Rony Akrich — 20 ottobre 2026
Omaggio personale a Rav Léon Ashkenazi, Manitou, zatzal
Vi ho incontrato per la prima volta nel dicembre del 1976. All’epoca ero uno studente e mi prendevo cura di vostro padre, Rav Ashkenazi, già rabbino capo d’Algeria. Fu vostra sorella a presentarvi a me con queste parole: «Ecco il Rav, ecco Manitou, Rav Léon Ashkenazi». Non conoscevo né l’uno né l’altro. Non avevo mai sentito parlare di voi, della vostra storia, del vostro percorso, della vostra opera. A quel tempo ero un militante trotskista dell’estrema sinistra, animato da altre convinzioni, altre letture, altre battaglie. Ci scambiammo soltanto poche parole. Eppure, fu allora che vidi per la prima volta il vostro volto, senza immaginare neppure per un istante quale posto avreste occupato nella mia esistenza.
Tre anni più tardi mi recai in Israele. Lì incontrai Rav Tzvi Yehuda HaCohen Kook, al quale ebbi anch’io occasione di prestare assistenza. Alcuni suoi allievi, saputo che parlavo francese, ritennero assolutamente necessario che vi incontrassi. Mi accompagnarono dunque da voi.
Eravate immerso nello studio. Alzaste gli occhi, mi guardaste e, con quella semplicità che vi caratterizzava, mi diceste: «Ma guarda, sei tu?». Rimasi interdetto. A che cosa vi riferivate? Perché quella familiarità immediata? Mi occorse qualche istante per capire che vi ricordavate del nostro incontro del dicembre 1976. Avevate conservato nella memoria quel giovane studente incrociato tre anni prima. Io non avrei mai immaginato che poteste ricordarvi di me. Cominciammo allora a parlare. E voi sapeste ascoltare. Questa capacità di ascolto rimane, ancora oggi, uno dei ricordi più preziosi che conservo di voi. Sapevate porre le domande giuste. Non cercavate di fornire risposte preconfezionate, tanto meno di imporre certezze. Aprivate strade. Mettevate in discussione ciò che sembrava evidente. Mi inducevate a interrogarmi su ciò che credevo di sapere, su ciò che pensavo di essere, su ciò che cercavo senza riuscire sempre a dargli un nome.
Rav Tzvi Yehuda Kook aveva già cominciato a scuotere le mie certezze e a orientare i miei interrogativi. Voi proseguiste quell’opera a modo vostro, lasciandomi una libertà essenziale: quella di scoprire da solo le risposte alle domande che facevate nascere. Vorrei ricordare anche un particolare che potrebbe sembrare insignificante, ma che non lo era affatto: quel vostro spontaneo darmi del tu, fin dal nostro incontro. C’era in quel gesto qualcosa di profondamente accogliente. Aboliva la distanza senza mai cancellare il rispetto. Ero solo in quel paese, senza famiglia, senza amici, senza conoscenze, senza un vero punto di riferimento. Ero venuto per cercare, incontrare, comprendere. Ed ecco che voi mi parlavate come se avessi sempre avuto un posto lì. Mi apriste così delle porte: non soltanto quelle del vostro insegnamento, ma anche quelle di un mondo umano e intellettuale di cui ignoravo ancora la straordinaria ricchezza.
