(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Qualcosa era cambiato. Non era la generazione che aveva lasciato l’Egitto. Quella generazione era già perita. Questa generazione era cresciuta in libertà, l’unico leader di cui avevano conoscenza era Moshè; quello del Faraone era un nome che apparteneva ad un doloroso passato, di cui si era sentito parlare a Pesach. Questa generazione sarebbe entrata nella terra promessa.
La parashà di Chuqqat si era conclusa con l’agitazione delle nazioni che avevano assistito alla prima ondata di conquiste da parte del popolo ebraico. Alcuni si erano fatti avanti, avendo percepito la minaccia imminente. Gran parte della parashà di Balaq riguarda le macchinazioni di queste nazioni. Temevano lo scontro militare imminente, ed elaborano una strategia originale per scongiurarlo. Enormi risorse sono investite nel tentativo di maledire Israele. Quando anche questo espediente si rivela infruttuoso, c’è il tentativo di infiltrazione all’interno dell’accampamento di Israele con una specie di cavallo di Troia, nell’estremo tentativo di corrompere la comunità dall’interno, rendendo il popolo indegno di godere della protezione divina. Le donne moabite si avvicinano all’accampamento seducendo gli uomini. La sdegnata ira divina non tarda ad arrivare, ed arriva l’ordine ai capi di uccidere i responsabili. Pinechas mette in pratica quanto ordinato, uccidendo un uomo ebreo e una donna midianita. Ci sono tuttavia degli aspetti poco chiari: chi si doveva uccidere, gli ebrei o le donne moabite? Si dovevano uccidere coloro che avevano avuto comportamenti sessuali inappropriati, o solo chi si era macchiato della conseguente idolatria? La Torà successivamente individuerà l’uomo ucciso in uno dei leader, Zimrì ben Salù, che, anziché essere parte della soluzione si rivelò una parte del problema. Zimrì non era uno del popolino, era un leader che si era macchiato di un peccato di carne, non con una moabita, ma con una midianita. Questo atteggiamento andava a colpire un nervo scoperto, se avere relazioni con le midianite era inappropriato, come fece Moshè a sposare una donna midianita, nientemeno che la figlia del sacerdote di Midian?
Chiaramente quanto Zimrì adombra è assurdo: è vero che Moshè ha sposato Tzipporà, ma non ha mai dato spettacolo come ha fatto Zimrì. D’altra parte Moshè si trova in una posizione molto difficile. Se risponde con l’azione, sarà accusato di essere un ipocrita. L’accusa di Zimrì rischia di spennellare Moshè come un estremista. Qualsiasi reazione potrà essere considerata una “prova” contro Moshè. D’altra parte l’inazione porterà alla diffusione di comportamenti oltraggiosi e condurrà Moshè per davvero sul banco degli imputati!
Inoltre, dopo l’episodio di Mè Merivà, in cui il comportamento di Moshè era stato severamente censurato, Moshè sarebbe potuto apparire oltremodo spietato. Sembra essere esitante, vuole essere sicuro di avere compreso perfettamente il comandamento divino. Le istruzioni non gli erano chiare, e Zimrì non era una persona qualsiasi. Moshè questa volta non si deve basare solo su criteri oggettivi, ma deve anche valutare come le sue azioni verranno percepite. Proprio come colpendo la roccia aveva dato la percezione di essere stato lui ad agire, e non D., ora c’era lo stesso pericolo, quello di pensare che esistano due standard differenti, uno per la massa e uno per i leader. Moshè non voleva che si potesse pensare che qualcuno fosse al sopra della legge. La possibilità che vi sia la percezione di una qualche scorrettezza paralizza Moshè, e proprio su questo Zimrì fa leva per neutralizzarlo. Proprio in questo frangente Pinechas entra in scena. Aveva percepito il cinismo e la doppiezza di Zimrì e si regola di conseguenza. L’immobilità di Moshè d’altro canto contiene una grande lezione. Da un leader non dobbiamo solo aspettarci lo standard più alto a livello di comportamento personale, ma anche la percezione della considerazione che gli altri avranno di determinati comportamenti. Questa volta Moshè ci dà un grande insegnamento, senza fare assolutamente nulla.
