(da un articolo di Rav Ari Kahn)
E’ già passato un anno, un anno ricco di eventi. E’ iniziato con l’uscita dall’Egitto, con un susseguirsi di alti e bassi, il dono della Torà, il vitello d’oro, la costruzione del Mishkàn, la morte di Nadàv e Avihù.
E’ passato un anno, ed è nuovamente tempo di Qorban Pèsach, non in previsione di lasciare l’Egitto, ma come celebrazione nazionale.
C’era tuttavia un gruppo di persone che si sentiva privato dei propri diritti, perché non poteva prendere parte al rituale in quanto ritualmente impuro, e si sentiva pertanto escluso dal popolo ebraico. Il loro sentimento era comprensibile, si trattava di una cerimonia che definiva e in un certo senso creava la nazione.
L’impurità rituale fa parte delle vicissitudini della vita. Una comunità vitale avrà le proprie nascite e le proprie morti. Chi si occupa dei morti compie un’importantissima mitzwà, un’espressione fondamentale del chèsed. Oggi sono i membri della chevrà qaddishà. Come è possibile che chi si occupa di una mitzwà tanto fondamentale siano esclusi dai rituali del Pèsach?
Moshè comprende la validità della domanda e chiede a D. come ci si dovrebbe comportare. La risposta che riceve è straordinaria, perché deroga alle leggi dei sacrifici. In condizioni normali il tempo in cui un’offerta viene presentata è un aspetto fondamentale, non è ammissibile portare un’offerta fuori dal tempo ultimo.
Questa volta invece viene prevista una seconda opportunità. Per quale motivo? Forse comprendere il motivo per cui queste persone si erano rese impure può aiutarci.
Questa domanda viene posta dal Talmùd (Sukkà 25a), che fornisce tre risposte. Il tema è il principio osèq bamitzwà patùr min ha-mitzwà, chi si occupa di una mitzwà è esente da un’altra mitzwà.
Questo gruppo di persone è esentato dal qorbàn Pèsach perché si stava occupando di un’altra mitzwà. Ma chi erano? Secondo R. Yosè ha-Ghelilì erano coloro che portavano le ossa di Yosèf, per R. Aqivà erano Mishaèl ed Eltzafàn, che si erano occupati dei resti di Nadàv e Avihù; in base ad una terza opinione erano degli uomini che si erano occupati di un met mitzwà, un morto insepolto nell’accampamento.
Mentre il Talmùd accetta la terza opinione, l’attenzione dei maestri delle epoche successive è stata catturata dall’idea di R. Yosè. Il Midràsh (Shemòt Rabbà 20) ritiene che furono i resti di Yosèf a creare questa legge straordinaria. Yosèf è l’adàm di cui la Torà ci parla. Yosèf è colui che aveva sostentato i fratelli, e aveva meritato di accompagnare da morto il popolo ebraico nel deserto. Mentre i figli di Israele erano occupati nella raccolta di oro ed argento dagli egiziani, Moshè era impegnato nel recupero delle ossa di Yosèf.
Dopo la morte di Ya’aqov, Yosèf avrebbe potuto consumare la propria vendetta nei confronti dei fratelli, ma decise di prendersi cura di loro, di dar loro da mangiare. Non scelse la strada della non belligeranza o della non violenza, decise di trattarli come fratelli, come una famiglia.
Quegli stessi fratelli, che in un lontano passato vollero tenerlo fuori dalla famiglia, ora vengono riammessi, e Yosèf ottiene che i suoi resti avrebbero viaggiato con il popolo ebraico quando sarebbe uscito dall’Egitto.
La questione posta dagli impuri non è solo di ordine tecnico. Il problema non era solo quello di non poter compiere la mitzwà, per quanto doloroso. Il problema era quello di non compierlo betokh benè Israel, in mezzo al popolo ebraico. Il non offrire il qorbàn Pèsach avrebbe voluto dire non far parte del popolo ebraico. Il qorbàn Pèsach è uno dei due precetti affermativi, assieme alla milà, la cui mancata esecuzione comporta la pena del karèt. L’aspetto che li accomuna è quello identitario, la mancata esecuzione è un distacco dal popolo ebraico. Il karèt in questo caso non è tanto una punizione, quanto una logica conseguenza di un’omissione.
Yosèf avrebbe avuto l’opportunità di sbattere fuori i propri fratelli, ma scelse un’altra strada. Scelse la famiglia, e il suo gesto ha generato una seconda opportunità, creando però un cortocircuito per coloro che lo trasportavano nel deserto. Per questo D. fu costretto a concedere una seconda possibilità. La benevolenza di Yosèf risveglia quella divina.
Il pasto dei fratelli accanto al pozzo ha bisogno di un tiqqun. E’ necessario un pasto in famiglia, che non escluda nessuno, tranne il pane che i fratelli mangiarono allora. Solo matzà. Tutto il pane e i cibi lievitati devono essere eliminati. Pèsach Shenì non richiede questo. Pane e matzà possono convivere, in un momento di unità che rivela l’amore che D. ha per il suo popolo, concedendogli un’altra possibilità.
