Un omaggio agli eroi delle fattorie agricole, a coloro che, in condizioni estremamente difficili, d’inverno e d’estate, sotto la pioggia e nel caldo torrido, rinunciano alle comodità, ai vicini, alla vita sociale e alla sicurezza, scegliendo di essere parte di qualcosa di grande.
Kalman Liebskind – Makor Rishon – 17 ottobre 2026
Conosciamo Uri Zegdun da quando frequentava la terza media insieme a nostro figlio. Un ragazzo adorabile, animato da una straordinaria determinazione a realizzare grandi cose. Terminati gli studi, si è arruolato in un’unità militare d’élite. Il 7 ottobre, mentre combatteva nel kibbutz Be’eri, sua sorella Rini veniva assassinata al festival Nova. Qualche mese fa, in sua memoria, Uri ha fondato la Fattoria dei Trentacinque (Chavat HaLamed-Heh). Durante i giorni intermedi di Sukkòt siamo andati a trovarlo. Poco dopo il posto di blocco, lungo la strada che dalla pianura costiera conduce a Gush Etzion, si svolta a destra imboccando una pista sterrata e, dopo qualche minuto di viaggio nel bel mezzo del nulla, si arriva a destinazione. Bisogna essere autentici fanatici di un ideale per scegliere di vivere in un luogo del genere, in condizioni simili, e Uri e la sua compagna Tohar corrispondono perfettamente a questa descrizione.
La loro fattoria sorge di fronte al grande villaggio arabo di Surif, a ridosso della barriera di separazione. Uri e Tohar, in un certo senso, sono essi stessi il perimetro di sicurezza. A sud del loro insediamento è sorta un’altra fattoria dedicata alla memoria di uno dei caduti del 7 ottobre: la Fattoria Orot, intitolata al capitano Uri Mordechai Shani, combattente della Brigata Golani e fratello della proprietaria.
Da Zegdun i lavori procedono a pieno ritmo. Si tendono recinzioni, si piantano pali metallici nel terreno e, in mezzo a tutto questo, spicca una piccola tenda bianca, abitazione provvisoria della giovane coppia fondatrice. «Che cosa farete durante l’inverno?», chiediamo con una certa cautela. «Andrà tutto bene», rispondono sorridendo. Per il momento possiedono tredici vitelle, ma coltivano progetti e sogni che vanno ben oltre: una mandria molto più numerosa, diverse attività agricole e un laboratorio artigianale capace di creare posti di lavoro per i giovani della zona. Lo Stato ha affidato loro migliaia di dunam di terreno e loro sono determinati a mettersi all’opera con tutte le proprie energie.
Il progetto delle fattorie agricole, che stanno spuntando come funghi dopo la pioggia, rappresenta la più importante iniziativa sionista di insediamento sviluppatasi qui negli ultimi decenni. Decine di questi avamposti occupano ormai più di un milione di dunam in Giudea e Samaria, nella Valle del Giordano e nelle zone montuose. Assolvono a due obiettivi fondamentali. Il primo è garantire sicurezza, e soprattutto una percezione di sicurezza, in territori segnati dal terrorismo, dal sangue e dalla presenza di nemici. Il secondo consiste nel prendere l’iniziativa, rovesciare la situazione e sconfiggere i palestinesi nella battaglia per il controllo della terra, una battaglia che per molti anni avevano combattuto praticamente da soli.
Da quando è stato presentato il Piano Fayyad, concepito per realizzare uno Stato palestinese sul terreno senza bisogno di una proclamazione formale, gli arabi hanno progressivamente occupato ogni appezzamento disponibile. Attraverso una pianificazione strategica sistematica, finanziata da Paesi stranieri, hanno conquistato dunam dopo dunam.
Mentre il governo israeliano promuoveva la costruzione di quaranta unità abitative a Beit El e attendeva la riunione del Consiglio superiore di pianificazione affinché approvasse il progetto — destinato a produrre un nuovo quartiere tra il negozio di alimentari e la sinagoga, nel cuore dell’insediamento — i palestinesi uscivano dai confini dei loro villaggi e continuavano a costruire senza sosta. Mentre noi investivamo in abitazioni che non contribuivano a consolidare la nostra presenza territoriale, loro ragionavano con cento mosse di anticipo. Costruivano accanto agli insediamenti e in prossimità delle arterie di comunicazione strategiche, facendo tutto il possibile per soffocare ciò che avevamo realizzato. Le fattorie, come dicevo, hanno completamente ribaltato questa logica: invece di avere cinquemila persone che occupano duecento dunam, ora bastano due persone per presidiarne tremila.
