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Traduzione-adattamento editoriale ChatGPT

Che cosa fa un uomo di fede quando la sua fede e la sua responsabilità non sembrano conciliabili, quando è costretto a scegliere fra la fedeltà a Dio e il dovere di provvedere al destino che gli è stato affidato? La parashà di Chayè Sarà ci pone dinanzi proprio a questo dilemma attraverso la figura di Abramo. Sara è morta e la Torà ci dice: «Abramo era vecchio, avanti negli anni» (Genesi 24,1). Giunto, almeno nella propria consapevolezza, al termine della vita, Abramo sente il dovere di preoccuparsi del futuro e affida al suo servo, l’anziano della casa che amministra tutti i suoi beni, una missione decisiva: provvedere al matrimonio di Isacco. Gli ordina: «Metti la tua mano sotto la mia coscia e ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito, ma andrai nella mia terra e nella mia patria a prendere una moglie per mio figlio Isacco» (Genesi 24,2-4).
L’ordine riguarda il futuro stesso della missione di Abramo. Dio gli ha promesso che da lui nascerà una grande nazione, ma perché questa promessa possa realizzarsi Isacco deve sposarsi e fondare una famiglia. Il problema è che Dio ha condotto Abramo proprio nella terra di Canaan, mentre la cultura cananea viene presentata nella narrazione biblica come una cultura corrotta, segnata dalla dissolutezza e dall’idolatria. Già nella parashà di Noach, dopo l’episodio che coinvolge Cham e suo padre Noè, leggiamo: «Maledetto Canaan! Sia schiavo degli schiavi dei suoi fratelli» (Genesi 9,25). Per Abramo, dunque, sposare una Cananea non costituisce una possibilità accettabile; ma è proprio in Canaan che egli vive e che deve sorgere il popolo promesso.
La soluzione sembra semplice: cercare una sposa nella famiglia di origine di Abramo e condurla nella terra di Canaan. In questo modo Isacco potrà costruire la propria casa nella terra promessa senza fondare la nuova nazione sulla cultura cananea. Il servo, tuttavia, pone una domanda che mette in luce la difficoltà nascosta nel progetto: «Forse la donna non vorrà seguirmi in questa terra: dovrò allora ricondurre tuo figlio nella terra dalla quale sei uscito?» (Genesi 24,5). Egli distingue, in sostanza, tra ciò che si deve tentare in prima istanza e ciò che occorrerà fare se il piano fallirà. Se la donna rifiutasse di partire, Isacco dovrebbe scegliere tra la terra e la famiglia: andando da lei potrebbe sposarsi, ma abbandonerebbe la terra promessa; rimanendo in Canaan custodirebbe la terra, ma rischierebbe di non avere né una moglie né una discendenza. In entrambi i casi, un elemento essenziale della missione sembrerebbe compromesso.
La risposta di Abramo è netta: «Guardati dal ricondurre là mio figlio! Il Signore, Dio del cielo, che mi ha preso dalla casa di mio padre e dalla terra della mia nascita, che mi ha parlato e mi ha giurato dicendo: “Alla tua discendenza darò questa terra”, Egli manderà il suo angelo davanti a te e tu prenderai di là una moglie per mio figlio. Se la donna non vorrà seguirti, sarai sciolto da questo mio giuramento; soltanto, non ricondurre là mio figlio» (Genesi 24,6-8). L’insistenza di Abramo sulla promessa divina non è casuale: «Alla tua discendenza darò questa terra» è il nucleo stesso della sua vocazione. La fiducia che Dio invierà il suo angelo è insieme una benedizione e una preghiera affinché la missione riesca; ma se non riuscisse, Isacco non dovrà comunque lasciare Canaan. Abramo risponde così alla domanda del servo, senza che sia ancora chiaro come intenda risolvere il problema del futuro della famiglia.
