(da un articolo di Rav Ari Kahn – in onore del Bar Mitzwah di Ben Even)
Anche se per molti Torà è sinonimo di legge, sino al capitolo 21 del libro di Shemot non è presente molto diritto. Sino a questo punto l’attenzione, tranne rarissime eccezioni, è rivolta principalmente alla narrativa. Con la parashà di Mishpatim il tono cambia completamente. Vengono presentate numerose norme.
Una di queste norme viene spesso erroneamente considerata l’espressione per eccellenza dei valori del Vecchio Testamento, la cosiddetta “legge del taglione”, occhio per occhio – ‘ain tachat ‘ain, o più letteralmente, anche se ci dice poco, occhio sotto all’occhio.
Troviamo un’espressione simile per esempio quando nasce Shet, figlio di Adamo, che è “tachat Hevel”. La stessa espressione compare quando venne offerto un montone tachat Ytzchaq, nell’episodio della ‘aqedà. Anche in questo caso la traduzione migliore, e più naturale, è quella per cui il montone venne offerto al posto di Ytzchaq.
Qui invece la traduzione spesso citata è occhio per occhio. Questa traduzione è basata su un pregiudizio ideologico, o forse teologico? Chi sente questa frase pensa che come punizione verrà cavato un occhio a chi cava un occhio ad un altro. Bisogna notare però che la legge ebraica non ha mai inteso questa norma in questo modo. Su questo la legge ebraica è inequivocabile. Nessun tribunale ebraico ha mai applicato in questi casi delle punizioni corporali. Ha sempre invece imposto il principio del risarcimento.
Se la legge però è così inequivocabile, perché la formulazione della Torà è così equivoca? Perché non scrivere direttamente che si è tenuti a pagare un risarcimento? Non ci sarebbe nulla di inaudito, altre volte troviamo delle compensazioni monetarie.
Il confronto con altri codici del Medio Oriente antico non fa altro che peggiorare le cose. Il famoso codice di Hammurabi impone la lex talionis, prescrivendo la rimozione dell’occhio.
Nulla di più lontano dalla tradizione ebraica: l’uomo non è altro che un custode del corpo, che appartiene a D. Il problema viene codificato da Shneuer Zalman di Ladi nello Shulchan ‘Arukh ha-rav: anche se una persona conferisce a qualcuno il diritto di picchiarla, questo non potrà procedere.
Ibn Ezrà, basandosi su un’affermazione di Rav Sa’adià Gaon, respinge il principio della legge del taglione su basi tecniche. Se qualcuno ferisce una persona, compromettendone la vista, ma non accecandola, come dovrà regolarsi il tribunale? A rigor di logica dovrebbe compromettere la vista del feritore, ma sarà pressoché impossibile operare con precisione, e quindi con giustizia. Sa’adià Gaon esclude categoricamente che si possa applicare questo modo di ragionare, e quindi questa comprensione del testo è errata. Tuttavia l’argomentazione di Sa’adià Gaon presenta un punto debole: infatti quando il danno è certo, perché consiste nella cecità assoluta, perché non applicare la legge del taglione?
Il Rambam nel Mishnè Torà amplia la prospettiva, fornendo principalmente due ordini di spiegazioni, uno di natura tradizionale, legata al fatto che la norma è sempre stata intesa così, e uno più strettamente strutturale. Nei versi precedenti la Torà aveva descritto un caso simile, quello di una persona allettata in seguito ad un colpo che verrà risarcita per la temporanea inabilità e per le spese mediche.
Il lettore più attento noterà però che questo modo di esprimersi è poco consono rispetto allo stile abituale del Rambam. Normalmente non riporta infatti delle argomentazioni per avvalorare le proprie parole.
Probabilmente però vi è una fonte ad avere spinto Rambam a puntualizzare. Nel trattato di Bavà Qamà (84a) infatti R. Eli’ezer sostiene che il verso vada inteso letteralmente, ma, secondo il Talmud, non dobbiamo intendere letteralmente le sue parole. Non è possibile che R. Eli’ezer vada contro tutti i Tannaim. Anche secondo lui bisogna risarcire in base al valore di un occhio, non del ferito, ma del feritore. La logica è che il feritore dovrebbe riscattare il proprio occhio, di cui dovrebbe essere in realtà privato.
Nella sua grande opera filosofica, la Guida dei perplessi, il Rambam illustra il concetto di punizione in termini differenti. Uno dei cardini della Torà è quello della proporzionalità della pena. Dal crimine deriva una punizione. Tutte le nostre azioni danno luogo a ricompense o punizioni; questo è uno dei principi cardine della nostra fede. Per l’omicidio in qualsiasi caso la proporzionalità viene mantenuta. Quando si ha un danneggiamento si dovrebbe seguire la stessa logica, ma la Torà e il Talmud viaggiano secondo logiche differenti: dal momento che non siamo in grado di comminare una punizione esatta si applica il principio del risarcimento. Questo non significa che il Talmud non sia vero. Ma comprendiamo al contempo che la Torà si esprime in un linguaggio apparentemente non preciso perché persegue degli scopi più alti. Non intende insegnarci solo l’applicazione pratica della legge, vuole anche insegnarci un principio filosofico, mantenuto nel suo linguaggio apparentemente incomprensibile alla luce della pratica. Rambam non è d’accordo con R. Eli’ezer, ma è d’accordo con il sentimento che emerge dalle sue parole: chi cava un occhio dovrebbe pagare con il proprio occhio.
Abbiamo due livelli di verità, un livello celeste e un livello più umano, che prevede una norma differente. La giustizia assoluta viene sacrificata, con l’accordo del cielo, a favore della praticità. Ma questo non vuol dire che possiamo sacrificare il messaggio morale.
Chi si è macchiato di una colpa deve essere consapevole di quale dovrebbe essere la sua punizione. Se la Torà non si fosse espressa avremmo trovato delle persone benestanti pronte a cavare gli occhi dei propri nemici, facendo affidamento sul risarcimento. Questo è ciò che la Torà vuole evitare.
Qualcuno potrebbe pensare che la Torà scritta è barbara, mentre i rabbini erano in cerca di un ebraismo più riflessivo e maturo. La risposta più intuitiva è che ha interpretato male il testo, ma c’è una risposta più elaborata, che la Torà riporta la prospettiva divina, che ci guida verso certi ideali, slegandoli dal nostro mondo.
Secondo il Gaon di Vilna la Torà scritta e quella orale ci paiono in una stridente tensione, ma se le comprendiamo a pieno vediamo come siano armoniose. Sono due parti di un intero. Basta avere l’occhio per cogliere questa realtà.
