Shimshon HaKohen Nadel – Tradition Online – Ottobre 2026
La Torà e la scienza di rav Moshe Dovid Tendler, nel quinto anniversario della sua scomparsa
Rav Moshe Dovid Tendler, di benedetta memoria (zt”l), fu molte cose: un posek, ossia un decisore halakhico, e un professore; un rosh yeshivà con un dottorato in microbiologia; un rabbino di sinagoga e uno scienziato. Per rav Tendler, tuttavia, questi ruoli non comportavano alcun conflitto o contraddizione. Convivevano in perfetta armonia, esprimendo il suo approccio integrato alla Torà e alla scienza (Torà u-Madda).
Durante il funerale di rav Tendler, il presidente della Yeshiva University, rav e dottor Ari Berman, espresse nel modo più efficace questa visione: «Nel mondo della Torà u-Madda, rav Tendler eliminò la vav e integrò pienamente entrambi gli aspetti nella propria vita». Come spiegò ancora rav Berman, non era «un rosh yeshivà che per caso era anche un biologo, né un biologo che per caso era anche un rosh yeshivà». La sua era una «storia olistica e una vita organica»: quella di una persona capace di intrecciare competenze, interessi, passioni e ambizioni differenti in un’unica storia coerente, vivendo pienamente come autentico servitore di Dio (eved Hashem).
Rav Tendler entrò nelle sacre aule della Yeshiva University nel 1939, all’età di tredici anni, e, come amava dire lui stesso, «non ne uscì mai». Il motto dell’istituzione, Torà u-Madda, divenne il suo personale principio guida, destinato a orientare tutta la sua attività. Scherzava spesso, tuttavia, dicendo che avrebbe dovuto esserci «più scienza nelle lezioni di Torà e più Torà nelle lezioni di scienza!». Portava la scienza nella Beit Midrash, la casa dello studio, e la Torà in laboratorio. Le complesse sugyot, le questioni talmudiche, venivano illuminate attraverso le conoscenze scientifiche, mentre le sue lezioni di biologia erano disseminate di citazioni dei Maestri della tradizione rabbinica (Chazal). Si trovava altrettanto a suo agio nel citare Galeno quanto nel richiamarsi a Maimonide, il Rambam.
I sette rami della sapienza
Nel gennaio del 2011 organizzai una conferenza di rav Tendler nella mia comunità di Har Nof. Il titolo della serata era «La scienza al servizio della Halakhà: lezioni sulla fede nei Maestri della tradizione rabbinica (Emunat Chazal)». A posteriori, mi sembra una descrizione particolarmente appropriata del suo approccio alla Torà e alla scienza.
Rav Tendler iniziò citando un commento del Netziv al precetto secondo cui tutti e sette i bracci della Menorà devono illuminare la sua parte centrale (Numeri 8,2). Il Netziv scrive che la «Torà orale comprende i sette rami della sapienza, perché senza la conoscenza di tutti questi ambiti è impossibile giungere a comprendere alcuni aspetti fondamentali della Torà».
Secondo il Netziv, i sette bracci della Menorà simboleggiano le diverse discipline del sapere umano, poste al servizio della Torà. Ciascuna proietta sulla Torà una luce particolare, contribuendo a una comprensione più profonda, completa, ricca e precisa della parola divina. Questi rami della sapienza non sono separati dalla Torà: la loro luce è diretta verso di essa, per illuminarne e arricchirne lo studio.
Rav Tendler attribuiva questa interpretazione al Gaon di Vilna. Non sorprende, poiché gli stessi figli del Gaon attestano che «all’età di dodici anni aveva già padroneggiato i sette rami del sapere profano». Uno dei suoi discepoli più vicini, rav Yisrael di Shklov, scrive: «Il Gaon di Vilna spiegava che tutte le conoscenze profane sono indispensabili alla nostra santa Torà e sono comprese in essa. Affermava di aver padroneggiato tutti i rami del sapere profano, compresi l’algebra, la trigonometria, la geometria e la musica». (1)
Nella prefazione alla sua traduzione ebraica degli Elementi di Euclide, rav Baruch Schick di Shklov riferisce: «Ho sentito dalle sue sante labbra [quelle del Gaon di Vilna] che, nella misura in cui una persona è carente nelle conoscenze profane, sarà carente cento volte tanto nello studio della Torà, perché Torà e sapienza sono strettamente legate». Aggiunge che il Gaon gli aveva «ordinato» di «tradurre in ebraico la maggior quantità possibile di conoscenze profane», affinché tali testi diventassero accessibili agli ebrei. (2)
Come il Gaon di Vilna, anche rav Tendler riteneva che una conoscenza approfondita della scienza e della realtà concreta (metziut) fosse indispensabile per comprendere la Torà e adempiere alle sue mitzvot, i precetti. Citava spesso l’esempio di Rav, che trascorse diciotto mesi tra i pastori per studiare quali difetti degli animali fossero destinati a guarire e quali fossero permanenti (Sanhedrin 5b). Ricordava inoltre che rabbi Zeira esitava a pronunciarsi su questioni relative alla purezza familiare senza possedere le necessarie conoscenze fisiologiche (Niddà 20b). Richiamava infine il rimprovero del Talmud nei confronti di chi sa calcolare il calendario sulla base dell’astronomia e delle costellazioni, ma non lo fa, benché tali calcoli siano considerati una mitzvà, un precetto (Shabbat 75a).
