(basato su una lezione di Rav Baruch Gigi)
II Seder
La Mishnà in massèkhet Meghillà stabilisce, in base a due versetti, che la Hallèl viene recitata unicamente di giorno. La lode di H. deve avvenire alla luce del sole e pubblicamente. Per questo durante l’anno la Hallèl viene recitata sempre di giorno.
Il fatto che di Pèsach per ben due volte, al Bet ha-keneset e durante il Sèder, venga recitata di notte è fonte di stupore. Ma nishtanà ha-layla ha-zè, dal momento che non recitiamo mai l’Hallèl di notte, e questa notte due volte?
Fra i poseqìm emergono due approcci fondamentali:
a) alcuni vedono in questa Hallèl un Hallèl completa e ordinaria, solo che viene recitata in casa, a tavola, interrompendola prima del pasto e completandola dopo di esso. Questo suscita delle obiezioni, perché di solito non ci interrompiamo durante la recitazione dell’Hallèl. Il Rambàn stabilisce che si recita l’Hallèl, nelle varie occasioni durante l’anno, per delle mitzwòt particolari, come la macellazione e il consumo del qorbàn Pèsach (vedi Pesachìm 64a e 95a), l’agitazione del Lulàv, e, secondo l’opinione di Rashì, il consumo della matzà. Secondo questa visione, l’Hallèl del sèder è collegata all’adempimento di una mitzwà, il consumo della matzà e del qorbàn Pèsach quando c’era il santuario, e oggi l’afiqòmen. Dal momento che queste mitzwòt vengono praticate di notte, anche l’Hallèl viene recitata di notte, e dal momento che queste mitzwòt sono legate all’alimentazione e la bocca è “impegnata” il consumo non costituisce interruzione. Per la macellazione del sacrificio o l’agitazione del lulàv non esiste un problema del genere, perché si possono eseguire tali operazioni recitando l’Hallèl. Tuttavia il lato debole nel ragionamento del Rambàn è che dovrebbe essere consentito solo mangiare, e non discorrere di altro, perché costituirebbe un’interruzione. L’origine dell’Hallèl nel bet ha-kèneset sarebbe invece legata a quanto scritto nel cap. 10 della Toseftà: chi non era in grado di recitare l’Hallèl da solo, si recava al bet ha-kèneset per recitare la prima parte, andava a casa e tornava al bet ha-kèneset per la seconda parte. Se la cosa era considerata troppo gravosa, si poteva recitare l’Hallèl intera al bet ha-kèneset prima di andare a casa. In questo modo tuttavia, salta in modo evidente il legame fra l’Hallèl e le mitzwòt della serata.
b) Rav Gigi propone un’altra visione delle cose, basata sull’opinione di Rav Hay Gaon: l’Hallèl del Sèder non è una Hallèl che risponde ai criteri imposti dalla halakhà, ma un canto!
Ci sono varie differenze: l’Hallèl richiede una berakhà e non è possibile interrompersi; il canto è un’esplosione spontanea di gioia. Se pensiamo ad esempio alla storia di Chanukkà, è detto che “l’anno successivo la fissarono per la lode e il ringraziamento”, a dire che quando gli eventi si verificarono vi furono altre manifestazioni di gioia. E’ normale che sia così, quando avviene un evento epocale si lascia spazio alla manifestazione dei propri sentimenti, e solo in un secondo momento troviamo una regolamentazione ordinata. La sera di Pèsach dobbiamo considerarci come se fossimo usciti dall’Egitto noi stessi, e recitare pertanto una Shirà chadashà halleluiah! Non l’Hallèl così come la conosciamo, ma un canto spontaneo, senza una sua berakhà e nel quale possiamo interromperci. Siamo talmente liberi da recitare altri brani, il cosiddetto Hallèl ha-gadòl e recitare Nishmàt kol chay, la cosiddetta birkàt ha-shir. Questa Hallèl è pertanto un’altra cosa rispetto a quella che si recita nel Bet ha-kèneset.
Ma perché la recitiamo? Non è sufficiente quella del mattino nella tefillà? Quello che noi chiamiamo semplicisticamente Pèsach ha in realtà una duplice natura, è sia chag ha-Pèsach che chag ha-matzòt. C’è una grossa differenza, il Chag ha-matzòt inizia alla sera, come Shabbàt. Chag ha-Pèsach rimanda ad una dimensione differente, quella del Bet ha-miqdàsh, dove la notte segue al giorno. La sera del Sèder è l’inizio di chag ha-matzòt, ma al contempo la continuazione e il momento clou di chag ha-Pèsach, quando veniva mangiato il sacrificio.
Ciononostante, potremmo ancora chiederci: perché di notte?
Pèsach è la festa della gheullà, quando H. irrompe sull’Egitto direttamente, senza intermediari, e per Lui giorno o notte cambia poco, anzi la notte diviene giorno! Come scrive il profeta Isaia, quando avverrà la redenzione finale, non ci saranno più i luminari ad illuminare, ma D. stesso! Durante la notte di Pèsach per noi non è notte, ma pieno giorno, un momento perfetto per una lode gioiosa! Che H. possa darci il merito di mangiare nuovamente il qorbàn Pèsach e che possiamo ringraziarlo con un canto nuovo per la redenzione ottenuta. Chag sameàch!