E per evitare confusioni, e soprattutto per non consentire ai numerosi nemici degli insediamenti di mescolare le carte, è opportuno chiarire subito un punto. Le fattorie non sono ciò che vedete nei servizi televisivi dedicati agli «ebrei cattivi». Il progetto viene realizzato e sviluppato sotto la supervisione dell’Associazione delle fattorie, in pieno coordinamento con le autorità statali, con la loro approvazione e secondo le loro direttive. L’esercito israeliano autorizza la collocazione di ciascuna fattoria sulla base delle proprie valutazioni. Il Ministero dell’Agricoltura e l’Amministrazione civile concordano con i fondatori le superfici destinate alle coltivazioni e al pascolo. E sì, in questi luoghi si svolge anche uno straordinario lavoro con giovani idealisti che contribuiscono, prestano volontariato, offrono il proprio aiuto e fanno la loro parte in questa benedetta impresa.
Chi desidera comprendere le dimensioni di questa rivoluzione dovrebbe soffermarsi su numeri davvero impressionanti: sommando le superfici di tutte le fattorie agricole si ottiene un’estensione territoriale pari a circa cinque volte quella occupata dall’intero insieme degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria, costruiti con enormi sacrifici, tanto sudore e, sì, anche molto sangue.
Chi percorre, per fare soltanto un esempio, la strada di Alon non può fare a meno di avvertire la differenza. Bandiere israeliane lungo le strade, una fattoria a destra, un’altra a sinistra, fattorie dappertutto. Attraversi territori nei quali un tempo tenevi gli occhi ben aperti, temendo un attentato improvviso, e all’improvviso hai la sensazione di viaggiare a casa tua.
Non molto tempo fa, Shay Maimon, un amico rimasto gravemente ferito nell’attentato in cui fu ucciso Malachi Rosenfeld, mi ha detto che oggi quell’attacco non avrebbe potuto verificarsi nelle stesse modalità. La libertà di movimento di cui godevano i terroristi, che potevano spostarsi indisturbati dal luogo in cui abitavano a quello dell’attentato e poi tornare indietro, non sarebbe più possibile. Oggi non si può percorrere quella strada senza incontrare un punto di insediamento ebraico.
Se per anni gli ebrei si sentivano al sicuro all’interno dei propri insediamenti, ma appena oltrepassavano il cancello sorvegliato avevano l’impressione di entrare in una terra straniera, ostile e minacciosa, oggi la situazione si è completamente capovolta. Gli arabi vivono nei loro villaggi e, quando ne escono, in molte zone entrano in un territorio ebraico. In questo territorio ebraico non ci saranno costruzioni palestinesi illegali. In questo territorio ebraico non ci sarà spazio per il Piano Fayyad. In questo territorio ebraico non proseguirà l’occupazione ostile della terra. In questo territorio ebraico i cittadini israeliani, con i colori bianco e azzurro della loro bandiera, possono finalmente muoversi con una sicurezza mai conosciuta prima.
Prendiamo la Fattoria Avichai, fondata da Eitan e Adi Melet e intitolata all’ex rabbino capo militare, il generale di brigata rav Avichai Rontzki, di benedetta memoria, padre di Adi. Anche questa fattoria controlla alcune migliaia di dunam e sorge lungo la barriera di separazione, di fronte a Rosh HaAyin.
Eitan mi accompagna in automobile fino a un punto della recinzione. «È qui», mi indica, «che i terroristi responsabili del sanguinoso attentato di Elad, alcuni anni fa, tagliarono quella che avrebbe dovuto essere una barriera di sicurezza, entrando senza incontrare alcun ostacolo». La recinzione non è «intelligente» e, se una pattuglia dell’esercito non si imbatte casualmente in qualcuno che tenta di attraversarla, le conseguenze possono essere gravissime.
Ora, almeno in questo settore, le probabilità che qualcosa del genere si ripeta sono diminuite drasticamente. Eitan Melet, comandante di compagnia di fanteria nella riserva, percorre il territorio insieme ai suoi ragazzi, e nessun veicolo può attraversare indisturbato la zona affidata alla sua sorveglianza senza che qualcuno se ne accorga.