Questa scelta è coerente con il primo comando ricevuto da Abramo: «Va’ via dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso la terra che ti mostrerò» (Genesi 12,1). Dio lo ha chiamato a uscire dal proprio mondo per iniziare qualcosa di nuovo, fondare un popolo e una cultura nuovi, anziché rimanere nella civiltà mesopotamica dalla quale era partito, quella stessa civiltà urbana che il racconto della torre di Babele aveva posto sotto il segno della dispersione. Ma come potrà esserci un futuro se Isacco non avrà una famiglia?
Rashì e il Ramban: due risposte alla stessa difficoltà
Su questo punto si dividono due grandi commentatori. Rashì, commentando le parole «Sarai sciolto da questo mio giuramento» (Genesi 24,8), scrive: «E prenderai per lui una moglie tra le figlie di Aner, Eshkol e Mamrè». Si tratta degli alleati di Abramo, già ricordati nel racconto della guerra dei quattro re contro i cinque (Genesi 14). Sono uomini della terra, appartenenti all’ambiente cananeo che Abramo intende evitare, ma sono anche suoi amici e alleati. Secondo Rashì, dunque, se il progetto principale dovesse fallire, Abramo avrebbe previsto una seconda possibilità. La soluzione ideale sarebbe una donna della sua famiglia, discendente di Terach e di Nachor, che accettasse di trasferirsi in Canaan; se però questo non fosse possibile, bisognerebbe scegliere la soluzione migliore tra quelle concretamente disponibili, ossia una donna appartenente alle famiglie cananee più vicine ad Abramo per legami di alleanza e di fiducia.
Rashì distingue così, implicitamente, tra la soluzione ideale e quella ottimale: la prima realizza pienamente tutti i valori in gioco, la seconda è la migliore possibile quando non è consentito soddisfarli tutti. La formula «Sarai sciolto da questo mio giuramento» significherebbe, secondo questa interpretazione, che viene meno anche il divieto iniziale di scegliere una moglie fra le Cananee, purché la scelta ricada sulle famiglie più adatte. Abramo, in altri termini, non rinuncia alla responsabilità di assicurare un futuro a Isacco: predispone un piano alternativo, meno desiderabile, ma praticabile.
Il Ramban, Nachmanide, si oppone esplicitamente a questa lettura. Commentando lo stesso versetto scrive: «Non gli permise di prendere per lui una moglie tra le figlie di Canaan». Il significato di «Sarai sciolto da questo mio giuramento» non sarebbe quindi l’autorizzazione a sposare una Cananea, nemmeno una figlia di Aner, Eshkol o Mamrè, ma soltanto l’esonero del servo dall’obbligo di condurre una sposa dalla famiglia di Abramo, qualora la donna rifiutasse di seguirlo. E allora che cosa accadrebbe? Il Ramban conclude: «Il Signore faccia ciò che è bene ai suoi occhi».
La differenza è profonda. Il servo ha posto una domanda alla quale Abramo risponde: Isacco rimarrà nella terra. Ma, secondo il Ramban, Abramo non offre una soluzione al problema che quella risposta lascia aperto: se la donna non accetta di venire, Isacco potrebbe rimanere senza moglie e la promessa senza una discendenza. Per Rashì, invece, la risposta contiene implicitamente anche una soluzione: non una donna cananea qualsiasi, ma una donna delle famiglie alleate. Nell’interpretazione di Rashì la responsabilità umana deve arrivare fino in fondo e cercare un’alternativa concreta; in quella del Ramban esiste un punto oltre il quale l’uomo non può spingersi senza compromettere la fedeltà al comando divino, e ciò che resta irrisolto deve essere affidato a Dio.
