Mishnat haShavua’
L’ultimo capitolo del trattato Ta’anit si apre con un insegnamento relativo alla birkat Kohanim. In base a quanto verrà stabilito dalla ghemarà ci sono tre occasioni nell’anno in cui i Kohanim impartiscono la birkat kohanim in tutte le tefillot:
a) nei digiuni pubblici, argomento principali del trattato;
b) nelle ma’amadot;
c) il giorno di Kippur.
La seconda Mishnà spiega cosa sono le ma’amadot. La Torà nella parashà di Pinechas stabilisce che vengano offerti due sacrifici pubblici perpetui al giorno. Come è possibile che tali sacrifici vengano presentati senza la presenza degli offerenti? Per questo i primi profeti, secondo Rashì Shemuel e David, stabilirono che tutto il popolo, Kohanim, Leviim e Israelim, fosse diviso in 24 mishmarot. Quando veniva il proprio turno ci si recava a Yerushalaim. Mentre i Kohanim e i Leviim salivano tutti, gli Israelim salivano in parte, mentre gli altri si riunivano nelle sinagoghe nelle proprie città per pregare affinché i sacrifici venissero accettati con favore.
Ogni giorno nella settimana veniva letta nella Torà la prima porzione della parashà di Bereshit, per esplicitare il legame sussistente fra la ‘avodà nel bet ha-miqdash e la permanenza del mondo. Per mezzo dei sacrifici il mondo riceve benedizione e pioggia benefica.
Nella terza Mishnà viene illustrato quanto avveniva nelle ma’amadot. Coloro che prendevano parte al ma’amad digiunavano quattro giorni durante la settimana da mattina a sera, dal lunedì al giovedì. Non digiunavano il venerdì, per il kavod dello Shabbat, e ovviamente il Sabato stesso, né la domenica per non passare dal riposo e dall’oneg alla fatica mettendo a rischio la propria vita.
Sul non digiunare di domenica Bertinoro, basandosi sulla ghemarà in Ta’anit riporta varie spiegazioni: a) la domenica è il terzo giorno dalla creazione dell’uomo, essendo stato creato di venerdì, e dall’episodio di Shekhem si può imparare che il terzo giorno è quello della maggiore debolezza;b) all’uscita dallo Shabbat viene presa all’uomo la neshamà yeterà, e digiunare vorrebbe dire mettersi in pericolo.
La mishnà spiega come era organizzata la lettura nei giorni della settimana dalla domenica al venerdì. Ogni giorno venivano letti i brani relativi a due giorni della creazione. I brani più brevi, composti da soli tre versi, venivano letti da un’unica persona, mentre i più lunghi venivano letti da due. Un brano di cinque versi veniva ad esempio diviso in due parti, di modo tale che il primo leggesse i primi tre versi, e il secondo ripetesse il terzo e arrivasse alla fine del brano. In questo modo ciascuno leggeva, così come facciamo oggi nella lettura della Torà, non meno di tre versi. Nella tefillà di minchà la lettura non avveniva leggendo da un sefer Torà, ma a memoria, così come si legge lo Shemà. Di venerdì a Minchà non ci si riuniva in preghiera, per prepararsi adeguatamente per lo Shabbat.