Grazie a voi ebbi modo di incontrare il professor André Neher, la signora Éliane Amado Lévy-Valensi, il professor Beno Gross e tante altre personalità che, ciascuna a suo modo, avrebbero segnato le tappe del mio cammino. Ma ciò che rimane per me incancellabile è il ricordo di un uomo di una statura intellettuale e spirituale quale non avevo mai incontrato prima. Possedevate quella rara capacità di far dialogare universi che tanti altri si ostinavano a tenere separati. In voi, la più profonda conoscenza ebraica conviveva con le scienze, la filosofia, la storia e i grandi interrogativi della modernità. Nulla sembrava estraneo alla vostra riflessione. Passavate da un testo del Maharal a una questione filosofica contemporanea, da una lettura biblica a un problema di civiltà, senza mai cedere alla facilità degli accostamenti artificiosi. E io, che ero così profondamente legato alla filosofia, alle scienze umane, a quell’esigenza di razionalità che aveva alimentato i miei precedenti impegni, scoprivo che non era necessario rinunciare all’intelligenza per entrare nell’universo del pensiero ebraico. Tutt’altro. Mi facevate comprendere che il pensiero ebraico non era un pensiero ripiegato su se stesso, ma un modo particolare di interrogare l’universale, la storia, l’uomo e la sua responsabilità. Non mi avete mai detto esattamente queste parole, ma esse esprimono oggi ciò che ho ricevuto da voi: mi avete aiutato a scoprire l’Ebreo che si nascondeva nell’ebreo che ero.
Non si trattava semplicemente di imparare una lingua, di scoprire dei testi o di riallacciare un legame con una tradizione. Si trattava di far emergere una dimensione del mio essere che ancora ignoravo, un’identità intellettuale ed esistenziale sepolta sotto le certezze della mia educazione, delle mie letture e dei miei impegni. Ricordo anche uno Shabbat che trascorremmo insieme a Kiryat Arba, ospiti di alcuni vostri amici. Dopo i miei primi anni di studi ebraici, avevo avuto l’audacia, forse persino la presunzione, di tenere una lezione sul Maharal di Praga in vostra presenza. Quale arroganza, pensavo, parlare del Maharal davanti a colui che ne aveva fatto una delle fonti principali del proprio insegnamento! Eppure mi ascoltaste. Con pazienza. Con attenzione. Con quella generosità intellettuale che consisteva nel lasciare esistere l’altro, nel permettergli di sviluppare il proprio pensiero, senza cercare di interromperlo per mettere in mostra il proprio sapere. Poi, quando la lezione fu terminata e i partecipanti se ne furono andati, mi diceste che avevo il diritto di insegnare il Maharal di Praga. Che avevo il diritto di prendere la parola. Non potete immaginare che cosa abbiano rappresentato per me quelle poche parole.
Non erano un semplice incoraggiamento. Costituivano un riconoscimento, ma anche una responsabilità. Non mi stavate consegnando un diploma, né conferendo un titolo. Mi riconoscevate il diritto di prendere la parola, di trasmettere, di osare pensare ad alta voce davanti agli altri. Era forse questa una delle vostre più grandi qualità di maestro: non cercavate di plasmare discepoli a vostra immagine, ma di permettere a ciascuno di diventare se stesso. Eppure, a rigore, non sono mai stato un allievo assiduo delle vostre lezioni. Non ho trascorso anni seduto nella vostra aula di studio. Il nostro rapporto si è costruito diversamente, attraverso gli incontri, le conversazioni, le circostanze e gli avvenimenti che hanno attraversato le nostre vite.
Vennero poi momenti infinitamente più dolorosi, quando la malattia vi condusse nel reparto di oncologia in cui lavoravo. Allora facevo dei turni di notte, anche per potermi sedere accanto a voi quando il lavoro mi concedeva qualche istante di tregua. Eravate malato. Soffrivate. Eravate costretto a rimanere a letto. E tuttavia, in quella condizione in cui la fragilità umana si impone con una brutalità che nessun discorso può attenuare, era ancora possibile parlare, ascoltare, interrogarsi, confrontarsi. Di quelle notti conservo un ricordo particolare, quasi impossibile da tradurre in parole. Ci furono parole, forse confidenze, riflessioni, scambi di cui probabilmente nessun altro è mai stato testimone. Momenti che non appartenevano né a un’aula di studio né a una conferenza, e neppure a ciò che abitualmente chiamiamo insegnamento. Appartenevano a quell’incontro fra due esseri umani nel quale le apparenze, le funzioni e i titoli svaniscono davanti alla vulnerabilità dell’esistenza. In quelle occasioni scoprii un’altra dimensione della vostra umanità. E quei ricordi, come tutti gli altri, rimangono impressi nel profondo della mia memoria.
