“Disse R. Abba bar Avinà: perché mai si parla della morte di Miriam nella Parashat Chuqqat subito dopo le ceneri della vacca rossa? Per insegnarci che come le ceneri della vacca rossa espiano, così la morte dei giusti espia il peccato di tutti. Disse R. Yudan: perché mai si parla della morte di Aharon nella Parashat ‘Eqev (Devarim 10,6) dove si menziona la rottura delle Tavole della Legge da parte di Moshe? Per insegnarci che la morte dei giusti è uno scoglio dinanzi al S.B. come la rottura delle Tavole. Disse R. Chiyyà bar Abba: e perché mai nella Parashat Acharè Mot si parla della morte dei figli di Aharon nel contesto di Yom Kippur, sebbene sia avvenuta il 1° Nissan? Per insegnarci che come Yom Kippur espia, così la morte dei giusti espia il peccato di tutti” (Wayqrà Rabbà 20,12; Yer. Yomà 1,1).
Perché il giusto muore? E’ questo un interrogativo spinoso. Dovrebbe essere interesse di tutti che i più meritevoli, coloro che dànno l’esempio agli altri, godano di vita eterna. Eppure non è così. Il Midrash riporta tre risposte diverse a questa domanda. L’idea di fondo è che la morte del giusto serve ad espiare i peccati degli altri. Per la prima opinione la morte del giusto va paragonata alle ceneri della vacca rossa, che servono a purificare coloro che sono entrati in contatto con salme. Allo stesso modo –sostiene R. Abba- la morte dei giusti espia indiscriminatamente per tutti. Per quale motivo? Così ha voluto H.: come la prescrizione delle ceneri non è comprensibile, così la morte del giusto resta a sua volta un mistero, una decisione insondabile per la mente umana.
Diversa è l’opinione di R. Chiyyà. Egli paragona la morte del giusto a Yom Kippur. E’ noto che il giorno di Kippur espia solo per chi ha fatto Teshuvah. Secondo questo Maestro anche la morte del giusto espia nella misura in cui spinge gli altri a riflettere sull’umana sorte e a fare Teshuvah. Ma il più interessante dei tre resta il pensiero di R. Yudan. Questi non ci dà una soluzione consolatoria. Al contrario: ci dice che la morte del giusto è un problema anche per il S.B. Cosa c’entra con la rottura delle Tavole? La risposta è affascinante. Come Moshe ha rotto le Tavole, opera di D., per alleggerire la responsabilità dei Figli d’Israele a seguito del Vitello d’Oro, così il giusto viene tolto di mezzo per facilitare la via e lasciare il posto a chi è meno giusto di lui: l’individuo “medio” che altrimenti resterebbe in ombra per sempre e, proprio perché non regge il confronto con il giusto, passerebbe forse addirittura per un malvagio (R. Yonatan Eibeschuetz, Ya’arot Devàsh, n. 4)!
Chi sono i giusti di cui stiamo parlando, che prima o poi scompaiono davanti a noi? I nostri genitori. Essi muoiono ancorché ai nostri occhi essi siano da considerarsi i giusti per definizione, se non altro perché ci hanno dato la vita e non possiamo noi ammettere di reggere al confronto. I genitori muoiono affinché noi figli prendiamo il loro posto: che ci sentiamo o non ci sentiamo all’altezza di chi ci ha preceduti. La morte dei genitori deve spingerci a interrogarci sul nostro ruolo, sulla raccolta del testimone da parte nostra. E’ un’occasione che non possiamo perdere.
Molto si discute oggi sul rapporto padri-figli. Spesso si sente dire che la globalizzazione e internet hanno sovvertito questa relazione introducendo modalità completamente inedite, sconvolgendo il passato. Non è ora il momento per approfondire, ma non so se sia del tutto vero. Il settimo capitolo di Qohelet ci avverte di usare prudenza. “Non dire: com’è che i tempi antichi erano migliori di questi? Perché non sarebbe una domanda intelligente” (v. 10). Non è affatto detto che i problemi che abbiamo noi oggi non esistessero nelle passate generazioni e che certe situazioni fossero più facilmente gestibili un tempo.
Il verso precedente di Qohelet recitava: “Non essere precipitoso nel tuo animo all’ira, perché l’ira si annida in seno agli stolti” (v. 9). I nostri Maestri insistono sulla gravità dell’ira e del risentimento. L’ira spersonalizza l’uomo, lo soggioga al suo istinto cattivo al punto di condurlo alla vendetta verso il prossimo e persino all’idolatria. “Uno spirito paziente è meglio di uno spirito altero” (v. 8). E’ meglio colui che difficilmente si adira, anche se poi difficilmente si placa, rispetto a colui che facilmente si adira anche se poi facilmente si placa (Sforno; cfr. Pirqè Avot 5,11).
C’è peraltro un caso in cui un po’ di risentimento è benvenuto. Quello che dobbiamo manifestare di fronte a un comportamento sbagliato dei nostri figli. In questo caso, afferma il Qohelet, “è meglio prendersela che riderci sopra” (v. 3). Il Midrash mette in relazione questo insegnamento con Adoniyah, il figlio del re David che si era ribellato al padre proprio perché quest’ultimo aveva l’abitudine di minimizzare le sue mascalzonate, anziché cercare di correggerle (Qohelet Rabbà 7,10; Rashì; 1Melakhim 1,6 e comm.). Alla fine Adoniyah fu ucciso per questo. Se David fosse intervenuto per tempo, avrebbe di certo salvato suo figlio.
Questa capacità di intervento dipende però da una cosa. Che i padri si rendano conto degli errori dei figli. Ovvero che non siano i padri per primi a commettere gli stessi errori. Noi ebrei abbiamo un’ancora di salvataggio: lo studio della Torah, che ci insegna come dobbiamo comportarci e ci mostra la via da seguire. Per questo i nostri Maestri insegnano che il S.B. è disposto a transigere anche alle trasgressioni più gravi, ma non a condonare chi abbandona o trascura lo studio della Torah (Yer. Chaghigah 1,7). Ne va del nostro futuro di Ebrei e di esseri umani. Molto già facciamo: che il S.B. premi i nostri sforzi! Ma se anche lo Studio non fosse alla nostra portata, non ci resta che la Tefillah. Preghiamo che Egli “faccia tornare il cuore dei padri ai figli e il cuore dei figli ai loro padri” (Malakhì 3,24), ci conduca con pazienza sulla via della Teshuvah, ci giudichi con benevolenza e ci dia un nuovo anno di salute e serenità. Gmar Chatimah Tovah. Le-shanim rabbot, tovot u-mtuqqanot.
