Yonathan Grossman 2026-5787 – YouTube
Traduzione-adattamento editoriale ChatGPT
Shalom a tutti e benvenuti alla nostra nuova serie, nella quale desideriamo esaminare le parashot della settimana attraverso la prospettiva degli strumenti letterari. Vorrei dedicare soltanto qualche parola introduttiva per chiarire quale sarà l’obiettivo di questa serie. Da una parte seguiremo la parashà della settimana e, di volta in volta, prima di affrontarla, presenteremo una storia particolare sulla quale ci soffermeremo; dall’altra, però, il nostro vero interesse sarà quello di seguire gli strumenti letterari attraverso i quali viene costruita la narrazione biblica e, grazie a essi, cercare di cogliere la direzione più profonda e talvolta nascosta del testo.
Avremo dunque una storia di cui discutere, ma il nostro obiettivo più propriamente letterario sarà mostrare diversi strumenti narrativi e, attraverso di essi, ampliare il nostro repertorio di strumenti di lettura con cui accostarci al testo e comprenderne il significato. Lo dico quasi come una forma di scusa fin dall’inizio: non potremo esaurire tutto ciò che si potrebbe dire su ogni singola storia, perché ciascun racconto servirà piuttosto come esempio dello strumento letterario sul quale desideriamo soffermarci. Non usciremo quindi da ogni incontro avendo soddisfatto tutti i nostri desideri interpretativi, ma apriremo molte finestre su possibilità che forse un giorno potranno essere esplorate più a fondo.
La dinamica della lettura
In occasione della parashà di Bereshit vorrei iniziare da uno strumento letterario che a malapena si potrebbe definire tale, perché riguarda un atteggiamento ancora più fondamentale nei confronti della lettura: una determinata consapevolezza del modo in cui leggiamo. Talvolta si parla della dinamica del testo letterario. Spesso siamo portati a chiederci quale sia, in definitiva, il significato di una storia: qual è la sua morale? Che cosa ci dice, alla fine, sulla vita, sul rapporto tra l’essere umano e Dio, o su qualche altra questione? Che cosa vuole comunicarci questa storia?
Eppure, talvolta il nostro tentativo di estrarre dal racconto una conclusione definitiva rischia di farci perdere una parte essenziale della sua direzione, che non risiede soltanto nella conclusione, ma nel processo stesso della lettura. A questo proposito, due dei più importanti studiosi che è necessario ricordare sono Menachem Perry e Meir Sternberg. Entrambi hanno scritto numerosi saggi proprio su questo tema, mostrando quanto la consapevolezza del processo di lettura sia importante per comprendere la direzione complessiva di una storia.
Vorrei illustrare questo principio attraverso la storia di Caino e Abele. Come vedremo, possiamo arrivare a due letture quasi opposte del racconto, a seconda che ci precipitiamo direttamente alla conclusione oppure che seguiamo il modo in cui la storia costruisce i suoi personaggi e ci conduce lungo il percorso della lettura.
Per il momento ci limiteremo alla prima scena della storia: non parleremo ancora dell’uccisione di Abele da parte di Caino, ma soltanto della parte iniziale, quella relativa alle offerte. Il racconto si apre così:
«E l’uomo conobbe Eva, sua moglie; ella concepì e partorì Caino e disse: “Ho acquistato un uomo con il Signore”. Poi partorì ancora suo fratello Abele. Abele era pastore di greggi, mentre Caino era lavoratore della terra. Trascorso del tempo, Caino portò dei frutti della terra come offerta al Signore. Anche Abele portò delle primizie del suo gregge e del loro grasso. Il Signore si rivolse ad Abele e alla sua offerta, ma non si rivolse a Caino e alla sua offerta».
