Mishnat haShavua’
Nei primi versi della parashà di Chayiè Sarà si parla della ricerca da parte di Avraham di una degna sepoltura per Sarà. Il testo della Torà presenta una stranezza, notata fra gli altri da Ha-ketav weha-qabalà (Yaakov Zvì Mecklenburg, Polonia 1785-1865) nel suo commento alla Torà. Infatti è detto che Avraham venne per fare hesped e piangere Sarà, quando la logica vorrebbe suggerirebbe che il pianto preceda l’hesped. Vi è peraltro una particolarità a livello grafico perché il termine welivkotà ha una kaf più piccola rispetto alle altre lettere.
Ha-ketav weha-qabalà spiega che non c’è difficoltà, dal momento che il pianto si riferisce a coloro che ci hanno lasciato e al loro annullamento, mentre l’hesped è per chi rimane. Per gli tzadiqim il discorso non vale, perché la morte per loro rappresenta paradossalmente un momento di crescita, e il pianto non è altro che una forma di hesped a sua volta, segnalato dalla Torà per mezzo della kaf più piccola.
Il trattato di Chaghigà presenta una regola interessante riguardo all’hesped, che può rappresentare uno spunto di riflessione sulle variabili della decisione halakhica.
Il problema affrontato riguarda la festa di Shavu’ot, che ha delle caratteristiche particolari rispetto agli altri mo’adim, perché non ha dei giorni di chol ha-mo’ed come Pesach e Sukkot. Il caso presentato è quello di Shavu’ot che capita di venerdì.
Coloro che si recavano in pellegrinaggio a Yerushalaim presentavano un’offerta, chiamata ‘olat reià. Sull’opportunità di presentare questa offerta la scuola di Shammay e la scuola di Hillel sono in disaccordo (Chaghigà II,3 e Betzà II, 4. Secondo la scuola di Hillel è infatti possibile offrire questo tipo di sacrificio di Yom Tov. Secondo la scuola di Shammay è permesso offrire Shelamim di Yom Tov, dal momento che venivano parzialmente consumati dagli offerenti, mentre per le ‘olot presentate da singoli, che venivano bruciate totalmente sull’altare, vigeva un divieto di Yom tov, e venivano offerte successivamente.
Nella logica della scola di Shammay la shechità di queste ‘olot, così come non respinge il giorno festivo, a maggior ragione non respingerà Shabbat. Se Shavu’ot capita di venerdì pertanto il giorno in cui questi animali verranno macellati sarà la domenica, chiamata Yom tevoach. I sacrifici di Shavu’ot infatti hanno la possibilità di essere recuperati per sette giorni (Mishnà Chaghigà I, 6). Questo è peraltro il motivo per cui al giorno d’oggi secondo vari riti non si recita il tachannun nei giorni seguenti Shavu’ot.
Per la scuola di Hillel in questo caso il problema non si pone, perché sostiene che è possibile offrire i sacrifici di Yom tov. Ma sono d’accordo con la scuola di Shammay nel caso in cui Shavu’ot capita di Shabbat, dal momento che né l’offerta degli shelamim, né l’offerta delle ‘olot respingono lo Shabbat. Questo Yom tevoach aveva però delle caratteristiche particolari. Pur essendo un giorno sotto certi aspetti festivo, il Kohen gadol non indossava i vestiti festivi, quando non era in servizio (Rashì), per mostrare che non si trattava di un giorno festivo, e secondo alcuni neppure prestava servizio nel Bet ha-miqdash, per mostrare che non si trattava di un giorno festivo. Inoltre si permetteva di tenere orazioni funebri e di digiunare, sebbene, come ricordato, si trattasse di un giorno semi-festivo. Tutto questo perché? Per via dall’opinione dei Sadducei, che sostenevano che la festa di Shavu’ot cadesse sempre di domenica, perché ritenevano che il conteggio dell’omer iniziasse mimmachorat ha-shabbat, all’indomani del Sabato, intendendo il testo letteralmente. Di conseguenza secondo la loro lettura Shavu’ot capitava sempre di domenica. Per evitare che si ritenesse che i Sadducei avessero in qualche modo ragione, i chakhamim hanno equiparato questo Yom tevoach a un giorno feriale, permettendo il digiuno e le orazioni funebri, e applicando criteri differenti per gli abiti del sacerdote. Quanto detto vale solo per la casistica descritta. Nelle altre circostanze si usava vietare il digiuno e l’orazione funebre (Ghemarà).
