Abramo e l’acquisto della Grotta di Machpelà
Rav Jonathan Grossman 2026-5787 – YouTube
Traduzione-adattamento editoriale ChatGPT
1. L’acquisto della Grotta di Machpelà: il significato di un racconto insolitamente dettagliato
Vorrei dedicare la nostra riflessione a un procedimento letterario che possiamo definire espressione intenzionalmente polisemica (מבע רב־משמעי מכוון). Non mi riferisco semplicemente a un versetto dal significato oscuro, che si presti a interpretazioni differenti, ma a un fenomeno più preciso: il testo biblico, oppure un personaggio che prende la parola all’interno della narrazione, ricorre deliberatamente a una formulazione che può essere compresa in più modi. Questa pluralità di significati non è casuale, poiché svolge una funzione specifica nello sviluppo della lettura e nella costruzione del messaggio del racconto.
Per esaminare questo fenomeno vorrei soffermarmi sull’acquisto della Grotta di Machpelà da parte di Abramo. Prima di affrontare direttamente il testo, tuttavia, sono necessarie due brevi considerazioni introduttive.
La prima riguarda la struttura stessa del racconto, nel quale possiamo riconoscere due nuclei narrativi: la sepoltura di Sara e l’acquisto della Grotta di Machpelà. Naturalmente, tra questi due elementi esiste un rapporto essenziale, dal momento che è proprio la necessità di seppellire Sara a indurre Abramo ad acquistare il terreno. Eppure, se ci domandiamo per quale ragione la Torà dedichi tanto spazio alla descrizione di questa vicenda, la risposta sembra abbastanza evidente: non è la sepoltura di Sara, in quanto tale, a giustificare l’ampiezza della narrazione, bensì il fatto che si tratta del primo possedimento acquistato da Abramo nella Terra di Canaan.
Una conferma particolarmente significativa si trova nella conclusione del capitolo. Dopo aver descritto la trattativa e il trasferimento della proprietà, la Torà dichiara:
וַיָּקָם שְׂדֵה עֶפְרוֹן אֲשֶׁר בַּמַּכְפֵּלָה אֲשֶׁר לִפְנֵי מַמְרֵא הַשָּׂדֶה וְהַמְּעָרָה אֲשֶׁר בּוֹ וְכָל הָעֵץ אֲשֶׁר בַּשָּׂדֶה אֲשֶׁר בְּכָל גְּבֻלוֹ סָבִיב. לְאַבְרָהָם לְמִקְנָה לְעֵינֵי בְנֵי חֵת בְּכֹל בָּאֵי שַׁעַר עִירוֹ.
«Così il campo di Efron, che si trovava a Machpelà, di fronte a Mamre, il campo, la grotta che vi si trovava e tutti gli alberi del campo, entro tutti i suoi confini, passarono ad Abramo in proprietà, sotto gli occhi dei figli di Chet e di tutti coloro che entravano alla porta della sua città» (Genesi 23,17-18).
Questa è una prima conclusione, che sancisce formalmente l’avvenuto acquisto. Subito dopo, il testo riferisce che Abramo seppellì Sara nella grotta del campo di Machpelà, di fronte a Mamre, cioè a Chevron, nella Terra di Canaan (Genesi 23,19). A questo punto il racconto potrebbe considerarsi concluso: il terreno è stato acquistato e Sara vi è stata sepolta. Invece la Torà aggiunge un’ulteriore formula conclusiva:
וַיָּקָם הַשָּׂדֶה וְהַמְּעָרָה אֲשֶׁר בּוֹ לְאַבְרָהָם לַאֲחֻזַּת קָבֶר מֵאֵת בְּנֵי חֵת.
«Così il campo e la grotta che vi si trovava passarono ad Abramo, come proprietà sepolcrale, dai figli di Chet» (Genesi 23,20).