Il racconto prosegue descrivendo il volto abbattuto di Caino e la sua reazione. A prima vista, però, il testo non ci rivela esplicitamente perché l’offerta di Abele sia stata accettata e quella di Caino rifiutata. Non ci viene spiegato nulla: è semplicemente scritto che Dio si rivolse ad Abele e alla sua offerta, mentre non si rivolse a Caino e alla sua offerta. Ma perché? In fondo, ci sono due persone che hanno portato un’offerta e, a una lettura superficiale, non appare immediatamente una differenza sostanziale tra le due. Ed ecco il mistero.
Molti interpreti hanno ritenuto che, fin dall’inizio, il testo manifestasse simpatia per Abele e diffidenza nei confronti di Caino. Vorrei mostrare come questa concezione emerga quasi da ogni versetto e, successivamente, cercare di capire che cosa abbia spinto gli interpreti a caricare i due personaggi di un giudizio così diverso già dall’inizio della storia.
Prima, però, vorrei inserirmi per un momento in una tradizione interpretativa molto diffusa. La differenza di giudizio tra i due fratelli, secondo questa tradizione, comincia già prima della loro nascita, addirittura dal momento del loro concepimento. Esiste un noto midrash che compare nel Pirqè de-Rabbi Eliezer. Vi si racconta che venne da Eva il serpente cavalcato da Samael, il Satana, o comunque una figura appartenente alla corte celeste, e da lui fu concepito Caino. Secondo questo midrash, dunque, il padre di Caino non sarebbe Adamo, ma Samael. Successivamente venne Adamo da Eva e nacque Abele, come è detto: «E l’uomo conobbe Eva, sua moglie». Che cosa significa «conobbe»? Che seppe che era incinta e vide che la sua forma proveniva non dalle creature inferiori, ma da quelle superiori.
Anche il Targum attribuito a Yonatan adotta, per certi aspetti, questa linea interpretativa. Vi si legge, in sostanza, che Adamo conobbe Eva e che ella concepì da Samael, l’angelo della morte. Non è necessario dire che questa sia la lettura del peshat, il senso letterale; è però evidente come essa stabilisca una separazione tra i due fratelli fin dal primo istante: uno è figlio dell’uomo, l’altro è figlio di Satana. È quindi già chiaro in quale direzione la storia sembrerebbe volerci condurre. Ma questo appartiene al mondo del midrash, alla semantica propria dell’interpretazione midrashica.
Anche tra molti commentatori medievali troviamo numerosi elementi che sembrano stabilire fin dall’inizio una netta preferenza per Abele. Dove emerge tutto questo? Seguiamo, per esempio, la lettura di Rashì.
Caino e Abele: due personaggi già definiti?
Rashì sarà per noi un rappresentante particolarmente fedele di questa modalità di lettura. Già all’inizio, nel descrivere la nascita dei due fratelli, il testo dice che Eva partorì Caino e poi aggiunge: «Poi partorì suo fratello Abele». Rashì commenta:
«“Caino, suo fratello Abele”: tre erano le sorelle gemelle; una gemella nacque con Caino e due gemelle nacquero con Abele. Per questo è detto “aggiunse”.»
Dunque, persino al momento della nascita, quando ciascuno dei due fratelli viene al mondo insieme alle proprie sorelle, Rashì trova un piccolo elemento di preferenza per Abele. Se chiedessimo alle bambine: «Chi preferite?», almeno due risponderebbero Abele e soltanto una Caino. Non è ancora, evidentemente, un giudizio morale o etico, ma orienta già il nostro sguardo e ci fa percepire la direzione dell’interpretazione: essa sostiene Abele e non Caino.
In modo più concreto, Rashì continua sulla stessa linea nella descrizione della diversa scelta professionale dei due fratelli. Caino, come sappiamo, era lavoratore della terra, mentre Abele divenne pastore di greggi. Rashì commenta le parole «pastore di greggi»: perché Abele scelse di essere pastore e non, come suo fratello, lavoratore della terra? «Poiché la terra era stata maledetta, egli si separò dal lavorarla.»
