וַיְכֻלּ֛וּ הַשָּׁמַ֥יִם וְהָאָ֖רֶץ וְכׇל־צְבָאָֽם׃ . וַיְכַ֤ל אֱלֹ-הִים֙ בַּיּ֣וֹם הַשְּׁבִיעִ֔י מְלַאכְתּ֖וֹ אֲשֶׁ֣ר עָשָׂ֑ה וַיִּשְׁבֹּת֙ בַּיּ֣וֹם הַשְּׁבִיעִ֔י מִכׇּל־מְלַאכְתּ֖וֹ אֲשֶׁ֥ר עָשָֽׂה׃ . וַיְבָ֤רֶךְ אֱלֹ-הִים֙ אֶת־י֣וֹם הַשְּׁבִיעִ֔י וַיְקַדֵּ֖שׁ אֹת֑וֹ כִּ֣י ב֤וֹ שָׁבַת֙ מִכׇּל־מְלַאכְתּ֔וֹ אֲשֶׁר־בָּרָ֥א אֱלֹ-הִ֖ים לַעֲשֽׂוֹת
Bereshit 2, 3: D. benedisse il settimo giorno e lo santificò, poiché in esso aveva cessato da ogni Sua opera che D. aveva creato per fare”. “Per fare” che cosa di nuovo?
וְהָיָה֙ בַּיּ֣וֹם הַשִּׁשִּׁ֔י וְהֵכִ֖ינוּ אֵ֣ת אֲשֶׁר־יָבִ֑יאוּ וְהָיָ֣ה מִשְׁנֶ֔ה עַ֥ל אֲשֶֽׁר־יִלְקְט֖וּ י֥וֹם ׀ יֽוֹם
Shemot 16, 5: E sarà il sesto giorno, prepareranno ciò (la manna) che avranno portato (dal campo): se ne troverà il doppio rispetto a quanta ne raccoglievano ogni giorno.
Tutto ciò che ha qedushah non si presta all’improvvisazione: richiede preparazione preliminare. Lo Shabbat è qòdesh. Dal versetto relativo alla manna impariamo due cose valide tuttora: che il cibo di Shabbat va allestito con gioia (insegnano i Maestri che l’espressione “e sarà” al futuro esprime confidenza e dunque gioia) e con sollecitudine, perché chi è lieto di ciò che sta facendo non indugia. In pratica ci si deve dedicare ai preparativi il venerdì fin dal primo mattino (Shulchan ‘Arukh, Orach Chayim 250; Ben Ish Chsy, anno II, P. Leckh Lekhà, 1). Ma è davvero sufficiente limitarsi al “sesto giorno”?
כׇּל מְזוֹנוֹתָיו שֶׁל אָדָם קְצוּבִים לוֹ מֵרֹאשׁ הַשָּׁנָה וְעַד יוֹם הַכִּפּוּרִים, חוּץ מֵהוֹצָאַת שַׁבָּתוֹת וְהוֹצָאַת יוֹם טוֹב וְהוֹצָאַת בָּנָיו לְתַלְמוּד תּוֹרָה, שֶׁאִם פָּחַת — פּוֹחֲתִין לוֹ, וְאִם הוֹסִיף — מוֹסִיפִין לוֹ. … תַּנְיָא: אָמְרוּ עָלָיו עַל שַׁמַּאי הַזָּקֵן, כׇּל יָמָיו הָיָה אוֹכֵל לִכְבוֹד שַׁבָּת. מָצָא בְּהֵמָה נָאָה, אוֹמֵר: זוֹ לַשַּׁבָּת. מָצָא אַחֶרֶת נָאָה הֵימֶנָּה — מַנִּיחַ אֶת הַשְּׁנִיָּה וְאוֹכֵל אֶת הָרִאשׁוֹנָה. אֲבָל הִלֵּל הַזָּקֵן — מִדָּה אַחֶרֶת הָיְתָה לוֹ, שֶׁכׇּל מַעֲשָׂיו לְשֵׁם שָׁמַיִם, שֶׁנֶּאֱמַר: ״בָּרוּךְ ה׳ יוֹם יוֹם״, תַּנְיָא נָמֵי הָכִי, בֵּית שַׁמַּאי אוֹמְרִים: מֵחַד שַׁבָּיךְ לְשַׁבְּתָיךְ, וּבֵית הִלֵּל אוֹמְרִים: ״בָּרוּךְ ה׳ יוֹם יוֹם״