Recentemente ha fondato anche la Fattoria Benayahu, una sorta di avamposto avanzato che vigila da vicino sulla barriera. Basta osservarlo mentre pattuglia il territorio affidatogli, quello che separa Deir Ballut dalla vicina città israeliana, per comprendere che agli abitanti di Rosh HaAyin converrebbe finanziare Melet e la sua attività piuttosto che pagare un veicolo di pattuglia incaricato di percorrere le strade del loro quartiere.
In un periodo in cui sentiamo parlare di agricoltori schiacciati dalle difficoltà economiche, che raccontano quanto sia arduo guadagnarsi da vivere lavorando la terra e osservano con amarezza che l’età media degli agricoltori israeliani si sta avvicinando a quella pensionabile, le fattorie di Giudea e Samaria hanno restituito all’agricoltura il carattere di un’attività piena di vitalità, creatività e prospettive di sviluppo. Litchi e datteri, pomodori e olive, uva e aziende vinicole, bovini e ovini: chiunque ami il lavoro della terra può percorrere questi luoghi e lasciarsi conquistare da una fioritura sionista capace di riempire il cuore di gioia.
Di questa trasformazione ha merito il governo israeliano, e in particolare i ministri Bezalel Smotrich e Orit Strock. Ne ha merito l’esercito israeliano, dal capo di Stato maggiore Eyal Zamir al comandante del Comando centrale Avi Bluth, fino ai comandanti di brigata alle sue dipendenze. E, per riconoscere il giusto merito anche a chi li ha preceduti, voglio ricordare che in due fattorie storiche che ho visitato i fondatori mi hanno raccontato che il primo comandante del Comando centrale ad aver compreso il grande contributo che queste realtà potevano offrire fu Roni Numa, mentre in un’altra fattoria il proprietario ha attribuito questo riconoscimento a Yehuda Fuchs.
Il mio amico Moshe Meirsdorf ha ricordato recentemente, proprio su queste pagine, quanto rapidamente ci abituiamo ai miracoli. Fino a non molto tempo fa, insediamenti e quartieri venivano demoliti in seguito a ordinanze dell’Alta Corte di Giustizia. Ogni bambino ricorda le battaglie intorno a Migron, Amona e Netiv HaAvot: nove case da una parte, mezza strada dall’altra.
E oggi? Oggi entri in una riunione e ne esci trovando sul telefono una notifica che annuncia la nascita di due nuovi insediamenti. Vai a pranzo e, quando torni, ne è stato annunciato un altro. E non si tratta di insediamenti esistenti soltanto sulla carta, ma di realtà che si possono vedere concretamente sul terreno.
Quando mai, nella nostra storia, abbiamo vissuto un periodo simile? Come siamo arrivati a lasciarci alle spalle i tempi in cui una richiesta di costruire venti abitazioni a Gerusalemme provocava un grido d’allarme su Haaretz, seguito da una dura reazione dell’amministrazione americana, che costringeva il primo ministro israeliano a scervellarsi per capire come uscire dalla crisi?
Ci siamo abituati molto rapidamente alle cose positive, ha giustamente osservato Meirsdorf. E queste conquiste non riguardano soltanto gli abitanti della Giudea e Samaria, così come la difesa delle recinzioni di Gaza non riguardava esclusivamente gli abitanti di Nir Oz. Gli arabi della Striscia di Gaza hanno sfondato la porta d’ingresso del Negev occidentale, così come gli arabi della Giudea e Samaria potrebbero sfondare quella che conduce a Kiryat Gat, a Kfar Saba o nella Valle di Hefer.
Gli eroi delle fattorie meritano il nostro omaggio per il modo in cui presidiano questa frontiera della sicurezza nazionale. In condizioni estremamente difficili, d’inverno e d’estate, sotto la pioggia e nel caldo torrido, rinunciano alle comodità, ai vicini, alla vita sociale e alla sicurezza, scegliendo un lavoro manuale duro e incessante, nella consapevolezza di essere parte di qualcosa di grande.
Ogni cittadino che conosce e apprezza il movimento degli insediamenti, ogni israeliano che insegna ai propri figli la storia del sionismo, dovrebbe fare lo sforzo di andare a vedere con i propri occhi il miracolo che queste persone stanno realizzando. Vedere e partecipare.
Più di 25.000 persone donano ogni mese diciotto shekel a questo progetto, per sentirsi parte dell’impresa. Io mi sono unito a loro. Cercate su Google «Keren HaChavot» — il Fondo delle fattorie — e venite anche voi a dare una mano.
https://www.makorrishon.co.il/news/settlement/article/381728