In altre parole, Abele non volle occuparsi della terra maledetta. Alla fine della storia precedente, quella del Giardino dell’Eden, Dio aveva detto: «Maledetta sia la terra per causa tua; con dolore ne mangerai». Secondo Rashì, Abele vide che la terra non si trovava in un buon rapporto con Dio e si allontanò da essa per diventare pastore. Caino, invece, non si allontanò dal lavoro della terra: evidentemente non gli dava fastidio che essa fosse stata maledetta.
Nel Midrash ha-Gadol troviamo una formulazione ancora più aspra:
«Abele era pastore di greggi, perché temeva la maledizione con cui il Santo, benedetto Egli sia, aveva maledetto la terra, come è detto: “Con dolore ne mangerai”. Egli si occupava dell’allevamento degli animali. Caino, invece, non temeva il Santo, benedetto Egli sia; era ostinato e diceva: “Io sarò lavoratore della terra”.»
Nel linguaggio del midrash si può quasi sentire la sfida di Caino, la sua provocazione: «Tu, Dio, forse hai maledetto la terra, ma a me questo non interessa. Anzi, proprio verso questi luoghi maledetti e condannati io mi dirigerò». Questa è dunque la lettura della scelta delle loro professioni.
Il passo successivo sul quale vorrei, per il momento, seguire ancora il commento di Rashì riguarda la scelta delle offerte, e quindi la qualità del sacrificio. Qui, effettivamente, troviamo una precisione testuale sulla quale torneremo tra poco. Il versetto dice: «Caino portò dei frutti della terra come offerta al Signore». Che cosa significa «dei frutti della terra»? Rashì risponde: «Dal peggiore». Nel Bereshit Rabbà troviamo una formulazione ancora più esplicita: «dalla scoria», cioè dagli scarti.
Se leggiamo così la storia, la conseguenza sembra evidente. Caino porta gli avanzi, ciò che rimane; questo dice moltissimo sul suo atteggiamento verso Dio: conserva per sé la parte migliore e offre al Santo, benedetto Egli sia, soltanto ciò che è di scarto. Abele, invece, porta «delle primizie del suo gregge e del loro grasso»: offre dunque ciò che è pregiato.
Questa contrapposizione è stata ripresa da numerosi interpreti, anche moderni. Molti hanno osservato che soltanto nel caso di Abele il testo specifica «delle primizie del suo gregge e del loro grasso», mentre non dice nulla di analogo per Caino. Da ciò hanno dedotto che anche la qualità dell’offerta di Caino fosse inferiore.
A titolo di sintesi di questa posizione, vorrei leggere alcune frasi di Rabbi Chaim ben Attar, che affronta la questione con grande acutezza. Egli osserva che qui sarebbe stato opportuno dire: «E Caino era lavoratore della terra», così come è detto: «Abele era…». Perché, invece, il testo presenta i due fratelli in forma così contrapposta? Secondo lui, la struttura stessa del versetto deriva dal fatto che i due non erano uguali, ma rappresentavano due opposti: «Questo era giusto e quello malvagio». E aggiunge: «Da ciò possiamo apprendere che il bene e il male hanno una stessa radice: l’uomo primordiale era interamente buono e da lui uscirono uno buono e uno cattivo». Prosegue poi dicendo che Caino era un uomo dall’occhio cattivo e che ciò si può vedere, tra l’altro, dal modo in cui portò la propria offerta.
Questa è dunque una lettura molto diffusa: la separazione tra Caino e Abele sarebbe presente fin dalla loro nascita e, certamente, nelle loro scelte professionali e nel modo in cui portano le rispettive offerte. Ma perché gli interpreti hanno sentito il bisogno di attribuire a Caino una tale malvagità già dal momento della sua nascita o della scelta della sua professione, presentando Abele, come dice Rabbi Chaim ben Attar, come il giusto e Caino come il malvagio?
Mi sembra abbastanza chiaro che questa linea interpretativa legge l’inizio della storia alla luce di ciò che verrà rivelato alla fine. Alla fine Caino si rivelerà un assassino; prima ancora, scopriremo che Dio non ha accettato la sua offerta e che sarà necessario spiegare il motivo; infine scopriremo che Caino uccide proprio suo fratello.
