(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Mentre Moshè sta per abbandonare il palcoscenico della storia, invoca un’alleanza fra D. e il popolo di Israele. Questa non è né la prima, né l’ultima volta che nella Torà troviamo un’alleanza di questo genere, ma questa volta è presente un elemento inedito, mai affermato in precedenza. L’alleanza non comprende solo coloro che erano presenti in quel momento. Si tratta di un patto transgenerazionale. E’ come se dovessimo pensare tutte le generazioni successive abbiano assistito al discorso di commiato di Moshè sulla sponda orientale del Giordano. Tutti hanno avuto parte nella nascita della comunità, è come se avessero firmato il contratto.
Questo non è un aspetto caratteristico e peculiare solo di questo accordo. Siamo spesso sottoposti agli effetti di accordi che non abbiamo sottoscritto. Spesso i governi e le persone stipulano patti che coinvolgono altri. Questo accordo però ha delle profonde ramificazioni, dal momento che crea una nuova entità, il popolo ebraico.
Chi è il popolo ebraico? Tutti gli ebrei del mondo, ma non è solo la somma degli ebrei viventi. Comprende tutti gli ebrei che hanno vissuto e che mai vivranno. L’alleanza comprende esplicitamente tutte le generazioni future, e si applica non solo all’alleanza stessa, ma ai beni intellettuali, spirituali e fisici del popolo ebraico. La terra di Israele viene data collettivamente al popolo ebraico, non solo a coloro che hanno partecipato attivamente alla conquista. Ogni generazione è considerata un custode, non un proprietario, perché il proprietario è l’intera collettività transgenerazionale.
Allo stesso modo la Torà è stata affidata a coloro che erano alle pendici del monte Sinai, ma appartiene a tutto Israele. Un insegnante che si rifiuta di insegnare Torà a un qualsiasi studente ebreo, sta di fatto negando a un erede la sua legittima eredità. Ogni insegnante dovrebbe rendere gli eredi edotti sui propri diritti e dovrebbe renderli consapevoli del valore della loro eredità.
C’è tuttavia un altro aspetto all’interno di questa alleanza. Poiché tutti gli ebrei ne fanno parte, la reciproca responsabilità è una naturale conseguenza. Questo è uno degli aspetti più noti dell’ebraismo. Tuttavia potremmo non cogliere a pieno la portata di questa corresponsabilità, che ha a sua volta dei tratti transgenerazionali.
Il Talmud in massekhet Rosh ha-shanà (32b) riporta una tradizione secondo la quale gli angeli si lamentavano del fatto che il popolo ebraico non reciti l’Hallel di Rosh ha-shanà e Kippur. D. stesso venne in difesa del popolo ebraico, spiegando che Rosh ha-shanà e Kippur sono giorni di giudizio. Come recitare salmi di lode e gioire quando i libri dei viventi e dei morti sono aperti dinnanzi a loro? Non è il momento di gioire. Attenzione, non si parla dei libri della vita e della morte, o dei libri in cui sono registrate tutte le azioni degli uomini in previsione del giudizio, ma dei libri dei viventi e dei morti! Quello dei viventi deve essere certamente aperto, per giudicare ciascuno secondo i propri meriti e le proprie colpe, ma qual è l’utilità del libro dei morti? Pensiamo di trovare qualche novità al suo interno? I morti non sono sottoposti a giudizio in quel momento!
La ghemarà vuole insegnarci che non è così: durante questi giorni i morti, anche coloro che non ci sono più da tanto tempo, vengono giudicati, non per le azioni compiute durante l’anno, ma per l’impatto che hanno esercitato sul mondo che hanno lasciato.
Le azioni della generazione attuale influenzano quindi il giudizio di chi è venuto prima. Con le loro azioni, la generazione attuale può conferire nuovo significato alle esistenze di coloro che la hanno preceduta.
In questo periodo dell’anno, riflettendo sul potere della teshuvà di tramutare il nostro passato, trasformando i nostri errori in occasioni di crescita, dovremmo ragionare anche sul nostro impatto sul passato più lontano. La teshuvà ha la forza di liberarci e di insegnarci delle nuove lezioni. Può stimolarci a creare una nuova relazione con D. A volte i peccati di chi si pente davvero possono diventare dei punti di forza nella nostra identità religiosa.
Può essere paragonato ad una corda che si è staccata e riunita per mezzo di un nodo stretto, che diviene la parte più solida della corda. Questa corda annodata, che rappresenta il rapporto con D., è più corta di prima. La nostra distanza con D. si è ridotta. Ci siamo avvicinati a Lui. In questo processo abbiamo la possibilità di riscattare le opportunità che i nostri antenati non hanno sfruttato, di essere ispirati dalle loro azioni e comportamenti, portando il popolo ebraico ad avvicinarsi al compimento del suo destino collettivo.