Perché ripetere un’informazione già comunicata? La funzione di questa doppia conclusione sembra essere precisamente quella di orientare l’attenzione del lettore verso l’asse portante del racconto. Abramo ha finalmente ottenuto un possedimento, una proprietà destinata alla sepoltura. L’occasione narrativa è la necessità di trovare una tomba per Sara, ma il vero tema è l’inizio del radicamento di Abramo nella Terra di Canaan.
La seconda considerazione introduttiva riguarda una parola che ricorre con particolare insistenza lungo tutta la trattativa: il verbo ascoltare, שמע. Non può trattarsi di una ripetizione casuale. Quasi tutti gli interlocutori che intervengono nel dialogo tra Abramo, i figli di Chet ed Efron insistono sulla necessità di essere ascoltati.
I figli di Chet rispondono inizialmente ad Abramo:
שְׁמָעֵנוּ אֲדֹנִי נְשִׂיא אֱלֹהִים אַתָּה בְּתוֹכֵנוּ.
«Ascoltaci, mio signore: tu sei un principe di Dio in mezzo a noi» (Genesi 23,6).
Successivamente Abramo si rivolge a loro dicendo:
שְׁמָעוּנִי וּפִגְעוּ לִי בְּעֶפְרוֹן בֶּן צֹחַר.
«Ascoltatemi e intercedete per me presso Efron, figlio di Tzochar» (Genesi 23,8).
A sua volta Efron replica:
לֹא אֲדֹנִי שְׁמָעֵנִי.
«No, mio signore, ascoltami» (Genesi 23,11).
E Abramo insiste ancora:
אַךְ אִם אַתָּה לוּ שְׁמָעֵנִי.
«Ma se soltanto tu volessi ascoltarmi!» (Genesi 23,13).
Sembra quasi che tutti gli interlocutori competano per stabilire chi debba ascoltare chi. Ciascuno sente il bisogno di ripetere all’altro: «Ascoltami, ascoltami!». Questa insistenza suggerisce che nel dialogo si nasconda una difficoltà di comprensione e invita il lettore a prestare particolare attenzione non soltanto a ciò che ciascun personaggio dice, ma anche al modo in cui le sue parole vengono interpretate dall’interlocutore.
Soltanto alla fine leggiamo:
וַיִּשְׁמַע אַבְרָהָם אֶל עֶפְרוֹן.
«Abramo ascoltò Efron» (Genesi 23,16).
A quel punto Abramo pesa e consegna i quattrocento sicli d’argento richiesti, e la compravendita giunge finalmente a conclusione. Esiste dunque un vero e proprio processo di ascolto, il cui significato merita di essere approfondito.
È qui che emerge la domanda fondamentale: perché la Torà descrive con tanta minuzia una trattativa commerciale per l’acquisto di un campo e di una grotta? Quando Giacobbe acquista un terreno presso Shechem, il testo si limita sostanzialmente a un solo versetto, nel quale vengono indicati il venditore, l’oggetto della compravendita e il prezzo pagato (Genesi 33,19). Lo stesso procedimento avrebbe potuto essere adottato anche nel nostro caso. Se invece il racconto si dilunga tanto, dobbiamo supporre che proprio nello svolgimento della trattativa si trovi un elemento essenziale del suo significato e che il lettore sia chiamato a compiere, attraverso il dialogo, un preciso percorso interpretativo.
2. «Datemi una proprietà sepolcrale»: l’ambiguità intenzionale della richiesta di Abramo
Il racconto prende avvio dopo la morte di Sara:
וַיָּקָם אַבְרָהָם מֵעַל פְּנֵי מֵתוֹ וַיְדַבֵּר אֶל בְּנֵי חֵת לֵאמֹר. גֵּר וְתוֹשָׁב אָנֹכִי עִמָּכֶם תְּנוּ לִי אֲחֻזַּת קֶבֶר עִמָּכֶם וְאֶקְבְּרָה מֵתִי מִלְּפָנָי.