Abbiamo una tendenza, sia psicologica sia interpretativa, a comportarci così: se vediamo un assassino al ventesimo minuto di una storia, già al secondo minuto cerchiamo degli indizi che lo rivelino; se vediamo qualcuno diventare un assassino a trent’anni, ci piace tornare alla sua infanzia e cercare già alle elementari i primi segnali di quella disposizione interiore. Può darsi che questo sia una sorta di meccanismo di difesa: se riusciamo a individuare fin dall’inizio il male, forse ci sentiamo più protetti dall’idea che possa precipitare improvvisamente negli abissi; ma può anche trattarsi semplicemente di una psicologia elementare della lettura, per cui tendiamo a costruire i personaggi in modo statico, come tipi definiti: c’è il tipo del giusto e c’è il tipo del malvagio, e se Caino alla fine si rivela malvagio, allora cerchiamo la sua malvagità già nella prima fase della storia.
Leggere Caino e Abele senza anticipare il giudizio
Ed eccoci finalmente al punto che ci interessa davvero. Vogliamo seguire la dinamica della lettura e chiederci se, nel corso della lettura, accada qualcosa di inatteso. Non è forse un errore interpretativo dedurre ciò che avviene nella fase iniziale da ciò che scopriremo molto più avanti? Forse dobbiamo permettere alla storia di rivelare progressivamente le proprie intenzioni e i propri protagonisti, lasciando che ogni fase porti qualcosa di nuovo.
Vorrei allora rileggere la storia non attraverso gli occhiali di Rashì, ma cercando di ricavare dal modo in cui è costruita la narrazione ciò che essa ci dice sui personaggi di Caino e Abele. La storia si apre, come abbiamo ricordato, con le parole: «E l’uomo conobbe Eva, sua moglie; ella concepì e partorì Caino e disse: “Ho acquistato un uomo con il Signore”. Poi partorì suo fratello Abele».
Molti hanno osservato che qui manca qualcosa di molto significativo: manca il midrash del nome di Abele. Immaginiamo una sorta di festa per la nascita. Caino nasce, Eva annuncia solennemente: «Lo chiameremo Caino, perché kaniti ish et Hashem, “ho acquistato un uomo con il Signore”». Poi nasce Abele e tutti si raccolgono. Non sono ancora moltissimi, naturalmente, ma coloro che sono presenti attendono: «Bene, come lo chiameranno? Qual è il significato del suo nome?». E invece Eva dice semplicemente: «Lo chiameremo Abele».
Silenzio. Non solo manca il midrash del nome: forse comprendiamo anche perché sia bene che manchi. Quale potrebbe essere, infatti, il significato del nome Abele? Hevel è il soffio, il vapore, qualcosa di vuoto, di inconsistente, destinato a dissolversi. Potremmo dunque domandarci se il nome alluda al destino di Abele, alla sua mancanza di continuità, al fatto che non avrà una discendenza propria. Ma in questa fase della lettura il lettore non conosce ancora ciò che accadrà.
E, proprio per questo, il peso attribuito a Caino è particolarmente evidente. La storia si concentra su di lui. Non soltanto si concentra su Caino: ascoltiamo con attenzione il significato del suo nome. Che cosa sta dicendo Eva quando proclama: «Ho acquistato un uomo con il Signore»?
È difficile non lasciarsi coinvolgere dall’entusiasmo straordinario di una donna che ha appena partorito per la prima volta. Immaginiamo Eva: non ha una madre, non ha sorelle, non ha zie che possano raccontarle che cosa accadrà; si ritrova improvvisamente incinta, avverte le trasformazioni del proprio corpo e della propria anima e infine partorisce un bambino. La sua emozione è enorme, e questa emozione emerge dalle sue parole: «Quale potere mi è stato dato! Posso creare un essere umano! Kaniti ish — ho acquistato, ho creato, ho generato un uomo!».