Per comprendere la portata di questa divergenza occorre tornare alla conclusione della parashà di Vayerà, immediatamente dopo il racconto dell’Akedà, la legatura di Isacco. La Torà riferisce una notizia che, a prima vista, sembra marginale: «Dopo questi fatti, fu riferito ad Abramo: “Ecco, anche Milcà ha partorito figli a Nachor, tuo fratello”» (Genesi 22,20). Segue l’elenco dei figli e, alla fine, l’informazione decisiva: «Betuel generò Rebecca» (Genesi 22,23). Perché raccontare proprio in quel momento la genealogia della famiglia rimasta lontana? Rashì osserva che l’intero passo è stato riferito in vista della nascita di Rebecca. Abramo viene così informato dell’esistenza di una possibile sposa per Isacco proprio quando, dopo l’Akedà, ha compreso con particolare intensità quanto sia necessario assicurare la continuità della sua discendenza.
Abramo, come uomo di fede, può leggere quella notizia come un segno della provvidenza divina. Quando aveva lasciato la casa di Terach per raggiungere Canaan, non disponeva di una risposta al problema dei futuri matrimoni della propria discendenza: non avrebbe potuto fondare indefinitamente la famiglia su unioni tra fratelli e sorelle, mentre l’unione con le donne cananee rimaneva problematica. La questione diventerà esplicita anche nella generazione successiva, quando Esaù sposerà donne ittite, provocando amarezza a Isacco e Rebecca (Genesi 26,34-35). Abramo non aveva però cercato di risolvere anticipatamente ogni difficoltà. Dopo l’Akedà, la possibilità di perdere Isacco rende urgente la necessità di provvedere al suo matrimonio; dopo la morte di Sara, Abramo può dedicarsi al futuro del figlio. E ora sa che, nella famiglia di origine, è nata Rebecca: un indizio che Dio gli abbia preparato una strada.
La missione del servo è dunque, per tutti, una risposta ragionevole a quel segno. Rebecca potrebbe consentire a Isacco di rimanere in Canaan senza sposare una Cananea, e alla nuova nazione di sorgere su una base familiare antica, appartenente alla stirpe di Terach. Ma il segno non annulla la libertà della donna. Il servo lo capisce e chiede che cosa fare se ella non accetterà. Noi conosciamo la conclusione del racconto: «Chiamiamo la ragazza e interroghiamo la sua volontà» (Genesi 24,57); alla domanda, Rebecca risponde: «Andrò» (Genesi 24,58). Abramo, invece, quando impartisce le istruzioni, non conosce ancora questa risposta. Proprio l’incertezza rende la sua scelta una prova della fede.
Terach, Abramo e la continuità tra morale naturale e rivelazione
La genealogia di Rebecca contiene un ulteriore significato. Milcà è figlia di Haran, fratello di Abramo e Nachor: «Queste sono le generazioni di Terach: Terach generò Abram, Nachor e Haran» (Genesi 11,27). Haran morì lasciando, tra i suoi figli, Lot e Milcà; quest’ultima sposò lo zio Nachor. Rebecca è figlia di Betuel, nato dall’unione di Nachor e Milcà. Di conseguenza, nella sua ascendenza confluiscono due dei tre rami familiari che risalgono ai figli di Terach; il terzo ramo, quello di Abramo, è rappresentato da Isacco. Il matrimonio tra Isacco e Rebecca riunirebbe così, simbolicamente, l’intera discendenza di Terach, e Giacobbe sarebbe il frutto di questa convergenza.
Non è un dettaglio privo di significato che il racconto biblico cominci con le generazioni di Terach. Nel capitolo 24 del libro di Giosuè, in un passo noto anche dalla Haggadà di Pèsach, leggiamo: «Al di là del fiume abitavano anticamente i vostri padri, Terach, padre di Abramo e padre di Nachor» (Giosuè 24,2). Perché Terach viene incluso tra i nostri padri? Perché la storia di Abramo, secondo questa lettura, non nasce dal nulla: la chiamata divina si innesta su un movimento umano e morale che l’aveva preceduta. È già Terach a iniziare il viaggio fuori dalla civiltà mesopotamica in direzione della terra di Canaan (Genesi 11,31). Egli avverte la necessità di abbandonare il proprio mondo e cercare una strada nuova, ma non ha ancora ricevuto un comando divino, né possiede la promessa e l’orizzonte di una missione che possano condurre quel movimento a compimento.
