(da una derashah di Rav Lichtenstein)
Come è noto dopo aver peccato Adam e Chawwà si coprono con delle foglie di fico, mentre D. in un secondo momento li veste con delle tuniche di pelle. Sulla relazione fra queste due circostanze R. Bechayè considera le tuniche come un notevole passo avanti, dal momento che le foglie di fico erano destinate unicamente a coprire le nudità. Vi è quindi fra le due coperture una differenza sostanziale.
Una struttura paragonabile è presente nelle vesti sacerdotali. Come è noto gli abiti del sacerdote erano lakhavod ultifaret, così come scritto nella parashà di Tetzawwè. Fra gli abiti sacerdotali i pantaloni hanno invece dichiaratamente una funzione differente, appunto quella di coprire la nudità. Il non indossare gli abiti sacerdotali durante il servizio è considerato per un sacerdote un peccato estremamente grave, punibile con la morte. La ghemarà in massekhet Zevachim (17b) considera gli abiti come un elemento costitutivo dello stesso sacerdozio, tanto che se i sacerdoti non li indossano, non hanno su di sé il sacerdozio. In base a questo insegnamento, inutile se il servizio senza abiti è punito con la morte, le Tosafot (Sanhedrin 83b) ritengono, al contrario di Rashì, che il peccato mortale in questione sia quello di non indossare i pantaloni.
Le Tosafot portano poi una spiegazione che non accettano, secondo cui la differenza fra i pantaloni e gli altri abiti è che il divieto per gli altri abiti si applichi solo durante il servizio nel Santuario, mentre per i pantaloni il divieto sia in vigore già nel momento dell’ingresso nel Santuario.
Secondo la lettura delle Tosafot i pantaloni svolgono una funzione basilare, di copertura della nudità, mentre gli altri abiti innalzano chi li indossa. Questo livello più alto è indispensabile per il servizio nel Santuario, ma non per il semplice ingresso.
Tornando ad Adam e Chawwà, la Torà rileva che dopo aver peccato si accorsero di essere nudi. Rashì rileva che persino un cieco sa di essere nudo. Il fatto è un altro. Avevano una unica mitzwà e l’hanno disattesa. La sensazione predominante in quel momento era quella della vergogna. Prova ulteriore di questo fatto è il tentativo assurdo di nascondersi da D. nel giardino.
La vergogna conseguente al peccato riveste un ruolo molto importante. E’ sufficiente leggere il testo del machazor di Kippur per rendersene conto. Ma è necessario sottolineare un aspetto. La vergogna può condurre al timore del peccato ma non è essa stessa il timore del peccato. Per la vera teshuvà non basta la sola vergogna, delle foglie di fico, serve percepire la frattura e la distanza e decidere di cambiare, divenire una persona nuova. Vergognarsi significa sentirsi inadeguati, ma non necessariamente voler cambiare pelle e divenire una persona diversa.
Secondo questa logica, è possibile comprendere un aspetto ulteriore nella colpa di Adam e Chawwà. Indossando delle foglie di fico hanno dimostrato di vergognarsi, ma di non essere ancora pronti a cambiare. Per risollevarli diviene indispensabile l’intervento divino. Il nuovo animo li ha tramutati, così come i sacerdoti possono considerarsi tali solo con i propri abiti indosso. Prima del peccato onore e gloria erano connaturati all’uomo, la corona della creazione. Con il peccato la relazione dell’uomo con D. e con la natura si modifica. Il suo dominio sulla natura non è più naturale, e lo stesso vale per il servizio divino. Per confrontarsi con la nuova situazione, D. fornisce ad Adam e Chawwà delle tuniche di pelle. Il midrash fornisce varie idee sulla materia delle tuniche. Ibn Ezrà riporta un’opinione secondo la quale l’uomo fu ricoperto con la cute, di cui era precedentemente sprovvisto. Anche se non accettiamo queste visioni, possiamo comprendere come l’abito sia un cambiamento sconvolgente per l’uomo. Gli animali non hanno vestiti. Viene inserito un elemento innaturale. Sinora c’era armonia fra uomo, D. e natura. Ora l’uomo intraprende una nuova strada, quella del confronto continuo con la natura e un servizio divino caratterizzato da una tensione interiore ininterrotta. In questo modo dalla natura si entra nella storia e nella cultura.