La scienza come requisito indispensabile per il posek
La Torà di rav Tendler era una Torat Chayim, una Torà della vita: un ebraismo vivo, capace di confrontarsi con il mondo moderno e di affrontarne le sfide. «Anche tra le nazioni si trova sapienza» (Ekhà Rabbà 2,13) e, per rav Tendler, una comprensione approfondita di tale sapere costituiva una condizione imprescindibile per decidere in materia di Halakhà.
Rav Tendler fu, naturalmente, una risorsa inestimabile per suo suocero, rav Moshe Feinstein, di benedetta memoria. Quando a rav Moshe venivano sottoposti quesiti medici o questioni riguardanti le innovazioni scientifiche e tecnologiche, egli si rivolgeva all’amato genero. Rav Tendler collaborò strettamente con lui nell’elaborazione di decisioni halakhiche fondamentali ed è citato in numerose teshuvot, responsi rabbinici, raccolte negli Iggerot Moshe, dove fornì le informazioni mediche e scientifiche necessarie per risolvere questioni particolarmente complesse.
Eminente posek a sua volta e pioniere nel campo della Halakhà medica, rav Tendler si pronunciò sulle questioni più difficili e delicate: i casi complessi di pikkuach nefesh, la salvaguardia della vita; le problematiche relative alla fine dell’esistenza; la donazione degli organi; le donne agunot, legate a matrimoni dai quali non possono liberarsi perché il marito non concede il divorzio religioso; l’aborto; la circoncisione; e la medicina della riproduzione.
Affrontò tutte queste questioni con precisione chirurgica e un profondo senso di responsabilità. Era un’autorità dalla grande solidità intellettuale, capace di assumersi responsabilità gravose, conquistando la fiducia di una comunità molto ampia e ottenendo il riconoscimento di massimo esperto nel suo campo.
Oltre a introdurre la scienza nella Beit Midrash, rav Tendler mise le proprie conoscenze al servizio dell’umanità. Nel 1963 pubblicò, insieme al medico ricercatore dottor Samuel Korman, sulla rivista Nature, i risultati di uno studio relativo alla «Refuin», un farmaco sperimentale antitumorale prodotto da un microrganismo termofilo, capace cioè di vivere ad alte temperature.
Un articolo della rivista Time descrisse la scoperta del dottor Moses D. Tendler come circondata da un’aura quasi romantica, poiché egli trascorreva soltanto una parte del proprio tempo in laboratorio, dedicando il resto allo studio del Talmud. Neppure Time poteva ignorare un simile Kiddush Hashem, una santificazione del Nome divino!
Conciliare Torà e scienza
Nelle sue conferenze e nelle sue lezioni di Torà (shiurim), rav Tendler affrontava e conciliava con grande finezza gli apparenti conflitti tra scienza e fede: l’evoluzione, l’età dell’universo e il creazionismo. Propose spiegazioni scientifiche dell’apertura del Mar Rosso e della classificazione, nella Torà, dell’arnevet e dello shafan tra gli animali ruminanti.
Suggerì inoltre che lo shamir, lo strumento misterioso impiegato per incidere i nomi delle tribù sulle pietre del pettorale del Sommo Sacerdote (Sotà 48b e Rashi, ad loc.), potesse essere una lumaca del genere Euchondrus. Questo mollusco raschia il calcare per raggiungere i licheni che crescono sotto la superficie della roccia. L’ipotesi si basava sulle ricerche condotte da rav Tendler nel deserto del Sinai prima degli accordi di Camp David.
Rav Tendler si confrontò anche con le questioni relative alle conoscenze scientifiche dei Maestri della tradizione rabbinica (Chazal). Tra queste figuravano il caso, riportato nella Mishnà, di un topo composto per metà di carne e per metà di terra (Chullin 9,6) e quello di un animale privo di reni, la cui sopravvivenza viene presa in esame nello stesso trattato (3,2).
A questo proposito richiamava gli scrittori greci e romani che si erano occupati del mondo naturale, da Aristotele a Diodoro Siculo, da Ovidio a Plinio il Vecchio e a Eliano, nelle cui opere si trovano descrizioni di creature analoghe.
