La Parashat di Mikketz, cade quasi sempre durante i giorni di Chanukà. Credo che il legame tra la figura di Yosef e la festa delle luci risieda nel concetto profondo di Identità, espresso attraverso la radice ebraica della parola Ivri ע ב ר י (Ebreo). Vorrei, però, esprimere questo concetto cercando di andare oltre l’etichetta religiosa e affrontarlo come messaggio universale della Torà, come una vera e propria posizione esistenziale partendo dalle semplici, quanto molteplici, accezioni della radice stessa ע ב ר. Cominciamo col dire che L’Ivri è Colui che sta “dall’altra parte. Il termine Ivri compare per la prima volta con Avraham, definito “Avraham HaIvri”. Il Midrash spiega che tutto il mondo stava da una parte e Avraham stava dall’altra. Così verrà anche chiamato Yosef. La radice עבר significa “passare oltre”, “attraversare”. Psicologicamente, l’Ivri è colui che non si lascia definire dal contesto circostante.
Avraham, chiamato l’uomo solo (Echad Haya) era circondato da idolatri, coloro che credevano nell’immobilità di una statua prodotta dall’uomo. Avraham ad Ur, Yosef in Egitto o i Maccabei contro l’ellenizzazione, rappresentano tutti lo status di Ivri, cioè, colui che mantiene la propria essenza integra anche quando la massa spinge verso l’omologazione. Mentre l’Ivri rappresenta il movimento trascendente, il suo opposto psicologico è il Reghel (piede/abitudine). I Maestri insegnano che le luci di Chanukà devono ardere “finché non finisce il movimento del piede dal mercato” (ad shetichle reghel min hashuk. Reghel condivide la radice con Herghel (abitudine). È la fissità, l’automatismo, il “si è sempre fatto così”. L’Ivri rompe l’Herghel. E’ l’intuizione che spezza l’immobilità. Se il Reghel è il conformismo della massa, l’Ivri è la solitudine del pensiero critico. Chanukà celebra proprio questo: la vittoria della qualità (l’identità specifica) sulla quantità (la massa anonima).
Analizzando la radice ע ב ר , scopriamo una mappa per lo sviluppo del Sé, la semantica della crescita.
ע ב ר letto come Avar (Passato) ma anche come Over (Oltrepassare). L’identità ebraica è ancorata nell’Avar (passato), ma non ne è prigioniera. Essere un Ivri significa saper “passare oltre. È la capacità di proiettarsi nel futuro senza perdere le proprie radici. L’identità dell’Ivri si fonda su un paradosso vitale: la capacità di muoversi in avanti senza mai recidere il legame con l’origine. ע ב ר come Ubar (Feto) e Ibbur (Fecondazione/anno embolismico). l’Ivri è colui che è perennemente “generativo”. Nonostante le prove, Yosef “fruttifica” in momenti di sofferenza. La crescita personale richiede che ogni fase della vita sia un Ibbur, una nuova gestazione di un’idea o di una versione superiore di sé stessi. ע ב ר letto anche come termine antitetico che significa sia “Trasgressione” sia “Perdono”: Averah vs. Vayavor. La radice עבר indica sia il peccato (Averah – il travalicare il limite) sia il perdono Divino. Nel linguaggio rabbinico, chi perdona è descritto come “Ma’avir al midotav” (colui che passa sopra alle proprie reazioni o che oltrepassa, in senso positivo, le sue predisposizioni caratteriali). L’Ivri è colui che trasforma la colpa in riparazione. Questo è il messaggio di Chanukà: trasformare l’oscurità nel suo opposto, la materialità rappresentata dallo stoppino in luce spirituale. La sfida greca di Chanukà era proprio l’annullamento delle differenze in nome di una ragione universale che negasse il particolare. Essere un Ivri oggi significa rifiutare di usare il cervello come “massa” e iniziare a usarlo come “individuo”. Significa capire che, sebbene siamo legati all’Avar (passato), la nostra missione è essere Ovèr (andare oltre), restando costantemente Ubar (in stato di crescita e concepimento di nuove realtà). Avraham, Yosef, i Maccabei ed anche la luna di Rosh Hodesh, che anche nel momento del massimo buio sa risorgere, ci insegnano a restare sé stessi dentro il mondo, ma non contro il mondo e in ogni giorno imparare ad andare, in senso positivo, sempre oltre i limiti di noi stessi.
Buon Viaggio!
Shabbat Shalom Hodesh Tov e Hanukka Sameach