La vocazione di Abramo porta a realizzazione ciò che nel padre era rimasto un impulso naturale. La dimensione morale umana precede, per così dire, la rivelazione: derekh eretz kadmà la-Torà, la condotta umana precede la Torà. Terach rappresenta questa disposizione naturale a cercare una vita diversa; Abramo rappresenta la chiamata divina che conferisce a tale ricerca direzione, fondamento e scopo. Il comando di Dio non cancella la premessa umana, ma si posa su di essa e la conduce oltre i suoi limiti. Il matrimonio di Isacco e Rebecca potrebbe dunque realizzare un’unità: la ricerca morale di Terach e la missione religiosa di Abramo, l’iniziativa umana e la parola divina, le tre linee della stessa famiglia riunite in un nuovo inizio.
Abramo comprende questa possibilità e, da credente, riconosce nella notizia della nascita di Rebecca un segno favorevole. Ma il servo gli ricorda che la provvidenza non sopprime la libertà: Rebecca potrebbe rifiutare. La grande questione, allora, non è soltanto come organizzare un matrimonio, ma quale rapporto debba esistere tra la fiducia nell’intervento divino e il dovere umano di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
L’Akedà e il limite della responsabilità umana
Abramo è il padre dei credenti, l’espressione esemplare della capacità di affidarsi a Dio, obbedirgli e rimanergli fedele anche nelle prove più difficili, dalla partenza dalla propria terra fino all’Akedà. Tuttavia, non è stato scelto soltanto perché possiede una fede straordinaria. Esistono persone che credono intensamente, ma che, al di fuori della fede, non assumono iniziative e non si fanno carico del mondo. La grandezza di Abramo consiste anche nella sua responsabilità: egli non si limita ad attendere il compimento della promessa, ma cerca continuamente le strade per realizzarla.
Quando giunge in Canaan e sopraggiunge la carestia, scende in Egitto, affronta le difficoltà e poi ritorna; durante il viaggio presenta Sara come propria sorella, senza chiedere ogni volta a Dio di risolvere al suo posto i problemi. Quando sorge il conflitto con Lot, propone di separarsi e di dividersi il territorio; quando Lot viene catturato nel conflitto dei re, Abramo si mette all’inseguimento dei vincitori, li sconfigge e interviene per liberarlo. Quando Sara propone la via di Hagar e di Ismaele, egli la accetta come possibile strada per assicurare una discendenza, pur non essendo quella che si rivelerà conforme alla promessa divina; e quando Dio gli chiarisce che il figlio della promessa sarà un altro, Abramo accoglie la parola divina. Di fronte alla sorte di Sodoma, osa perfino rivolgersi a Dio con la domanda: «Davvero farai perire il giusto insieme al malvagio?» (Genesi 18,23). Stringe poi un’alleanza con Avimelech. In ogni fase della sua vita, la fede non sostituisce la responsabilità, ma la accompagna.
Si giunge così all’Akedà, che non deve essere letta come un invito, neppure lontano, a sacrificare i propri figli. Né il senso dell’intero racconto può ridursi alla sola affermazione che Dio non desidera sacrifici umani: per affermare il divieto di uccidere non sarebbe stata necessaria una prova di questa portata. La Torà condanna già con chiarezza lo spargimento del sangue umano: «Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo sarà sparso il suo sangue» (Genesi 9,6). Il punto centrale della prova è un altro: Abramo ha una visione del futuro, una responsabilità e un progetto per realizzarla; sa che la promessa deve compiersi attraverso Isacco, perché Dio gli ha detto: «Attraverso Isacco sarà chiamata la tua discendenza» (Genesi 21,12). Eppure, quando il comando divino sembra entrare in collisione con il suo progetto e con la sua responsabilità, Abramo sceglie di rimanere fedele a Dio.
