Alcuni anni fa Rav Sacks ha scritto, all’interno di una pubblicazione della Yeshiva University, un’interessante riflessione (What Does This Avodah Mean to You?), degna a mio parere di essere portata alla vostra attenzione.
Fra i quattro figli della haggadà probabilmente il più affascinante è il rashà. Oggi forse lo chiameremmo il ribelle, o lo scettico. Nella domanda biblica (mà avodà ha-zot lakhem) appare difficile individuare un elemento malvagio o sovversivo. Il figlio vuole sapere il motivo per cui i genitori si comportano in un certo modo. Che c’è di male? I bambini curiosi lo fanno abitualmente! La Torà stessa incoraggia questa nostra impressione, dal momento che la domanda riceve una risposta, così come descritto nella parashà di Bò (12,26-7). Tuttavia, i Maestri hanno trovato nel testo qualcosa che non va. Ci sono vari ordini di risposta. Anzitutto quel lakhèm, “per voi”, come riportato nella haggadà che proietta il figlio al di fuori della comunità. In questo modo, è detto, kafàr ba’iqqàr, nega un principio di fede fondamentale, aspetto che sarebbe degno di essere approfondito ulteriormente.
Il secondo elemento sospetto viene rilevato dal Mèshekh Chokhmà nel suo commento alla Torà. Il verbo utilizzato infatti è strano, il figlio non chiede (shoèl), afferma (omèr), come se in realtà non volesse ricevere una risposta, ma esprimere un’opinione. Pone una domanda retorica, ma non gli interessa la risposta.
Il Talmud Yerushalmì nel trattato di Pesachìm si concentra su un terzo elemento, il termine ‘avodà, che intende come fatica (tòrach), e rende la domanda del rashà molto attuale e sintomatica della percezione da parte di tanti ebrei di una vita vissuta secondo i dettami della Torà: perché ogni anno fate questa faticaccia? E soprattutto, cosa è cambiato? Schiavi in Egitto (nei primi capitoli del libro di Shemòt il termine avodà torna frequentemente), schiavi adesso! Cambia solo il padrone: prima il Faraone, ora D.!
Per raffrontare il discorso del rashà con la situazione attualeRav Sacks fornisce alcuni dati sull’ebraismo americano:
- al di fuori del mondo ortodosso ci sono il 71% di matrimoni misti;
- il 22 per cento dei giovani si definisce “senza religione”;
- meno di un terzo degli ebrei americani aderisce ad una sinagoga;
- il 48% non è in grado di leggere l’ebraico.
Credo che i dati in Europa non siano molto differenti. Alcuni anni fa è stata pubblicata un’indagine sociologica sui giovani ebrei italiani (Cittadini del mondo, un po’ preoccupati), che mostra delle dinamiche che meritano di essere approfondite per prevedere la parabola dell’ebraismo in Italia).
C’è un elemento però che avvicina in modo particolare l’Italia all’America: la religiosità della popolazione generale. Pensando all’allontanamento nella popolazione ebraica, si tratta di un fenomeno inusuale, dal momento che tendenzialmente la religiosità ebraica rispecchia quella del mondo circostante. In società più religiose normalmente emergono ebraismi più aderenti alla tradizione, in società più lassiste abbiamo ebraismi più soft.
Ora non è più così. Da che dipende? Una delle domande più pressanti nell’ebraismo post-emancipatorio è come sostenere l’identità ebraica in una società sempre più aperta e secolarizzata. Spesso la risposta è stata quella di rendere l’ebraismo più semplice. Perché alzare dei muri? Gli standard, in aspetti fondamentali della vita ebraica, come Shabbàt, Kasherùt e purità familiare si sono fatalmente abbassati rispetto al passato. Secondo questa visione diffusa un ebraismo meno esigente avrebbe convinto più ebrei a rimanere tali.
Una volta Rav Sacks ha fatto un esperimento: chiese ad un gruppo misto di osservanti e non, di ordinare gli shalòsh regalìm in base alla difficoltà. La risposta fu univoca: Pesach è la più difficile, Shavu’ot la più facile, Sukkot in mezzo. Chiese poi quale fosse la festa più seguita: Pesach, Sukkot, e ultima Shavu’ot. E’ contro-intuitivo, ma la festa più complicata è quella più seguita!
In economia troviamo delle idee simili, le persone sono portate a pagare molto di più per quelle cose che gli sono costate della fatica. Sareste disposti a pagare molto di più un vostro prodotto artigianale, probabilmente di dubbio valore, rispetto a qualsiasi potenziale compratore. La mishnà nel Pirqè Avòt riassume questa idea con la massima Lefum za’arà agrà, la ricompensa è in base allo sforzo.