«Abramo si alzò dalla presenza della sua defunta e parlò ai figli di Chet dicendo: Sono uno straniero e un residente tra voi; datemi una proprietà sepolcrale tra voi, affinché possa seppellire la mia defunta e sottrarla alla mia vista» (Genesi 23,3-4).
Poiché ci troviamo di fronte a una successione di dialoghi, ciascuno costituito da una richiesta e dalla relativa risposta, possiamo distinguere abbastanza agevolmente le diverse fasi della trattativa. Il testo stesso le delimita attraverso alcuni segnali formali, come gli inchini di Abramo e il ripetersi di formule quali «seppellire la mia defunta». Ogni passaggio possiede così una propria unità narrativa, all’interno della quale le parole dei personaggi assumono un significato particolare.
Nella prima fase Abramo dichiara: «Sono uno straniero e un residente tra voi; datemi una proprietà sepolcrale tra voi». Come dobbiamo intendere questa richiesta? Che cosa significa esattamente «datemi una proprietà sepolcrale»?
Se leggiamo il versetto alla luce di quanto avverrà successivamente, quando Abramo acquisterà effettivamente il terreno, saremo naturalmente portati a interpretare il verbo «dare» nel senso di «vendere»: Abramo starebbe chiedendo ai figli di Chet di cedergli una proprietà mediante una regolare compravendita. Il verbo ebraico נתן, natan, può certamente assumere questo significato, ma possiede anche altre accezioni, che non comportano necessariamente il trasferimento della proprietà.
Nel racconto di Giuseppe, per esempio, leggiamo a proposito di Potifar:
וַיִּמְצָא יוֹסֵף חֵן בְּעֵינָיו וַיְשָׁרֶת אֹתוֹ וַיַּפְקִדֵהוּ עַל בֵּיתוֹ וְכָל יֶשׁ לוֹ נָתַן בְּיָדוֹ.
«Giuseppe trovò grazia ai suoi occhi e si mise al suo servizio; egli lo nominò responsabile della propria casa e affidò nelle sue mani tutto ciò che possedeva» (Genesi 39,4).
È evidente che Potifar non trasferì a Giuseppe la proprietà dei propri beni. Glieli affidò, attribuendogli l’autorità di amministrarli e la responsabilità della loro gestione. Il verbo «dare» indica dunque, in questo caso, il conferimento di un potere o di una competenza, senza alcun passaggio di proprietà.
In altri contesti il medesimo verbo può indicare qualcosa di ancora più limitato, vale a dire una semplice autorizzazione. Nella parashà precedente, Dio dice ad Avimelech:
עַל כֵּן לֹא נְתַתִּיךָ לִנְגֹּעַ אֵלֶיהָ.
«Per questo non ti ho permesso di toccarla» (Genesi 20,6).
Anche qui il verbo נתן non significa «dare» nel senso materiale o giuridico del termine, bensì «permettere», «consentire».
Il verbo possiede dunque, nell’ebraico biblico, una pluralità di significati. Quale di essi dobbiamo attribuire alla richiesta di Abramo? Mi sembra che, almeno a una prima lettura, il testo induca a ritenere che Abramo non stia ancora chiedendo un trasferimento di proprietà, o quantomeno che non abbia ancora scoperto le proprie carte. Le sue parole sembrano piuttosto significare: concedetemi un luogo nel quale possa seppellire Sara. In questa prospettiva, «dare» equivale ad autorizzare l’utilizzo di uno spazio, a metterlo a disposizione per una determinata finalità, senza che Abramo dichiari esplicitamente di volerlo possedere.
Vi sono, a mio avviso, due elementi che confermano questa interpretazione.