E prima ancora che qualcuno possa accusarla di essersi attribuita da sola il merito, aggiunge: «con il Signore». Sa bene da chi proviene la forza che le ha permesso di generare. Ha creato un uomo insieme a Dio.
Qualcuno ha osservato che non sarebbe stato molto elegante da parte sua ricordare Dio senza menzionare Adamo. In fondo, conosciamo bene questo genere di dinamiche: padri che, al momento della nascita del figlio, si sentono quasi messi da parte. Alcuni hanno persino letto il versetto come se Eva, nella gioia della nascita, avesse dimenticato il marito. Ma anche questo mi sembra un’interpretazione eccessivamente sottile. Il versetto, infatti, ricorda esattamente tutti e tre i protagonisti: «E l’uomo conobbe Eva, sua moglie»; poi Eva dice: «Ho acquistato un uomo con il Signore». Abbiamo dunque l’uomo, Eva e Dio: tutti e tre sono presenti nel processo creativo.
Possiamo quasi aspettarci che proprio il bambino chiamato Caino porti con sé la consapevolezza di questa collaborazione, così come questa consapevolezza è impressa nel suo nome. Il significato della sua nascita è proprio questo: l’essere umano può creare, può generare persino un altro essere umano, in collaborazione con Dio. Non ci stupiremmo, allora, se anche quando Caino produrrà i propri frutti — non più frutti del grembo, ma frutti della terra — sentisse il bisogno di portarne subito un’offerta a Dio, come espressione di questa consapevolezza: sa da chi proviene la forza della propria fertilità.
A questo punto della lettura, dunque, accade qualcosa di interessante. Non soltanto non troviamo ancora una presa di distanza da Caino: quasi al contrario, sembra esserci una certa preferenza nei suoi confronti. Tutto il solenne e commovente midrash del nome accompagna Caino, non Abele, mentre l’assenza di un midrash del nome per Abele è invece molto evidente.
Proseguiamo. Che cosa accade quando i due fratelli crescono e scelgono il proprio lavoro? Abele diventa pastore di greggi e Caino lavoratore della terra. Rashì e il midrash vedono nella scelta di Caino una critica: egli si sarebbe dedicato alla terra maledetta. Ma qui vorrei ricordare ciò che ha scritto il professor Amos Frisch in un bel libro dedicato al lavoro e al rapporto con esso. È molto difficile trovare, a questo punto della storia, una critica nei confronti di chi sceglie di lavorare la terra.
Nella Torà troviamo certamente critiche nei confronti di alcuni lavoratori della terra? Non necessariamente. Anzi, è quasi strano sostenere che il semplice fatto di diventare agricoltore costituisca una colpa. In un certo senso, potremmo addirittura rovesciare la prospettiva.
Pochi versetti prima della nostra storia, quando Adamo e sua moglie vengono espulsi dal Giardino dell’Eden, il loro nuovo compito consiste proprio nel lavorare la terra. Alla fine del capitolo 3 leggiamo: «E il Signore Dio lo mandò via dal Giardino dell’Eden, perché lavorasse la terra dalla quale era stato tratto». E subito dopo: «E Caino era lavoratore della terra».
Potremmo quindi dire, al contrario, che Caino sta proprio realizzando il nuovo compito assegnato all’umanità dopo l’espulsione dal Giardino dell’Eden. E Abele, invece, introduce improvvisamente una nuova professione: quella del pastore di greggi. Se proprio volessimo cercare qualcosa da mettere in discussione nella scelta dei due, sembrerebbe quasi che Caino sia colui che prosegue la direzione stabilita da Dio per l’umanità nella fase successiva all’Eden. Per questo è molto difficile trovare una critica nel semplice fatto che egli lavori la terra.
La vera difficoltà riguarda la scelta delle offerte. E qui vorrei che rileggessimo il testo con maggiore lentezza. Il testo dice: «Trascorso del tempo, Caino portò dei frutti della terra come offerta al Signore; e Abele portò anch’egli delle primizie del suo gregge e del loro grasso».
