Recitare la Berakhah prima di mangiare è il segno che noi abbiamo acquisito dal S.B. la proprietà di quel cibo, che fino a quel momento appartiene a Lui. Se non diciamo la Berakhah è come se lo rubassimo. Per questo dobbiamo sapere ogni volta con precisione quale Berakhah è richiesta per ogni alimento. La Mishnah insegna che sui frutti dell’albero recitiamo: borè perì ha-‘etz (“…Creatore del frutto dell’albero”) all’infuori del vino, che per la sua particolarità ha titolo a una Berakhah dedicata: borè perì ha-ghefen (“…Creatore del frutto della vite”).
Sui frutti della terra, come pomodori, zucchine e peperoni, si dice invece: borè perì ha-adamah (“…Creatore del frutto della terra”), all’infuori del pane che per la sua particolarità ha diritto a una Berakhah dedicata a sua volta: ha-motzì lechem min ha-aretz (“…Che fai uscire il pane dalla terra”). E sulle verdure a foglia, come l’insalata e gli spinaci? Su questo c’è discussione. L’opinione generale è che si dica anche per queste: Borè perì ha-adamah, ma R. Yehudah dissente e sostiene che si debba invece dire: borè minè deshaim (“…Creatore di vari tipi di erbe”). Verosimilmente R. Yehudah è in disaccordo per il fatto che le verdure, ancorché provengano direttamente dalla terra, non sono frutti. Ma perché la maggior parte dei Maestri non la pensa come lui e la Halakhah viene fissata secondo l’opinione maggioritaria, per cui diciamo: borè perì ha-adamah?
Credo che la risposta possa venire dallo studio del commento di Sforno alla Parashat Bereshit. Il cibo serve a sostenere la creatura non solo materialmente, ma anche spiritualmente: le dà la forza di produrre lo scopo per cui è stata creata. Il fatto che l’uomo sia stato creato a immagine Divina allude, secondo Sforno, non semplicemente alla sua razionalità, bensì all’eternità (nitzchiyut), cioé alla capacità che solo l’uomo ha fra tutte le creature di eternare se stesso mediante la sua intelligenza e le sue opere, dato che lo rende paragonabile a D. Per questo la Torah distingue due tipi di vegetali nella creazione dalla terra. Il deshe, il fieno destinato all’alimentazione animale e il ‘essev, la verdura più fine e “in grado di riprodursi”, destinata all’alimentazione dell’uomo (comm. a Bereshit 1,11), che nel disegno Divino originario. doveva rimanere vegetariano. Comprendiamo a questo punto perché l’opinione di R. Yehudah, ancorché più corretta linguisticamente, non è condivisa dai suoi colleghi. Se noi mangiando la verdura recitiamo una Berakhah che nomina i deshaim, plurale di deshe, eguagliamo il nostro cibo a quello animale ed esso perde quella forza generativa spirituale che ci si aspetta comunichi all’uomo che lo assume. Per questo preferiamo elevare le verdure al livello dei frutti della terra e recitare anche sulle prime la Berakhah: borè perì ha-adamah. Per sottolineare come tutto il nostro cibo sia finalizzato a sostenere il nostro impegno a dare frutti: nel senso materiale, ma ancor più nel senso spirituale del termine.