Si potrebbe obiettare che tante tendenze del mondo attuale ci suggeriscono il contrario, altrimenti Amazon e Google non avrebbero tanto successo. Le persone preferiscono comprare rapidamente, cercare rapidamente, ecc.
Ma, se ci pensiamo, questa logica diviene rilevante quando cerchiamo convenienza, non significato. Se cerchiamo una religione conveniente, nessuno consiglierebbe l’ebraismo, ma se parliamo di significato, le cose allora cambiano sensibilmente.
La domanda del rashà nella haggadà di Pesach è una domanda molto rilevante per la generazione attuale. Abbiamo visto gli elementi che secondo l’interpretazione tradizionale stonano nella domanda. Rav Sacks nell’ultima parte del suo testo fornisce una sua risposta alla domanda del rashà, e nuovamente ritengo che sia opportuno soffermarsi e ragionare sulle sue parole. Credo che in questa risposta siano celati vari elementi significativi, anzitutto sul rapporto fra gli osservanti e i non osservanti. Le comunità ebraiche in Italia rischiano sempre di più di dovere affrontare una dolorosa frattura, e riflettere sulle proprie ragioni e su quelle altrui, non può che far bene.
Rapportandosi a questo figlio, riassumo quanto Rav Sacks dice: “figlio mio, hai posto una buona domanda, e ti rispetto per la tua onestà. E’ importante che tu esprima ciò che hai in mente. Non potrò fornire una risposta che porrà fine a tutti i tuoi dubbi, ma posso dire quanto ho imparato nel corso della mia vita: le persone affrontano una dura preparazione per apprendere una professione, per diventare un avvocato, un medico o un economista. L’ebraismo è una dura preparazione, non per una professione, ma per diventare un essere umano, che è più di questo o quel ruolo. E’ così perché l’ebraismo prende la vita – l’arte di vivere a immagine divina, come una cosa tremendamente seria.
Gli antichi egizi schiavizzano intere popolazioni per costruire edifici monumentali, piramidi, templi, palazzi. Consideravano quegli edifici uno scopo, e le vite delle masse dei lavoratori come un mezzo. Gli ebrei pensavano esattamente il contrario: gli edifici sono un mezzo per perseguire un fine. Ciò che davvero importa sono le vite, che sono sacre.
I greci si contraddistinguevano per produzioni artistiche sublimi. Gli ebrei credono che la vita sia un’arte. Mentre l’artista cerca di perfezionare le proprie tecniche, noi spendiamo il nostro tempo a perfezionare le nostre vite.
Gli egiziani e i greci hanno prodotto grandissime civiltà e immortali capolavori architettonici e artistici, ma non hanno tenuto in considerazione la vita come hanno fatto gli ebrei. L’ebraismo è difficile perché la libertà è difficile, e Pesach, la festa della libertà, di conseguenza è difficile.
La libertà può essere affrontata da due prospettive differenti, quella del collettivismo e dell’individualismo. Il collettivismo ha prodotto le peggiori tirannie della storia, non solo si tempi di Moshè, ma anche nel ventesimo secolo, e anche oggi.
L’individualismo presenta il pericolo opposto. Quando l’individuo mette il proprio interesse prima del bene comune, la società collassa. Si può prevedere in anticipo quando una società sta per scomparire in base ad indicatori ben precisi, il perseguimento del piacere immediato, l’affievolirsi della solidarietà sociale, l’allargarsi della forbice fra ricchi e poveri, una maggiore auto-indulgenza e una minore moralità.
Lo storico Paul Johnson ritiene che l’elemento che più lo ha impressionato, studiando le vicende del popolo ebraico, è il bilanciamento fra responsabilità personale e collettiva.
Pesach è un’esperienza individuale di liberazione, ma è anche la storia del nostro popolo. L’ebraismo è al contempo Io e Noi. Senza dire la nostra, senza incoraggiare il dibattito e la discussione, fornendo nuove interpretazioni a testi millenari, perderemmo l’Io. Senza la halakhà, il codice che ci ha unito nei secoli e nei continenti, perderemmo il Noi.
Sì, è un duro lavoro, ma un ebraismo più facile e meno esigente non è ciò di cui abbiamo bisogno. Ciò che costa meno, vale meno. Dobbiamo trovare il modo di mostrare come l’ebraismo ci renda grandi. Allora non ci si chiederà più chi ci ha fatto fare questa faticaccia. Un atleta che vince l’oro alle Olimpiadi o uno scienziato che fa una grande scoperta non si è mai posto questa domanda. La grandezza richiede grande e costante impegno. La sfida per i nostri tempi è comprendere in cosa consista la grandezza nell’ebraismo, a fronte di uno sforzo tanto gravoso. Il resto è commento.