È vero: nella descrizione dell’offerta di Abele c’è una qualità particolare. Il versetto si concentra sulla sua natura: «delle primizie del suo gregge e del loro grasso». Sia le primizie sia il grasso avranno, nella successiva legislazione dei sacrifici, un ruolo particolare. Abele sembra dunque aver compreso che si tratta di una qualità speciale dell’offerta e investe molto in essa. Ma possiamo davvero dedurre da questo che Caino non abbia investito nulla?
Prima di tutto, dobbiamo osservare che anche per Caino è scritto: «Trascorso del tempo». Se ciò significa, come alcuni hanno proposto, «dopo un anno», allora Caino porta i frutti della propria produzione agricola. Inoltre, l’espressione «frutti della terra» può ricordare proprio la mitzvà delle primizie. Come le primizie e il grasso costituiscono una parte particolare delle offerte animali, così anche i primi frutti che la terra produce, nel seguito della Torà, diventano qualcosa che viene portato a Dio, almeno in relazione all’altare e al culto.
Dunque, anche questo modello esiste. Ma ciò che trovo ancora più significativo è un’altra cosa. Se l’intenzione della Torà fosse stata quella di creare, a questo punto, un netto contrasto tra Abele e Caino, è difficile comprendere perché avrebbe detto: «E Abele portò anch’egli delle primizie del suo gregge e del loro grasso». Quell’«anch’egli» è estremamente significativo. Quasi tutto ciò che il versetto vuole dire è: Abele fece come aveva fatto Caino.
Certo, teoricamente possiamo distinguere: entrambi portarono un’offerta, ma la qualità dell’offerta di Abele era diversa. È possibile sostenerlo. Ma se la Torà avesse voluto creare una contrapposizione così netta, questa non sarebbe stata la formulazione più naturale. Sarebbe stato molto più semplice eliminare l’«anch’egli» e ottenere così un contrasto molto più evidente: «Trascorso del tempo, Caino portò dei frutti della terra come offerta al Signore; Abele portò delle primizie del suo gregge…». Invece leggiamo: «E Abele portò anch’egli». Questo suggerisce continuità, somiglianza, dipendenza da un modello già stabilito. Come Caino, così anche Abele.
È quindi possibile che tra i due vi sia una sorta di equilibrio: trascorso del tempo, Caino porta alcuni dei frutti della propria produzione; anche Abele porta le primizie del proprio gregge. Non significa necessariamente che Caino sia preferito, ma non è affatto certo che il testo stabilisca già qui una preferenza per Abele. O, almeno, la Torà non costruisce la scena in modo tale da rendere facile al lettore la conclusione che il suo unico scopo sia creare un contrasto tra i due e stabilire la superiorità di Abele.
La sorpresa e la reazione di Caino
Perché è così importante? Perché se leggiamo il racconto insieme a Rashì, alla tradizione del Bet Midrash dei nostri Maestri e a molti grandi interpreti che hanno seguito questa linea, la decisione divina riguardo a quale offerta accettare e quale rifiutare appare quasi scontata: «Il Signore si rivolse ad Abele e alla sua offerta, ma non si rivolse a Caino e alla sua offerta».
Se leggiamo il racconto come Rashì, tutto è già spiegato: Caino lavora la terra maledetta, porta gli scarti, mentre Abele offre ciò che è migliore. È quindi naturale che Dio scelga l’offerta di Abele. Ma se leggiamo il testo come abbiamo cercato di fare qui, e cioè pensando che la Torà voglia deliberatamente disorientarci, allora non esiste una preferenza evidente per uno dei due fratelli. Il lettore non può stabilire con certezza quale offerta sia migliore.
Ed ecco che, proprio in quel momento, l’intervento divino che sceglie l’offerta di Abele e respinge quella di Caino diventa una sorpresa narrativa. Forse, anzi, proprio questa è la funzione di tutta la scena. Noi siamo realmente sorpresi: perché? Perché proprio l’offerta di Abele è stata accettata e quella di Caino no? Perché non sono state accettate entrambe? Qual è il problema?