Per rav Tendler, queste apparenti incongruenze non costituivano un attacco a Chazal, poiché i Maestri si erano semplicemente basati sulle conoscenze scientifiche della loro epoca, proprio come facciamo noi oggi. I Geonim e i Rishonim, le autorità rabbiniche dei periodi successivi alla conclusione del Talmud e quelle medievali, avevano già stabilito che non siamo obbligati a seguire le indicazioni mediche del Talmud quando esse non risultano più conformi alle conoscenze della medicina contemporanea.
Rav Tendler esigeva onestà intellettuale. Sosteneva con fermezza che la realtà scientifica non fosse cambiata dai tempi di Chazal: era cambiata, piuttosto, la nostra comprensione di essa.
Per esempio, i Maestri avevano permesso di uccidere i pidocchi durante lo Shabbat, poiché ritenevano che si generassero spontaneamente. Rav Tendler citava rabbi Yitzhak Lampronti, rabbino e medico italiano del XVIII secolo, che, alla luce delle scoperte rese possibili dal microscopio, sostenne che, date le conoscenze ormai acquisite sulla riproduzione dei pidocchi, non fosse più consentito ucciderli durante lo Shabbat.
Dall’utilità alla meraviglia
La verità è, tuttavia, che la concezione della Torà e della scienza di rav Tendler non aveva una finalità esclusivamente pratica. La scienza non serve soltanto a fornire al posek informazioni e dati. Rav Tendler riconosceva nello studio e nell’apprezzamento della meravigliosa creazione divina un valore religioso intrinseco.
Secondo il Rambam, si adempiono i precetti di amare e temere Dio quando si «contemplano le Sue opere e le Sue creature, grandi e meravigliose, e si riconosce la Sua sapienza infinita, che supera ogni possibilità di confronto» (Yesodei HaTorà 2,2).
Esplorando le profondità del mondo naturale, si giunge a un apprezzamento più profondo del suo Creatore. Quando si trovava in Israele, rav Tendler amava visitare lo zoo biblico e l’acquario di Gerusalemme, dove si meravigliava della varietà e della complessità del mondo naturale. Per lui, la scienza non privava la creazione del suo carattere meraviglioso: rivelava, al contrario, quanto essa fosse davvero straordinaria. Come era solito osservare: «Madre Natura ha un Padre».
Una Mishnà spesso citata da rav Tendler esprime perfettamente l’armonia tra la Torà e l’apprezzamento del mondo naturale:
«Rabbi Shimon dice: Se una persona sta studiando mentre cammina per strada, interrompe il suo studio e dice: “Quanto è bello quest’albero! Quanto è bello questo campo!”, la Scrittura glielo imputa come se avesse messo in pericolo la propria vita» (Avot 3,7).
«Che cosa ha fatto di sbagliato?», chiedeva rav Tendler.
Il personaggio descritto nella Mishnà si è fermato e ha notato la bellezza che lo circonda. Ha lodato la creazione. Sono certamente gesti dotati di valore religioso. Per rav Tendler, il problema risiedeva nel fatto che quella persona «interrompe il suo studio». Depone il proprio sefer, il libro sacro, per guardare l’albero o il campo, come se avesse abbandonato un mondo per entrare in un altro. Crea un conflitto laddove non esiste alcun conflitto.
Il problema non consiste nel vedere l’albero, ma nell’immaginare che la sua bellezza sia estranea alla Torà che si stava studiando.
Rav Tendler rifiutava una concezione frammentata della personalità religiosa. Riteneva che una persona potesse passare dalla Ghemarà al microscopio, da un responsum halakhico a un trattato di medicina, senza per questo allontanarsi dalla presenza di Dio.
Nel suo studio classico Torah u-Madda, rav Norman Lamm avverte che «i punti d’incontro tra Torà e scienza non sono sempre chiari; anzi, il più delle volte sono sfuggenti e indeterminati». (3)
Per rav Tendler, invece, non era così. Quando entrava nel laboratorio scientifico, non interrompeva il proprio studio. Non deponeva il sefer. Si limitava a voltare pagina.
Shimshon HaKohen Nadel è rabbino della Beit Knesset Dati-Leumi di Har Nof e dirige il kollel Sinai.
Note
(1) Si veda l’introduzione a Adderet Eliyahu, per il commento dei figli del Gaon; rav Yisrael di Shklov, Pe’at ha-Shulchan, 5a.
(2) Rav Baruch Schick di Shklov, introduzione a Sefer Uklidos (L’Aia, 1780).
(3) Norman Lamm, Torah Umadda: The Encounter of Religious Learning and Worldly Knowledge in the Jewish Tradition (Maggid Books, 2020), p. 10.
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