La Parashat di Mishpatim, si apre con una congiunzione che racchiude in sé un concetto cardine dell’ebraismo: “Ve-elle ha-mishpatim” — “E questi sono i precetti…”. Quella “Vav” iniziale (che significa “e”) non è un semplice dettaglio grammaticale, ma un ponte sacro che unisce le vette infuocate del Sinai alla concretezza del mercato, della casa e delle relazioni umane. Rashi ci insegna che, proprio come i Dieci Comandamenti sono stati dati sul Sinai, così anche queste leggi civili provengono dalla medesima fonte. Le tavole della legge erano strutturate da due parti speculari: i primi cinque comandamenti, legati al rapporto verticale con Dio, e i restanti cinque, focalizzati sul rapporto orizzontale con il prossimo. La “Vav” congiunge questi due mondi, ricordandoci che la santità non è completa se non scende nei dettagli della società e socialità: Sono religioso ma non mi comporto bene con il prossimo o, viceversa, mi comporto bene ma non sono religioso, distrugge il messaggio divino. Questa discesa del sacro nel quotidiano inizia con l’istruzione di D-o a Mosè: “Queste le leggi che disporrai davanti a loro”. L’atto di “mettere davanti” richiama immediatamente il principio cardine ebraico di: “Ho posto Hashem sempre davanti a me”. La Torah deve essere “posta davanti” agli occhi del popolo affinché diventi il filtro attraverso cui guardare la realtà, un “occhiale sacro”. Tuttavia, il termine Leneghdi nasconde una sfida psicologica immensa: esso significa “davanti a me”, ma anche “contro di me”. Questo ci insegna che lo Shivviti è un atto di dominio della propria volontà.
Come detto nei Pirkei Avot, siamo chiamati ad annullare la nostra volontà davanti alla Sua. Mettere Hashem leneghdi significa che, anche quando i nostri desideri, la nostra logica o le nostre convenienze personali remano “contro” la legge o la giustizia, noi scegliamo di far precedere la Sua volontà alla nostra, riconoscendo in Lui il valore (Shavè-Shivviti) supremo che orienta ogni nostra scelta. Questa legge che viene “disposta davanti” al popolo viene paragonata da Rashi a una tavola apparecchiata. È un’immagine potente che ha ispirato Maran Yosef Karo nel titolare la sua opera monumentale, lo Shulchan Aruch. Egli ha agito come un sapiente cuoco celeste, prendendo il grano grezzo della Ghemara e le complesse discussioni dei Rishonim per tritarli, impastarli e cuocerli attraverso la sua analisi, offrendoci la legge (sefardita) in una forma pronta per essere assimilata. Il Maestro Isserles ha aggiunto la sua visione Ashkenazita, il suo commento, chiamato anche “Mappah-Tovaglia”, rendendo il pasto adatto a ogni tavola d’Israele.
Insegnare la Torah, dunque, non è solo trasmettere dati, ma “cucinare” la sapienza affinché diventi nutrimento. Il legame tra la legge e il cibo è infatti viscerale e bio-spirituale. La Tora afferma che “l’anima risiede nel sangue”, ed il sangue è il ponte tra la materia e lo spirito. Quando mangiamo, avviene un miracolo quotidiano: il cibo fisico viene digerito, entra nel flusso sanguigno e diventa l’energia che permette al nostro cuore di battere. Se il cibo è puro (Kasher), l’energia che ne deriva è raffinata e permette all’anima di risplendere. Se invece il cibo è spiritualmente impuro, si crea quello che i Saggi chiamano Timtum HaLev, un “ottundimento del cuore”. Questo non significa che l’intelligenza logica diminuisca, ma che la sensibilità spirituale si appanna; si diventa sordi al senso profondo e all’emozione della legge. Questa similitudine tra cibo e sapienza divina è ciò che i Saggi chiamano simbolicamente avere la “pancia piena di Shas e Poskim” (Talmud e Leggi). Nel Talmud si racconta di maestri di stazza così imponente che, se si fossero accostati ventre contro ventre, una coppia di buoi avrebbe potuto passare nello spazio sottostante.
Questa immagine iperbolica non celebra la fisicità fine a sé stessa, ma descrive giganti che avevano assimilato la Tora al punto da renderla parte integrante della loro stessa struttura fisica. La loro sapienza non era rimasta “nella testa” come un concetto astratto, ma era scesa “nella pancia”, diventando carne e sangue. La loro interiorità era così vasta da poter contenere e dominare tutte le dinamiche del mondo materiale — simboleggiate proprio da quel bue che attraversa lo spazio tra loro, richiamando lo Shor (il bue) che apre le leggi dei danni in questa Parasha. Allo stesso modo, i Mishpatim — che trattano di denaro e comportamenti sociali — sono la dieta necessaria per l’anima. Quando applichiamo queste leggi con onestà, esse vengono “digerite” dalla nostra coscienza e trasformano la nostra essenza. In questo modo, ogni nostra azione quotidiana diventa un atto sacro. In assenza del Tempio, i Saggi ci ricordano che “il tavolo di un uomo espia per lui come l’Altare”. Sul Mizbe’ach (l’Altare) si trasformava la carne fisica in fumo spirituale; sul nostro tavolo di casa, attraverso le benedizioni, lo studio e la pratica della giustizia, eleviamo la materia a D-o. La Parashat Mishpatim ci invita dunque a vivere con la consapevolezza che la santità del Sinai non è rimasta sulla montagna, ma scorre nelle nostre vene. Quando mettiamo Hashem “davanti a noi”, accettando la Sua volontà anche quando sfida la nostra, trasformiamo il nostro tavolo in un Altare e la nostra vita in una tavola apparecchiata con la luce della verità.
La Tavola stessa dello Shabbat rappresenta l’entrata nel settimo millennio, la Tavola Messianica: “chi cucina prima di Shabbat mangerà di Shabbat”, cioè chi si preparerà Halachichamente ne godrà nel mondo futuro. Cucinare pasti sontuosi per lo Shabbat e per le feste non è un atto di edonismo o ingordigia ma nella Kavvanà si trasforma in atto di forte Spiritualità!
Buon Appetito e…
Shabbat Shalom