Betzah 16a: Tutti gli alimenti della persona sono stabiliti ogni anno fra Rosh ha-Shanah e Yom Kippur, a eccezione delle spese per i pasti di Shabbat e delle feste e delle spese per l’istruzione ebraica dei figli: in questi casi se riduce (le proprie risorse) gli verranno ridotte (dal Cielo), mentre se le aumenta gli verranno aumentate… Si racconta che Shammay il Vecchio tutti i suoi giorni mangiava in onore dello Shabbat: se (la domenica) trovava una bella bestia (da macellare) diceva: “Questa è per Shabbat”. Se poi ne trovava una ancora migliore (il lunedì) teneva quest’ultima per Shabbat e mangiava la prima. Hillel il Vecchio, invece, si regolava in modo differente: in tutte le sue azioni contava sull’aiuto Celeste, come è scritto: “Benedetto H. giorno per giorno” (Tehillim 68, 20).
זָכ֛וֹר֩ אֶת־י֥֨וֹם הַשַּׁבָּ֖֜ת לְקַדְּשֽׁ֗וֹ
Quale dei due comportamenti è preferibile? Hillel propone di attendere il venerdì, ultimo giorno utile, confidando nel Cielo: è difficile da accettare a prima vista, al punto che deve citare un versetto per giustificarsi (Shitah Mequbbetzet)! Apparentemente la Mekhiltà (P. Yitrò 7, 3), un antichissimo Midrash sul libro di Shemot, appoggia la linea di Shammay commentando il quarto comandamento. Racconta di un certo El’azar ben Chananyah secondo il quale “Ricorda il giorno di Shabbat per santificarlo” (Shemot 20, 8) significa appunto “ricordatene fin dalla domenica precedente: se ti capita qualcosa di particolarmente buono, tienilo per Shabbat”. Non solo cibi, secondo Nachmanide (ad loc.), ma anche abiti e altri oggetti.
וְאֶל־הַבָּקָ֖ר רָ֣ץ אַבְרָהָ֑ם וַיִּקַּ֨ח בֶּן־בָּקָ֜ר רַ֤ךְ וָטוֹב֙ וַיִּתֵּ֣ן אֶל־הַנַּ֔עַר וַיְמַהֵ֖ר לַעֲשׂ֥וֹת אֹתֽוֹ׃
Bereshit 18, 7: Avraham corse all’armento e ne prese un vitello tenero e buono. Lo consegnò al garzone che si affrettò a prepararlo (lett. “a farlo”).
וְשָׁמְר֥וּ בְנֵֽי־יִשְׂרָאֵ֖ל אֶת־הַשַּׁבָּ֑ת לַעֲשׂ֧וֹת אֶת־הַשַּׁבָּ֛ת לְדֹרֹתָ֖ם בְּרִ֥ית עוֹלָֽם
I commentatori medioevali sono divisi. Nachmanide (loc. cit.) sostiene che la Halakhah segue l’opinione più facilitante di Hillel anche in questo caso. “Sebbene Shammay mostri un attaccamento (chassidut) maggiore, il comportamento di Hillel che mangiava subito l’animale buono il giorno stesso in cui lo trovava non deriva certo da una cattiva qualità di carattere. Il Talmud afferma che ‘tutte le sue azioni erano in nome del Cielo’: ci insegna che la persona non deve mai abbandonare la sua confidenza (bittachon) in D. neppure per un momento soltanto” (Chiddushè ha-Meirì, Betzah).