La costruzione di questa sorpresa ha innanzitutto un’immediata funzione letteraria. Il passo successivo del racconto dice: «Caino si adirò molto e il suo volto cadde». L’espressione «il suo volto cadde» è rara, quasi unica. Il suo volto è letteralmente precipitato. Caino non sa più quale espressione assumere, è smarrito, confuso, disorientato.
Con chi è arrabbiato? È difficile dirlo. Con se stesso? Con Abele? Con Dio, probabilmente. Ma soprattutto è in uno stato di profonda inquietudine. Ora, se leggiamo il racconto insieme a Rashì, non siamo particolarmente inclini a simpatizzare con la sua frustrazione o con il suo volto abbattuto. Saremmo quasi tentati di dirgli: «Caino, riprenditi! Porta un’offerta come si deve e tutto si sistemerà».
Ma se leggiamo la storia come abbiamo fatto finora, siamo invece sorpresi insieme a Caino e improvvisamente possiamo identificarci con quella scena psicologica. Possiamo comprendere la situazione di un uomo che si trova davanti a Dio, convinto di aver fatto tutto nel modo giusto, e scopre tuttavia che Dio non accetta la sua preghiera, non accetta la sua offerta.
Questo diventa allora parte integrante della direzione della storia. È la prima offerta mai portata dall’essere umano, e la storia ci dice già qualcosa di molto importante: puoi portare la tua offerta e non ricevere la risposta che ti aspettavi; puoi pregare e ricevere un «no», senza sapere perché.
E allora, che cosa si fa con questa esperienza? La storia ci mette in guardia: fai attenzione a non diventare Caino. Perché nel momento in cui il tuo volto cade, nel momento in cui ti senti umiliato e respinto nel tuo rapporto con Dio, questa frustrazione può trasformarsi in violenza. Può manifestarsi nella distruzione della famiglia, nella distruzione della società, nella distruzione del mondo. Improvvisamente c’è un pericolo in agguato.
Ma per poterlo comprendere dobbiamo prima di tutto evitare di leggere Caino come se fosse stato fin dall’inizio il figlio di Samael, del serpente, e quindi come se la sua malvagità fosse già stabilita prima ancora che la storia cominci.
Vorrei aggiungere, con cautela, un secondo punto e con questo concludere questa breve discussione. Forse già qui il testo contiene non soltanto un’affermazione letteraria, ma anche un’affermazione teologica, legata proprio alla possibilità di identificarsi con Caino.
Nel primo momento in cui gli esseri umani si presentano davanti a Dio con una preghiera o con un’offerta, nel primo momento in cui l’umanità si trova in questa situazione, la Torà ci dice una cosa fondamentale: a volte la nostra offerta viene accettata e a volte non viene accettata, e tu, lettore, non sei invitato a sapere perché.
Il giudizio umano non possiede gli strumenti necessari per sapere chi è degno davanti a Dio e chi non lo è. Dio ha i suoi calcoli, le sue ragioni. Credo che il racconto presupponga che la decisione divina sia giustificata. Non c’è necessariamente alcun dubbio, dal punto di vista del narratore, sulla sua legittimità e forse, nel prosieguo della storia, scopriremo che era pienamente giustificata.
Ma in questa fase della narrazione il testo sta già dicendo qualcosa di preciso: ti è richiesto di pregare, ti è richiesto di portare un’offerta, ti è concesso di chiedere, di desiderare, di sperare, ma non ti è concesso di sapere fino in fondo quando ciò che hai offerto è stato accolto e quando non lo è stato.
Questa consapevolezza crea una particolare postura dell’essere umano davanti al Signore.
Ed è con questo che concludiamo la nostra prima discussione sulla dinamica del testo letterario e della narrazione biblica.
A presto, e che la benevolenza del Signore sia con tutti voi.
