitore” puro che ora si è liberato dello spirito di santità. L’Or ha-Chayìm (Nm. 19,2) paragona questo fatto a due recipienti, uno pieno di miele e l’altro pieno di concime, che vengono svuotati e portati all’aperto. Quale sarà assaltato dalle mosche e dagli insetti?
Il brano in cui si trova questo verso presenta una stranezza: l’Or ha-Chayìm (Nm. 19,2) si chiede perché non si parli di Chuqqàt ha-taharà o ha-tumà, statuto della purità o dell’impurità, ma di Chuqqàt ha-Torà. Non dobbiamo intendere dal testo che sia necessario purificarsi con la vacca rossa per studiare la Torà, dal momento che i chakhamìm affermano in massèkhet Berakhòt (22a): “le parole di Torà non contraggono impurità”. In quel brano le parole di Torà, basandosi su un verso nel libro di Yermiàhu (23,29: Le mie parole non sono forse come il fuoco?), vengono paragonate al fuoco.
In massèkhet Berakhòt (63b)[1] viene insegnato a nome di Resh Laqìsh:
מנין שאין דברי תורה מתקיימין אלא במי שממית עצמו עליה שנאמר {במדבר יט–יד} זאת התורה אדם כי ימות באהל
Da dove (sappiamo) che le parole di Torà si mantengono soltanto per chi muore per essa, (tanto grande è lo sforzo che vi investe)? Poiché è detto: Questa è la Torà: un uomo che muoia in una tenda (Nm 19,14).
In massèkhet Berakhot (5a) R. Shim’òn Bar Yochài afferma:
תניא רבי שמעון בן יוחאי אומר שלש מתנות טובות נתן הקדוש ברוך הוא לישראל וכולן לא נתנן אלא ע”י יסורין אלו הן תורה וארץ ישראל והעולם הבא
Il Santo Benedetto diede a Israele tre preziosi doni, tutti ottenuti per mezzo della sofferenza: la Torà, la terra di Israele e il mondo a venire.
E in massèkhet Shabbàt (83b):
לעולם אל ימנע אדם את עצמו מבית המדרש ומדברי תורה ואפי’ בשעת מיתה שנא’ {במדבר יט–יד} זאת התורה אדם כי ימות באהל אפי’ בשעת מיתה תהא עוסק בתורה
Un uomo non si astenga mai dal Bèt ha-midràsh e dalle parole di Torà, persino nell’ora della morte, come è detto (Nm. 19,14): Questa è la Torà: quando un uomo muoia in una tenda – persino nel momento della morte si occupi di Torà.
La paradossalità di queste letture non può non saltare all’occhio, la Torà, la vita per eccellenza, sia a livello individuale (עץ חיים היא למחזיקים בה) che a livello collettivo[2], viene accostata alla morte. Anzi, nel Midràsh (Tanchumà Yashàn Bechuqqotày 6) viene riportata una versione differente della famosissima discussione fra gli angeli e D. quando decise di creare l’uomo. D. sottolinea il fatto che la tensione fra vita e morte che caratterizza l’esistenza umana è una caratteristica imprescindibile per ricevere la Torà, dimensione che rimane preclusa agli angeli, che non possono essere quindi considerati dei seri candidati per riceverla. Gli angeli non muoiono, non partoriscono, non mangiano!
Rav Nevenzal[3] nota come nei secoli queste espressioni abbiano assunto significati sensibilmente differenti: durante le persecuzioni studiare Torà voleva dire letteralmente mettere in pericolo la propria vita. La questione piuttosto è come mettere in pratica questi insegnamenti quando si vive fortunatamente in una situazione più tranquilla, dal momento che i chakhamìm si esprimono in un modo categorico, e non prevedono delle alternative a questa condizione: l’unico modo per permettere che le parole della Torà si trattengano in noi è questo. Za’fenàt Paneach[4] riporta che in massèkhet Tamìd (32a) è detto “הרוצה שיחיה ימות – Chi vuol vivere muoia”, chi vuol vivere deve far morire la dimensione materiale per renderla spirituale, e solo allora potrà deliziarsi della spiritualità.
La morte non è altro che un processo che comporta il distacco della parte spirituale dell’uomo dalla materialità che lo circonda in questo mondo, di modo tale che questa parte possa far ritorno alla propria radice superiore, e ciò non è possibile sino a quando è presente una commistione con la materialità. Per entrare in contatto con la Torà, fatto di per sé eccezionale, come possiamo vedere nella domanda che i malakhìm pongono quando D. intende donarla al popolo di Israele (Shabbàt 87b), è necessario quanto più possibile allontanarsi dagli elementi materiali, come è scritto in Mesillàt Yesharìm (cap. 13), che riporta il Tanà devè Eliàhu: Prima ancora di pregare affinché le parole di Torà penetrino nelle proprie viscere, bisognerebbe pregare che non vi entri ciò che si mangia e si beve. Sefàt Emèt ritiene che l’uomo deve essere pronto a rinunciare a parte della propria individualità per lo studio della Torà, e rinunciando ai propri desideri materiali, la Torà lo vivifica. Riferendosi alla Torà Shebe’al pè il Midràsh Tanchumà (Noach, cap. 3) è esplicito: non la troverai presso coloro che cercano la delizia nel mondo, il desiderio l’onore e la grandezza, ma solo in chi “si dà la morte per essa”.