Ancora oggi continuo ad ascoltare le vostre parole. Ritrovo la vostra voce, il vostro accento, il vostro umorismo, i vostri silenzi, le vostre ironie talvolta pungenti, le vostre battute argute, quel modo così particolare che avevate di spostare una domanda per rivelarne improvvisamente la vera portata. Devo peraltro riconoscere che non è sempre facile leggervi in ebraico. Perché, per comprendere pienamente il vostro insegnamento, bisogna conoscere il vostro francese. Bisogna aver ascoltato le vostre intonazioni, colto il vostro umorismo, percepito la vostra saggezza, intuito quell’ironia che attraversava alcune vostre formulazioni. Bisogna conoscere qualcosa dell’uomo per cogliere tutta la ricchezza del suo pensiero. Il vostro insegnamento era troppo multiforme, troppo eclettico, troppo profondamente vivo per poter essere racchiuso in una semplice trascrizione.
Gli anni sono passati. Gli incontri sono diventati ricordi. I maestri che hanno accompagnato la mia esistenza hanno lasciato questo mondo, uno dopo l’altro. Ma continuano ad abitare il mio pensiero, ad alimentare i miei interrogativi, talvolta persino a contestare silenziosamente le mie certezze. Non ho dimenticato Rav Tzvi Yehuda Kook. Non ho dimenticato André Neher, Éliane Amado Lévy-Valensi, Beno Gross, né tanti altri che hanno contribuito a plasmare ciò che sono diventato. E certamente non posso dimenticare voi. Perché appartenete a quella rarissima categoria di uomini la cui influenza non si misura dal numero di lezioni frequentate, né dai libri letti, e neppure dagli anni trascorsi al loro fianco, ma dalla trasformazione interiore che rendono possibile.
In questo giorno di anniversario, vorrei dunque dirvi ancora una volta, per l’ennesima volta, una parola molto semplice: grazie. Grazie per avermi ascoltato quando ancora cercavo la mia strada. Grazie per non aver preteso che rinunciassi a ciò che ero per scoprire ciò che avrei potuto diventare. Grazie per avermi insegnato che le domande autentiche valgono talvolta più delle risposte premature. Grazie per avermi accordato quella fiducia che autorizza un uomo a pensare, a parlare, a insegnare e a trasmettere. E soprattutto, grazie per avermi permesso di scoprire l’Ebreo che si nascondeva nell’ebreo che ero.
Perché, se oggi sono diventato a mia volta un uomo che insegna, che si interroga, che cerca di trasmettere, non è certo per riprodurre le vostre parole o ripetere le vostre risposte. È per cercare di diventare, con tutta la modestia possibile, un tramite, un anello di congiunzione, un canale attraverso il quale altri possano forse scoprire, a loro volta, l’Ebreo che rimane ancora nascosto nell’ebreo che sono. Forse è proprio questo, in definitiva, il vero significato della trasmissione: non fare dell’altro un prolungamento di se stessi, ma permettergli di scoprire ciò che, dentro di lui, attendeva di nascere. Voi siete stato per me uno di quegli uomini che rendono possibile una simile nascita. E per questo la mia riconoscenza non si spegnerà mai.
Che Dio benedica la vostra memoria, Maestro.
L’autore
Rony Akrich è saggista, conferenziere, fondatore dell’Università popolare gratuita di Gerusalemme e Ashdod e docente di historiosofia biblica. Il suo lavoro esplora i legami tra pensiero biblico, filosofia, storia, etica e società contemporanea. Attraverso i suoi scritti e i suoi insegnamenti cerca di far dialogare le fonti ebraiche con il pensiero universale, secondo un approccio fondato sull’interrogazione critica, sulla trasmissione e sulla responsabilità.
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