Mishnat haShavua’
Il trattato di Sukkà si interessa principalmente delle mitzwot che vengono praticate durante Sukkot: a) la sukkà, b) il lulav, c) la mitzwà della ‘aravà nel bet ha-miqdash, d) la mitzwà del nissukh ha-mayim.
Le prime due mitzwot sono riportate esplicitamente nella Torà nella parashà di Emor, che viene letta nei primi due giorni della festa, mentre le altre due sono secondo la maggior parte delle opinioni halakhà leMoshè miSinai. Alcuni ritengono tuttavia che vi siano dei riferimenti espliciti nella Torà (arvè nachal al plurale; unsakhea nel sacrificio del sesto giorno di Sukkot – tre particolarità linguistiche nei sacrifici di Sukkot in Pinechas giustificano l’idea secondo la quale il nissukh sia proprio di acqua – mayim).
I primi tre capitoli del trattato si interessano della mitzwà della sukkà e del lulav. Nel quarto, dopo una prima parte dedicata alla mitzwà del lulav, ci si concentra sulla ‘aravà e sul nissukh ha-mayim.
La prima mishnà del IV capitolo afferma:
La cerimonia della palma e quella dei rami di salice avveniva talvolta in sei giorni e talvolta in sette giorni (per via del Sabato).
Nella quinta mishnà ci si chiede: il precetto dei rami di salice come si compiva? A poca distanza da Gerusalemme vi era un luogo denominato Muzà. Tutti andavano lì e raccoglievano rami di salice, poi venivano e li collocavano intorno ai fianchi dell’altare in guisa che la parte superiore di essi si curvava verso l’altare. Facevano una suonata piana, una suonata clamorosa e un’altra suonata piana. Ogni giorno facevano un giro intorno all’altare dicendo: Deh! O Signore, salva deh! Deh! O Signore facci prosperare! Per opinione di R. Ieudà dicevano le parole: Anì Vaù osanna! In quel giorno giravano intorno all’altare sette volte. Nel momento di accomiatarsi che cosa dicevano? A te compete l’abbellimento o altare! A te compete l’abbellimento o altare! R. Eliezer afferma che dicevano: In onore di D. o di te o altare! In onore di D. o di te o altare!
In questa Mishnà ci sono due insegnamenti degni di nota:
1) uno riguarda l’espressione Anì wahò hoshia’ nà, espressione che ritorna nelle haqqafot di Hosha’anà Rabbà. I commentatori l’hanno interpretata variamente: questa espressione infatti ha in ghematrià lo stesso valore numerico di Annà H.; altri ritengono che si tratti di due Nomi divini (nella fattispecie il trentasettesimo e il primo) della serie di settantadue Nomi che si desumono da Es. 14, 19-21. Ciascun verso è composto difatti da settantadue lettere, e la combinazione prima lettera – ultima lettera – prima lettera; seconda – penultima -seconda e così via rappresenta un Nome divino. Secondo altri il riferimento è invece al verso in Dt. 32,39 dove Anì hù è un Nome divino che rimanda alla partecipazione divina alla sofferenza di Israele.
2) Il secondo aspetto rilevante è il posizionamento dei rami di salice attorno all’altare. I rami infatti lo sovrastavano di un cubito e misuravano 11 cubiti (oltre 5 metri). L’altezza complessiva dell’altare era quindi dieci cubiti.
La prima mishnà nel terzo capitolo di Middot, che si occupa dei vari elementi del Bet ha-miqdash, descrive l’altare, riportandone le misure:
L’altare misurava trentadue braccia quadrate, all’altezza di un braccio si restringeva di un braccio e questa era la base, risulta quindi che l’altare aveva trenta braccia quadrate. Ad altre cinque braccia in altezza, si restringeva di un braccio, questo dava il mezzo di girare intorno; restavano ventotto braccia quadrate, lo spazio delle corna dell’altare occupava un braccio da ogni lato, quindi restano ventisei braccia quadrate, spazio perché vi possano camminare i sacerdoti un braccio per parte: risultano ventiquattro braccia quadrate quale lo spazio del focolare… E un filo di minio lo cingeva nel mezzo, per distinguere fra i sangui superiori e i sangui inferiori… Da questa Mishnà risulta che l’altare era costituito da tre parallelepipedi sovrapposti, dalle dimensioni decrescenti. L’altare era costituito dalla base (yesod, che era alta un cubito), la parte intermedia (sovev, cinque cubiti) e quella superiore (3 cubiti), sovrastata dagli angoli dell’altare (1 cubito). Era alto quindi dieci cubiti. A metà dell’altezza (cinque cubiti) c’era il chut ha-siqrà, che era necessario per distinguere il sangue che veniva asperso nella parte superiore dell’altare (chattat behemà e ‘olat ha-’of) da quello che veniva asperso nella parte inferiore (gli altri sacrifici).