Durante il cammino Isacco domanda: «Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?» (Genesi 22,7). Abramo risponde: «Dio provvederà Egli stesso l’agnello per l’olocausto, figlio mio» (Genesi 22,8). È una risposta che nasce dalla fede: Abramo non pretende di possedere una soluzione a ciò che appare insolubile. Sarà Dio a vedere, a scegliere e a indicare la via. Non è Abramo a poterla inventare.
Questa lettura trova conferma nel nome che Abramo attribuisce al luogo dopo la prova: «Abramo chiamò quel luogo “Il Signore provvederà”, come si dice ancora oggi: “Sul monte del Signore si provvederà”» (Genesi 22,14). La formula richiama direttamente la risposta data a Isacco: «Dio provvederà». Cambia il nome divino, ma rimane la medesima affermazione. Anche nel racconto, al comando iniziale di Dio segue l’intervento dell’angelo del Signore, che arresta il sacrificio: «Non stendere la mano contro il ragazzo» (Genesi 22,12). Il nome assegnato al luogo diventa così la chiave interpretativa dell’episodio: quando la responsabilità umana raggiunge un limite che non può oltrepassare, la fede non viene meno. Il Signore provvederà.
Dio ha indicato una via nell’Akedà e, nel racconto successivo, ha reso possibile anche il matrimonio di Isacco, poiché Rebecca accetterà di partire. Ma Abramo, nel momento in cui deve decidere, non conosce ancora il futuro. È in questa condizione di incertezza che si manifesta la tensione fra le due interpretazioni di Rashì e del Ramban.
Secondo Rashì, quando il servo prospetta il fallimento del progetto, Abramo non lascia aperto il problema. La responsabilità lo spinge a prevedere un’alternativa: una moglie tra le figlie degli alleati cananei, la soluzione ottimale quando quella ideale non è praticabile. La sua responsabilità opera all’interno dell’orizzonte della fede e cerca il meglio possibile senza rinunciare alla necessità di agire. L’uomo di fede non deve lasciare il futuro privo di una risposta, se esiste una soluzione concreta che possa essere adottata.
Secondo il Ramban, invece, la grandezza del credente si manifesta proprio quando, dopo aver fatto tutto ciò che è in suo potere, egli sa arrestarsi dinanzi a un limite che non può superare senza tradire il comando ricevuto. Se Rebecca non vorrà venire, il servo sarà libero dal giuramento; non per questo gli sarà consentito prendere una Cananea. «Il Signore faccia ciò che è bene ai suoi occhi»: è la stessa disposizione interiore espressa nell’Akedà dalle parole «Dio provvederà» e «Il Signore provvederà». L’uomo non è tenuto a inventare una soluzione a ogni costo, e soprattutto non deve compromettere la propria fedeltà per assicurarsi che il suo progetto riesca.
La tensione non si risolve dunque in una contrapposizione semplice fra azione e passività. Entrambe le interpretazioni riconoscono che Abramo deve agire, assumersi le proprie responsabilità e cercare una sposa per Isacco; entrambe riconoscono che la sua missione deriva dalla promessa divina. Divergono sul punto estremo: quando tutte le soluzioni disponibili sembrano incompatibili con uno dei valori da custodire, il credente deve scegliere il compromesso migliore possibile, oppure riconoscere il limite della propria azione e affidare a Dio ciò che non può risolvere? Per Rashì prevale il dovere di trovare, all’interno della situazione concreta, la risposta migliore; per il Ramban prevale la fedeltà che, senza rinunciare alla responsabilità già esercitata, sa lasciare a Dio l’ultima parola. In questa tensione, sempre attuale, si colloca la prova dell’uomo che è insieme credente e responsabile.
