(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Se volessimo individuare il filo conduttore della parashà Ki tavò dovremmo riconoscerlo nella gioia, concetto che compare a più riprese all’interno della parashà, collegando temi apparentemente distanti e indipendenti fra di loro.
L’ultimo riferimento è probabilmente quello più istruttivo. Come è noto la parashà di Ki tavò contiene un lungo rimprovero, dove vengono sottolineate le mancanze del popolo ebraico e le conseguenti punizioni. Una di queste colpe, che conduce a terribili maledizioni, è quantomeno inaspettato. Queste spaventose conseguenze sono il frutto del non aver servito D. con gioia.
In precedenza, in apertura del cap. 27, la gioia compare nuovamente, in un contesto molto differente, quello dell’ingresso in terra di Israele. Il passaggio del Giordano era l’occasione per costruire un altare e offrire delle offerte, mangiare e rallegrarsi davanti a D.
Il primo riferimento alla gioia appare proprio all’inizio della parashà, quando la Torà descrive la mitzwà dei bikkurìm. Il contadino, dopo il duro lavoro invernale, porta a Yerushalaim i prodotti con i quali è stato benedetto. Il ringraziamento prevede la ricostruzione della storia del popolo ebraico, della schiavitù egiziana, sino all’ingresso in terra di Israele. Il contadino deve vedere la propria gioia nel contesto più ampio della storia ebraica, provando apprezzamento per il presente, sino a provare gioia.
Quanto la Torà prevede ci sembra però quantomeno strano: come è possibile comandare di provare una determinata emozione? Sembra molto difficile mettere in pratica questo comandamento, ma se compare a più riprese nella parashà, e il suo mancato adempimento comporta conseguenze terribili, dobbiamo ragionare sulla sua portata.
Per comprendere questo punto dovremmo rivolgerci alla natura delle mitzwòt in generale, e le cose ci sembreranno meno strane.
I cabbalisti ritengono che nella stessa parola mitwà sia celato il Nome divino: le ultime due lettere sono identiche, le prime due sembrano non avere alcun legame, ma solo per un occhio non allenato: secondo l’atbash la מ e la צ corrispondono a י e ה, le prime due lettere del Tetragramma. Ogni mitzwà è un’affermazione dell’esistenza di D.; senza scomodare le tradizioni cabalistiche, ogni comandamento presuppone che vi sia un superiore a comandare, e ottemperare a quanto comandato corrisponde al riconoscimento di chi ha formulato il comando.
Alcuni tuttavia credono che l’origine del termine mitzwà sia un altro non tzav, comandare, ma tzawta, che significa insieme. Chi compie una mitzwà dovrebbe pensare contemporaneamente a due aspetti che non si escludono reciprocamente: ci si comporta in un certo modo come espressione di sottomissione ad una volontà superiore, ma contemporaneamente, compiendo una mitzwà, si forma un’armonia fra noi e D.
Questo tipo di unione trasforma la dialettica servo/padrone. Il fine ultimo delle mitzwòt è il superamento di una relazione basata sulla sola obbedienza e persino sul rancore. Tanti, di fronte a questo tipo di relazione, potrebbero sentirsi scoraggiati e umiliati.
Invece, quando compiamo una mitzwà, dovremmo pensare di essere stati coinvolti in una grande impresa, di percorrere i sentieri della nostra storia in compagnia del nostro creatore. Questo sentimento certamente dovrebbe ispirare in noi gratitudine e gioia.
Il momento in cui Moshè non ci sarà più si avvicina sempre di più, inesorabilmente. In questo frangente diviene sempre più fondamentale ricordare al popolo ebraico che non si troverà mai solo.