Ma R. Bachyè, che spesso nella sua esegesi dipende da Nachmanide, questa volta se ne distacca. Siamo partiti dal versetto che conclude “per fare” (la’assot) e ci siamo domandati: “per fare” che cosa di nuovo? Soffermandosi su un altro versetto: “I figli di Israel osserveranno lo Shabbat per fare lo Shabbat” (Shemot 31, 16) R. Bachyè lo intende “per preparare lo Shabbat”. Anche in italiano usiamo il verbo fare per indicare la preparazione di un cibo come il garzone di Avraham. La preparazione dello Shabbat secondo questa interpretazione è una Mitzwah in se stessa e non solo un atto accessorio. Di più. R. Bachyè cita espressamente l’opinione di Shammay: i preparativi vanno iniziati fin dalla domenica precedente. R. Eliahu Mizrachi affronta la divergenza fra Nachmanide e R. Bachyè e propone di distinguere fra cibi e altri oggetti: i cibi si trovano sempre e dunque può essere sufficiente programmarne l’acquisto all’ultimo come Hillel, mentre per gli abiti occorre senz’altro pensare in primis allo Shabbat ogni volta che se ne presenta l’occasione secondo Shammay.
Il Mirkevet ha-Mishneh, commento alla Mekhiltà, ci fornisce un’analisi più approfondita. In linea di principio Hillel era superiore a Shammay. Hillel serviva D. con amore. Confidava pienamente nel fatto che i cibi dello Shabbat ci vengono forniti direttamente dal S.B. in base ai nostri meriti e non dipendono dalla sorte come afferma il Talmud: Egli non glieli avrebbe fatti mancare al momento opportuno e pertanto non si riteneva obbligato a pensarci in anticipo. Shammay, dal suo canto, viveva nel timore che H. possa negarceli, o più esattamente ricondurli alla nostra sorte come gli alimenti degli altri giorni (Mo’ed Qatan 28a). Ciò lo costringeva a inseguire il cibo di Shabbat ogni giorno. Ma quanti individui – si interroga il commento – hanno oggi il livello da potersi permettere la fiducia e, per così dire, la disinvoltura di Hillel?
Lo Shulchan ‘Arukh non stabilisce la Halakhah su questo punto, ma altri Decisori lo fanno. L’Or Zarua’, seguito dal Turè Zahav e dal Kaf ha-Chayim (a Orach Chayim 242, n. 29), sostiene che Hillel stesso, pur comportandosi diversamente, ammetteva che la linea di Shammay sia senz’altro preferibile per i più. In Shabbat 119a si racconta infatti di un ricco macellaio di Laodicea che imbandiva una tavola d’oro trasportabile da sedici persone ripiena di ogni ben di D. servito su piatti d’argento. Alla richiesta dei suoi ospiti su come avesse conseguito tanto successo, rispondeva che destinava sistematicamente allo Shabbat le bestie migliori nelle quali si imbatteva nell’arco della settimana. Almeno rispetto ai cibi più preziosi che non si trovano sempre è pertanto opportuno seguire la linea restrittiva di Shammay e metterli comunque da parte per lo Shabbat.
R. Bachyè si sofferma su questa Halakhah al termine del suo commento alla Creazione del Mondo (Bereshit 2, 3). Egli sostiene che “come è opportuno che gli occhi del corpo guardino allo Shabbat fin dall’inizio della settimana, mettendo via per esso le porzioni migliori, così gli occhi della mente devono saper guardare al termine dei seimila anni di storia che culmineranno nel settimo millennio”. L’insegnamento che egli ne deriva è non limitarsi a curare gli aspetti fisici, ma tener presente “il nutrimento dell’anima presente e futuro”. Saper guardare in fondo al percorso, perché esiste una finalità che viene perseguita.
וְנָגֹ֥לּוּ כַסֵּ֖פֶר הַשָּׁמָ֑יִם
Yesha’yahu 34, 4: I cieli vengono srotolati come un volume.
