I Maestri nel trattato Chaghigà (3a) dissero: «(Dio è forse soltanto) “il Dio di Abramo”, e non il Dio di Isacco e di Giacobbe? (Il versetto menziona piuttosto) “il Dio di Abramo” in quanto egli fu il primo dei proseliti. (Abramo fu il primo principe, poiché tutti i convertiti che seguono le sue orme vengono chiamati “i principi dei popoli”, Salmi, 47:9)».
R. Ghedialia Schorr (Polonia, 1910-1979, Brooklyn) in Or Ghedalyahu (p.43) commenta che i Maestri non intendevano dare un racconto storico su chi era il primo proselita. Essi intendevano insegnare che Avraham inventò il proselitismo perché il proselitismo è la forza che una persona ha di sradicarsi dalla sua famiglia e farsi parte d’Israele. Infatti così dissero i Maestri (Yevamòt, 22a): “Un proselita è come un neonato”, poiché chi si converte è considerato, dal punto di vista legale, come un neonato, e tutti i precedenti legami biologici o familiari vengono interrotti. Questa fu un’innovazione di Avraham, e con questo egli diede a tutte le generazioni seguenti la capacità di fare lo stesso.
Nella parashà è scritto: “… e in te si diranno benedette (ve-nivrekhù bekhà) tutte le famiglie della Terra” (Bereshìt, 12:3). Rashì (Troyes, 1040-1105) nel suo commento a questo versetto scrive: “Un uomo dice a suo figlio: «Che tu possa essere come Avraham», ed è così ogni qualvolta che nelle Scritture è scritto ve-nivrekhu bekhà”.
In questo contesto r. Schorr cita r. Shemuel ben Meir (Troyes, 1185-1158) detto Rashbam dalle sue iniziali, nipote di Rashì, che nel suo commento alla Torà scrive che le parole “nivrekhù bekhà” possono essere anche tradotte “verranno innestate in te (tutte le famiglie della Terra)”, come si innesta un ramo in un albero, che sia chiama “havrakhà”. Questo per dire che tutte le famiglie della Terra hanno la possibilità di “innestarsi” nell’albero del nostro patriarca Avraham che fu chiamato “Padre di una moltitudine di nazioni” (Bereshìt, 17:5).
Questo argomento è trattato dal Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) in una sua lettera al proselita ‘Ovadià che gli aveva chiesto se nelle sue tefillòt poteva dire “Nostro Dio e Dio dei nostri padri”, anche se geneticamente i patriarchi Avraham, Yitzchak e Ya’akov non erano “i suoi padri”.
Maimonide rispose a ‘Ovadià affermando che, in quanto convertito, egli ha pieno diritto di utilizzare nelle proprie preghiere espressioni come “nostro Dio” e “Dio dei nostri padri”. Poiché Avraham insegnò il monoteismo e condusse molti sotto le ali della Divinità, chiunque si converta è considerato un discepolo di Avraham e un membro della sua casa. Riguardo a formule come “che ci ha fatto uscire dall’Egitto” o “che ha compiuto miracoli per i nostri padri”, Maimonide osserva che ‘Ovadià può, se lo desidera, modificarle sostituendo il riferimento con “Israele” per una maggiore precisione letterale; tuttavia, non modificarle non costituisce alcuna trasgressione, poiché quei miracoli riguardano tanto i proseliti che si sono uniti al Signore quanto gli altri. Egli cita il libro di Vaykrà (15:15-16) dove è scritto “Vi sarà una sola legge per l’assemblea, sia per voi sia per lo straniero che dimora in mezzo a voi, una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi, così sarà lo straniero davanti al Signore. Ci sarà una stessa legge e una stessa regola per voi e per lo straniero che dimora presso di voi”. Con questa citazione il Maimonide sottolinea che la legge è identica sia per il nativo che per lo straniero. Maimonide conclude questa parte rassicurando ‘Ovadià: “Non considerare la tua origine come inferiore… la tua discendenza deriva da Colui per mezzo della cui parola il mondo è stato creato”.
Il Maimonide aggiunse che la dimostrazione di tutto quello che aveva detto riguardo alle benedizioni nelle quali non doveva cambiarne il testo, era nel trattato Bikurìm (delle primizie) dove la Mishnà insegna che il proselita porta le primizie ma non può leggere il testo della Torà nel quale è scritto “La Terra che il Signore ha giurato ai nostri padri di dare a noi”. Questa mishnà è l’opinione di r. Meir, tuttavia la halakhà non segue la sua opinione ma quella di r. Yehudà che insegna: “Il proselita porta (le primizie) e legge il testo della Torà perché Avraham fu chiamato “Padre di una moltitudine di nazioni”. Il Maimonide conclude dicendo: “Così ti è stato chiarito che bisogna dire «Che ha giurato ai nostri padri» e che Avraham è nostro padre e padre di tutti i giusti che si sono aggregati al Signore per andare nelle Sua strade e questo vale anche per tutte le berakhòt e tefillòt e pertanto non devi cambiare nessun testo”.