Rabbènu Bechayiè nel suo commento alla Torà (introduzione alla parashàt Behàr Sinày) tesse un vero e proprio elogio della modestia propria dello studioso di Torà. Numerosi sono gli esempi tradizionali di tale qualità, Avrahàm, Moshè e Aharòn, Davìd.
Il profeta Yesha’yiàhu affermava (Is. 57,15):
כִּי כֹה אָמַר רָם וְנִשָּׂא שֹׁכֵן עַד וְקָדוֹשׁ שְׁמוֹ מָרוֹם וְקָדוֹשׁ אֶשְׁכּוֹן וְאֶת דַּכָּא וּשְׁפַל רוּחַ לְהַחֲיוֹת רוּחַ שְׁפָלִים וּלְהַחֲיוֹת לֵב נִדְכָּאִים
Poiché così dice l’Alto, l’Elevato, che dimora in eterno e santo è il Suo nome: In luogo alto ed elevato Io abiterò, (ma sto) con colui che è abbattuto e umile di spirito per far rivivere lo spirito dei modesti e per far rivivere il cuore degli oppressi.
La ghemarà in massèkhet Ta’anìt (7a) si chiede perché la Torà sia paragonata all’acqua, come è detto: (Is. 55,1) O voi tutti che siete assetati, venite all’acqua. Così come l’acqua lascia un luogo alto per andare in un posto basso, così la Torà non si mantiene in coloro il cui spirito è alto, ma solo chi ha una bassa considerazione di se stessi.
Un altro paragone interessante si trova in massèkhet Eruvìn (54b), in cui la Torà è accostata al latte materno. Tutte le mamme sanno bene quanto sia fondamentale la stimolazione del poppante perché esca del latte, e per la Torà è simile: tutto il tempo in cui una persona medita su di essa, stimolandola, comporta la creazione di nuovi te’amim, sapori, ma anche motivi.
Ma un certo tipo di percezione di sé non è sufficiente: Rav Kook in ‘En Ayà (II, p. 390) scrive che lo scopo della società in generale è quello di fornire ai cittadini condizioni di vita normali, senza che questi abbiano eccessive difficoltà. Affinché ciò sia possibile però, alcuni individui devono essere disposti a mettersi al servizio della società in modo eccezionale. Vigili del fuoco, forze di polizia, medici, devono essere pronti ad affrontare lungamente ed irregolarmente il proprio compito e ad accettare i pericoli insiti nel proprio lavoro. Senza il loro impegno, la stabilità della società sarebbe gravemente minacciata. Gli studiosi di Torà svolgono la medesima funzione per il popolo ebraico, ed è indispensabile che a tal fine si sacrifichino. Servono anni di studio intenso, a spese dei piaceri e del tempo libero che per il resto della popolazione sono considerati normali. Anche il tempo che viene dedicato allo studio deve essere caratterizzato dal massimo sforzo a livello intellettuale, così come emerge nelle birkòt ha-Torà che recitiamo ogni mattina (Taz, Orach Chayìm 47,1). Questo, spiega il commento Or Yeqaròt al trattato di Shabbàt, può voler dire anche essere “morti” rispetto a certe questioni.
Tutti noi comprendiamo quanto sia fondamentale lo studio della Torà, ma spesso non troviamo il tempo di farlo, perché crediamo di avere altri impegni per cui la nostra presenza in questo momento è assolutamente indispensabile. Ogni tanto dovremmo prenderci meno sul serio. Ogni giorno dobbiamo ritagliarci il nostro spazio per lo studio, come se fossimo morti per le altre faccende. In una società sempre più secolarizzata, irreparabilmente segnata dal multitasking, nella quale ogni notifica sembra non procrastinabile, questo insegnamento è di fondamentale importanza. Anche se non capiamo sempre, il nostro compito è rimanere nella tenda, scontrarci con la realtà e non chiuderci. Per mezzo dell’albero della vita abbiamo l’opportunità di accantonare la morte dalle nostre vite, possiamo vivere intensamente le nostre vite, in un certo senso morendo.
[1] Il medesimo insegnamento è in Shabbàt 83b.
[2] Vedi la ghemarà in Pesachìm 68b.
[3] A. Nevenzal, Sichot leSefer Bemidbar, parashàt Chuqqàt.
[4] Za’afenàt Pa’neach, Parashàt Bò