R. Bachyè riprende da Nachmanide una visione teleologica della Storia che vede riflessa nel racconto della Creazione. Citando i Pirqè de-Rabbì Eli’ezer 51, egli scrive che il mondo è come un Sefer Torah che il S.B. srotola e legge. In base al concetto per cui per D. ogni giorno corrisponde a mille anni (Tehillim 90, 4; Bereshit Rabbà 8, 2), la vicenda del nostro mondo e del popolo ebraico in particolare si articola in sei millenni, ciascuno dei quali è prefigurato da un Giorno della Creazione. Alla fine vi sarà un settimo millennio “di Shabbat e riposo per l’eternità” (Mishnah Tamid 5, 1; Rosh ha-Shanah 31a; ‘Avodah Zarah 9a).
Il Primo Giorno della Creazione è segnato dalla presenza della luce e dell’acqua, senza elementi solidi: il Primo Millennio della Storia presenta una condizione di totale fluidità in cui l’essere umano è presente con la sua luce potenziale, ma ancora non ha cercato e invocato D.
Il Secondo Giorno assistiamo alla separazione fra acque inferiori e acque superiori: il Secondo Millennio corrisponde al periodo storico del Diluvio in cui il giusto Noach è separato dai suoi contemporanei malvagi. La tragedia della distruzione dell’umanità fa sì che nel testo non appaia l’espressione: “D. vide che era cosa buona”.
Il Terzo Giorno appare l’asciutto e spuntano i primi vegetali. Il Terzo Millennio è il periodo della prima “fioritura” spirituale, di cui fu protagonista Avraham nostro Padre. Egli avvicina gli abitanti di Charan al monoteismo e insegna alla sua famiglia “la via di H. che consiste nel perseguire giustizia ed equità” (Bereshit 18, 18). Questo millennio culmina con il dono della Torah sul Monte Sinay: perciò questo giorno merita che l’espressione “cosa buona” vi appaia due volte.
Il Quarto Giorno furono creati gli astri: nel Quarto Millennio il popolo ebraico assurge alla condizione di regno indipendente. Si diffonde la luce della Torah Scritta (il sole) e Orale (la luna) accompagnate dai commenti dei Maestri (le stelle). Viene costruito il Primo Tempio di Yerushalaim che illumina il mondo. Ma successivamente questa luce si rimpicciolisce, come accade alla luna e ridotta rimane per tutta l’epoca del Secondo Tempio.
Il Quinto Giorno furono creati i volatili e i pesci, cui possono essere paragonate rispettivamente le potenze che aggrediscono e Israel, la loro vittima, che finisce in esilio. Non vi è ricerca di D.
Il Sesto Giorno è stato creato l’Uomo “a immagine di D.”. Inizialmente il Sesto Millennio vede ancora il predominio di potenze distruttrici (simboleggiate dalle belve terrestri), ma alla mattina si delinea la redenzione come un sole nascente, con la venuta del Mashiach tanto atteso.
Il Settimo Giorno, infine, è Shabbat: allude al Mondo a Venire e al riposo della Vita e della Pace Eterna.
La storia umana ha un senso e una direzione. Questi commenti contengono un ammonimento su due fronti: 1) Non fermiamoci davanti al momento presente con le sue eventuali brutture: occorre piuttosto saper guardare oltre, nella convinzione che stiamo vivendo una lunga fase preparatoria al sommo bene. 2) Sebbene siamo entrati nell’anno 5787 e ci stiamo dunque avviando verso la fine del sesto millennio e di tutto il percorso, ciononostante dobbiamo essere consapevoli che le cose importanti vanno preparate fin dal primo momento utile e non lasciate all’ultimo istante. Lo Shabbat è un dono meraviglioso che H. ci ha messo a disposizione: ogni settimana Esso ci allena a coltivare una prospettiva più ampia e lungimirante su ciò che veramente conta nella vita per affrontare con serenità la nostra quotidianità come individui e come popolo. A condizione che lo abbiamo saputo preparare per tempo. Shabbat Shalom.
