Un aspetto interessante all’interno della parashà di Miqetz è rappresentato dal rapporto a distanza fra Ya’aqov e Yosef. Ya’aqov come è noto non sapeva che dietro al signore dell’Egitto si celasse il figlio scomparso, e pertanto si relaziona a distanza con lui come uno dei potenti della terra. Non era la prima volta che gli capitava, perché già nella parashà di Wayshlach aveva avuto a che fare con il fratello Esav. La strategia presenta una similitudine, poiché in entrambi i casi ritiene opportuno offrire un dono. L’entità del dono però non è neppure lontanamente paragonabile: per Esav (Gn. 32,15) “duecento capre e venti capri, duecento pecore e venti montoni, trenta cammelle allattanti con i loro figli, quaranta vacche e dieci tori, venti asine e dieci puledri”; al signore dell’Egitto invece, quando acconsentì a mandare Byniamin con i fratelli, accogliendo quanto proposto da Yehudà, disse (Gn. 43,11): “Allora dunque, fate così: prendete nel vostro bagaglio dei prodotti migliori del paese, e portate un regalo a quell’uomo; un po’ di balsamo, un po’ di miele, aromi, laudano, pistacchi e mandorle”. Rav Nachman spiega il termine zimrat letteralmente, come canto: Ya’aqov dice ai figli di portare un po’ del canto della terra di Israele. Il Tur mostra un atteggiamento più realistico, forse sintomatico dei rapporti di forza fra il popolo ebraico e il potere politico della sua epoca: non date al potere politico l’impressione di essere ricchi! Portate un’offerta dignitosa, ma non eccezionale.
Sforno nel suo commento spiega la differenza riferendola alla considerazione di Ya’aqov verso i due antagonisti: quando si vuole fare un dono ad una persona ordinaria è necessario insistere sulla quantità per saziare la vista, e a questa specie apparteneva l’offerta a ‘Esav. In questa circostanza bisogna cambiare tattica: come impressionare uno dei grandi della terra, per il quale il denaro non rappresenta nulla? E’ necessario presentare dei beni rari e in piccola quantità per enfatizzarne la preziosità, e proprio queste sono le offerte che Ya’aqov ha fatto presentare a Yosef. Secondo il Netziv per mezzo di quell’offerta si realizzò il secondo sogno di Yosef, che prevedeva anche la presenza del padre. Secondo Sforno l’offerta, che andava presentata prima di incontrare Yosef, avrebbe permesso ai fratelli di comprendere che aria tirasse. Se avesse ricevuto l’offerta benevolmente, con ogni probabilità avrebbe fatto altrettanto con loro. Il ragionamento di Yaa’qov presenta un parallelismo con il capitolo 13 del libro di Shofetim nel quale viene narrato l’annuncio della nascita di Shimshon per mezzo di un inviato divino. L’inviato apparve inizialmente alla moglie di Manoach e poi a entrambi. In quella circostanza Manoach esprimette il proposito di offrire un capretto all’uomo (che uomo non era), che gli disse che non ne avrebbe mangiato, e di offrire piuttosto un olocausto al Signore. Manoach chiese il nome dell’uomo, esattamente come aveva fatto Ya’aqov con l’angelo, ricevendo la medesima risposta: lammà zè tishal lishmì? – perché chiedi il mio nome? Quando Manoach offrì il sacrificio, l’angelo salì con la fiamma che era sull’altare e non fu più visto. Manoach fu allora assalito dalla paura (Gd. 13,22): certamente morremo perché abbiamo visto D.! Ma la moglie ribatté (Gd. 13,23): “Ma se il Signore avesse voluto farci morire non avrebbe accettato olocausto e offerta, né ci avrebbe fatto vedere tutto questo, né ci avrebbe dato questo annuncio (della nascita di un figlio)”.
