Traduzione, adattamento e commento tratto dal Testo Ahavat Chaym di Rav Menachem Menashe
La Parasha di Bo si apre analizzando la parola “Bo” (Vieni), che dà il nome alla Parasha stessa. La Ghematria, ovvero il valore numerico di questa parola, è 3, un numero che allude al fatto che in quel momento rimanevano ancora tre piaghe da infliggere all’Egitto per completare l’opera di liberazione. Di fronte a questo comando, l’Or HaChaim HaKadosh si pone una domanda fondamentale: perché D-o dice a Mosè “Vieni da Faraone” invece di utilizzare il più comune “Va’ da Faraone”? La spiegazione risiede nel fatto che il Faraone si era letteralmente nascosto attraverso l’uso della magia nera in un sistema di “camere dentro camere”, circondandosi di incantesimi e forze spirituali impure affinché nessuna creatura potesse mai trovarlo. Poiché Mosè non avrebbe potuto rintracciarlo con semplici mezzi naturali, D-o gli disse “Vieni con Me”: il Signore lo prese per mano e lo condusse direttamente nel centro dell’impurità, nel cuore del nascondiglio nemico. Quando il Faraone vide improvvisamente Mosè davanti a sé rimase scioccato e gli chiese come fosse riuscito a entrare e chi gli avesse mostrato la strada; Mosè rispose semplicemente di essere entrato dalla stessa porta usata dal sovrano.
In quel momento, il Faraone comprese che Mosè godeva di una protezione divina unica, superiore a tutte le sue magie e ai demoni posti a guardia. Questo nascondiglio, tuttavia, non era che un’illusione. I nostri Maestri rivelano che il Faraone non era solo un tiranno politico, ma un uomo che aveva costruito la sua intera esistenza sul concetto di inaccessibilità, pensando di poter creare una zona franca dove la luce della verità non potesse mai penetrare. Non a caso l’anagramma di Parò è Pe-Ra, la “bocca cattiva” mistificatrice e ingannevole. Questa è la natura psicologica del male che vediamo ancora oggi: la convinzione di poter vivere dietro maschere di perbenismo o complessi sistemi di potere, convinti che l’oscurità sia uno scudo eterno. Ma il comando “Vieni da Faraone” ci insegna una verità eterna: non esiste luogo, per quanto oscuro o corrotto, dove il Creatore non sia già presente. Il bene non attacca il male dall’esterno come un nemico straniero, ma si rivela dentro il cuore stesso dell’oscurità: Moshè verrà allevato nella stessa casa del Faraone.
Per chi cammina con D-o, quella porta che il male credeva chiusa a chiave è in realtà già aperta, perché la luce non ha bisogno di sfondare le pareti: la luce è la realtà stessa che, una volta accesa, annulla l’ombra. Per lo Tzaddik non esistono nascondigli inaccessibili perché D-o è il Maqom, il Luogo del mondo. Proseguendo nell’analisi, l’Alshich si chiede perché D-o abbia colpito l’Egitto con così tante piaghe diverse invece di una sola definitiva, dato che già con la grandine o le bestie feroci l’Egitto avrebbe potuto essere annientato. Notiamo che D-o, nella Sua misericordia, avvertiva sempre gli egiziani prima di colpirli offrendo loro una possibilità di salvezza, ma l’Alshich spiega che D-o agisce come se stesse “giocando” con i malvagi, fornendo loro una falsa speranza per un fine più alto. D-o lasciò deliberatamente loro i mezzi, come cavalli e asini, affinché si sentissero forti abbastanza da inseguire Israele nel Mar Rosso, dove la giustizia divina si sarebbe compiuta definitivamente. Questa lettura del paradosso dell’apparente successo dei malvagi parla direttamente alle sfide del nostro tempo. Spesso abbiamo l’impressione che il male possieda una resilienza inquietante e proviamo tormento nel vederlo prosperare. Ma ciò che appare come fortuna per il malvagio è in realtà lo strumento della sua stessa correzione finale.
Il Faraone pensò che il destino fosse dalla sua parte, proprio come Aman che, estraendo a sorte il mese di Adar, gioì pensando alla morte di Mosè senza calcolare che in quello stesso giorno ricorreva anche la sua nascita. Il male, insomma, finisce per prendersi gioco di sé stesso: la sua apparente vittoria è solo il palcoscenico per una rivelazione più grande della potenza divina. Il malvagio interpreta la pazienza di D-o come debolezza, ma alla fine ogni risorsa usata per l’odio diventa il peso insostenibile che lo trascina verso il fondo. Tutto fa parte di un piano preciso: nulla può restare nascosto davanti al Creatore e, proprio dove il male pensa di aver trionfato, lì si prepara la redenzione finale.
Shabbat Shalom
