“L’Eterno parlò ancora a Mosè nel deserto del Sinai, nella tenda di convegno, il primo giorno del secondo mese, nel secondo anno dalla loro uscita dal paese d’Egitto” (Numeri 1:1). Il Midrash, commentando il versetto iniziale del brano della Torah di questa settimana, osserva che la Torah è stata data grazie a tre fenomeni naturali: il fuoco, l’acqua e il deserto.
Molti rabbini hanno sollevato la questione di cosa esattamente intenda il Midrash attraverso questa osservazione. Perché è importante per noi sapere che la Torah collegata a questi tre fenomeni?
Una possibile spiegazione è che il Midrash cerca di farci riflettere sulle radici di uno dei tratti caratteriali più eccezionali e coerenti del popolo ebraico: la nostra innata tenacia, il nostro rifiuto di arrenderci anche nelle condizioni più proibitive.
Nel corso dei millenni, per la nostra identità, per i nostri valori, per la nostra fede, abbiamo dimostrato la capacità di fare enormi sacrifici, compreso quello estremo di sacrificare la propria vita. In Germania, in Spagna, in Russia, e in molte altre nazioni, gli ebrei si sono aggrappati ostinatamente alla Torah nonostante le insostenibili pressioni che subivano.
Ma anche oggi, tempo in cui godiamo della libertà di praticare la nostra fede senza timore di persecuzioni, siamo tuttavia soggetti a un implacabile assalto di pressioni e lusinghe culturali che ci spingono verso l’assimilazione. Nonostante questo, moltissimi rimangono fermamente impegnati nello studio della Torah e nell’osservanza delle mitzwoth, resistendo eroicamente a queste pressioni.
I maestri del Midrash, ci insegnano che questa straordinaria qualità, ha origine da tre fonti: fuoco, acqua e deserto.
Tutto ebbe inizio con Abramo, che rifiutò di cedere all’idolatria anche sotto la minaccia di essere gettato in una fornace. Il fuoco di Abramo è stato tramandato ai suoi discendenti, alle innumerevoli generazioni di ebrei che furono pronti a dare tutto ciò che avevano, anche la vita, per santificare il Nome di Dio. Ma l’esempio di Abramo, fu la fonte della devozione individuale di quelle persone che presero la decisione di fare grandi sacrifici, anche quelli più estremi.
L’idea di un sacrificio nazionale del popolo ebraico, che si sacrifica collettivamente per la propria fede, si è manifestata nell’acqua del Mar Rosso. Il popolo ebraico uscito dall’Egitto, seguì le istruzioni di Dio e si diresse direttamente nelle acque impetuose del mare nonostante non gli fosse detto che il mare si sarebbe aperto e sarebbe affiorata la terraferma. Il confidare nella salvezza divina e, con fiducia incrollabile, proseguire verso l’acqua, stabilì il precedente che rappresentava il sacrificio per amore di Dio a livello nazionale.
Questi due episodi – l’eroismo di Abramo presso la fornace ardente e dei figli d’Israele presso il mare – furono tuttavia eventi transitori. Bisognava vedere se questa devozione ostinata e incrollabile sarebbe riuscita a durare per un lungo periodo di tempo. Per questo il terzo elemento che diede origine alla tenacia ebraica fu il deserto, quel luogo arido e inospitale dove i figli d’Israele vissero vagando per quarant’anni.
Grazie alla fiducia in Dio, i figli d’Israele sono sopravvissuti, per il tempo di una generazione, in un luogo dove non esiste alcuna possibilità di sopravvivenza con mezzi naturali. Infatti, gli ebrei poterono sopravvivere solo in virtù di tre miracoli: 1. La manna, un alimento che tutti i giorni, tranne lo Shabbat, scendeva dal cielo per nutrirli; 2. un pozzo d’acqua per bere che si spostava con loro durante il viaggio; 3. le nuvole della gloria divina che li proteggevano dai pericoli esterni.
Il Midrash ci ricorda quindi, nel caso l’avessimo dimenticato, gli esempi fondativi della nostra capacità di resistere alle pressioni e alle difficoltà che il mondo intorno a noi ci pone davanti. Questi eventi/prove che i nostri padri hanno superato, sono per noi un’infusione di una grande forza spirituale che ci sostiene nella battaglia per contrastare il pericolo di affievolire, sincretizzare, o addirittura rigettare la nostra identità. Dobbiamo essere orgogliosi della nostra caparbietà, del lato positivo della nostra dura cervice, fieri del modo in cui siamo rimasti ostinatamente impegnati nelle nostre tradizioni piuttosto che accettare la sconfitta dell’assimilazione.
Da sempre viviamo con la tentazione dell’indulgenza materiale, con l’ossessione prevalente della corporeità e con la cultura pervasiva del permissivismo e dell’immoralità. Per questo, ancora oggi, è come se vagassimo “Bemidbar/Nel deserto, in una condizione costante di sfida e lotta che potremo superare se sapremo trarre ispirazione dall’esempio dei nostri antenati e rimanere così, orgogliosamente e fermamente, devoti al Signore e alla Sua Torah, Shabbat Shalom.
