Commentiamo la parashah attraverso la Mishnah
Il trattato Ta’anit della Mishnah verte principalmente sui digiuni che venivano decretati dal Bet Din in Eretz Israel antico qualora le piogge autunnali tardassero ad arrivare. Inizialmente veniva stabilito un ciclo di tre giorni di digiuno (lunedì-giovedì-lunedì) dall’alba al tramonto cui partecipavano solo i dotti. Se questo non fosse bastato, seguivano altri tre giorni di digiuno con le stesse modalità, ma estesi a tutta la popolazione. Se neppure questo fosse stato sufficiente, venivano proclamati altri tre digiuni, questa volta da una sera all’altra e con le “cinque afflizioni”, come Tish’ah be-Av, in un crescendo di restrizioni e di osservanze. La fase più intensa comportava la chiusura dei negozi e la recitazione di speciali preghiere pubbliche (una ‘Amidah con 24 benedizioni), accompagnate da prediche e dal suono dello Shofar, in attesa della pioggia.
Il terzo capitolo si occupa dei casi in cui la pioggia è sì arrivata puntuale, ma in modo irregolare e dannoso. In questi casi, afferma la Mishnah, si passa addirittura alla fase più intensa e “si suona immediatamente lo Shofar”, perché siamo di fronte alla “piaga della siccità”. Fra i casi in questione, “se la pioggia è caduta per le verdure ma non per gli alberi, per gli alberi ma non per le verdure”. Questo passo ci insegna tre cose: 1) ci sono almeno due tipi di pioggia; 2) la terra ha bisogno di entrambi e 3) non possiamo qui invocare il principio altre volte convalidato dalla Halakhah per cui bi-khlal matayim maneh (“la somma di due euro comprende quella di un euro”), ovvero: “il grande comprende il piccolo”. Alle erbe e verdure si adatta infatti una pioggia debole, mentre quella forte, necessaria agli alberi in quanto penetra nella profondità del terreno, le ucciderebbe anziché vivificarle. Questo passo della Mishnah ci aiuta a capire meglio l’incipit del discorso di Moshe che costituisce la Parashah odierna. “Ascoltate cieli che io parlo, e oda la terra i detti della mia bocca. Stilli come pioggia (forte) il mio insegnamento, goccioli come rugiada il mio detto; come pioggia tempestosa sulle distese d’erba e come pioggerella sull’erbetta” (Devarim 32, 1-2).
La pioggia diviene qui metafora dell’insegnamento della Torah. Sforno commenta che Moshe parla di piogge, e quindi di insegnamento, a due diverse velocità. Matar e se’irim (da se’arah = “tempesta”) indicano la pioggia forte, che entra in profondità e serve agli alberi. Allude all’insegnamento più approfondito e destinato ai dotti, paragonati agli alberi. Tal e revivim sono invece la rugiada e la pioggerella a gocce rispettivamente, necessarie per mantenere in vita le erbe più minute, che la pioggia forte ucciderebbe. Sono questi gli hedyotot, gli Ebrei più semplici, che se coinvolti in una forma di insegnamento della Torah troppo approfondito soccomberebbero invece di fiorire. Come per le piogge sul terreno, non possiamo dire bi-khlal matayim maneh. Non è vero che insegnando la Torah per forza nel modo più profondo ciascuno poi trova la sua dimensione. E’ necessario provvedere a un insegnamento della Torah destinato ai più semplici diverso da quello adeguato ai più sapienti. Solo così quello splendido giardino che è il popolo d’Israele germoglierà in tutte le sue componenti.