Il primo è l’espressione עִמָּכֶם, «tra voi», o più letteralmente «con voi». Abramo non dice «datemi una proprietà sepolcrale da voi», ma «datemi una proprietà sepolcrale con voi». Questa formulazione lascia intendere che egli desideri seppellire Sara all’interno di un sepolcro già appartenente a una delle famiglie dei figli di Chet. In altre parole, sembra chiedere se qualcuno sia disposto a concedergli l’uso della propria tomba familiare. La sua richiesta apparirebbe quindi come una domanda di ospitalità sepolcrale, non come la proposta di una compravendita.
Il secondo elemento, ancora più significativo, è costituito dalla risposta dei figli di Chet:
וַיַּעֲנוּ בְנֵי חֵת אֶת אַבְרָהָם לֵאמֹר לוֹ. שְׁמָעֵנוּ אֲדֹנִי נְשִׂיא אֱלֹהִים אַתָּה בְּתוֹכֵנוּ בְּמִבְחַר קְבָרֵינוּ קְבֹר אֶת מֵתֶךָ אִישׁ מִמֶּנּוּ אֶת קִבְרוֹ לֹא יִכְלֶה מִמְּךָ מִקְּבֹר מֵתֶךָ.
«I figli di Chet risposero ad Abramo dicendogli: Ascoltaci, mio signore. Tu sei un principe di Dio in mezzo a noi. Seppellisci la tua defunta nel migliore dei nostri sepolcri; nessuno di noi ti rifiuterà il proprio sepolcro per seppellirvi la tua defunta» (Genesi 23,5-6).
La risposta non contiene alcun riferimento al trasferimento della proprietà. I figli di Chet parlano esclusivamente della possibilità di utilizzare i loro sepolcri: «nel migliore dei nostri sepolcri», precisano, sottolineando implicitamente che le tombe continueranno ad appartenere a loro. Essi manifestano grande rispetto nei confronti di Abramo, che considerano un «principe di Dio», e si dichiarano pronti a permettergli di seppellire Sara ovunque desideri. Nessuno gli negherà questa possibilità.
Non compare, nelle loro parole, il minimo accenno a una cessione patrimoniale. La loro risposta riguarda soltanto il permesso di sepoltura.
Alcuni commentatori hanno osservato questa discrepanza e ne hanno concluso che i figli di Chet non compresero correttamente la richiesta di Abramo. Vorrei proporre una lettura leggermente diversa: non si tratta semplicemente di un fraintendimento, benché un fraintendimento effettivamente vi sia stato, ma della conseguenza di una formulazione deliberatamente ambigua da parte di Abramo. Egli ha scelto il verbo «dare» proprio perché può indicare tanto una cessione di proprietà quanto una semplice concessione d’uso. I figli di Chet si orientano spontaneamente verso la seconda interpretazione, che la formulazione stessa di Abramo li ha indotti ad adottare.
A questo punto devo però interrompere brevemente l’analisi per giustificare la mia proposta di fronte a un’obiezione che mi venne rivolta molti anni fa da un nostro grande maestro, Rav Mordechai Breuer, di benedetta memoria.
Più di vent’anni fa pubblicai sulla rivista accademica Tarbiz un articolo dedicato all’impiego del linguaggio ambiguo nei racconti biblici di inganno e di depistaggio. Tra i diversi esempi esaminati avevo incluso anche la trattativa di Abramo per l’acquisto della Grotta di Machpelà, interpretandola come un caso in cui un personaggio ricorre intenzionalmente a un’espressione polisemica per indurre il proprio interlocutore a comprenderla in un determinato modo.
Dopo la pubblicazione, Rav Breuer mi telefonò e mi disse: «Ho letto il tuo articolo. Alcuni degli esempi che proponi mi hanno convinto, ma quello relativo ad Abramo e all’acquisto della Grotta di Machpelà è un’interpretazione che non si può sostenere».
Quando gli chiesi perché, richiamò la mia attenzione su un particolare terminologico: Abramo non chiede semplicemente un luogo di sepoltura, ma un’אֲחֻזַּת קֶבֶר, una proprietà sepolcrale. Il termine אֲחֻזָּה, achuzzà, indica infatti un possedimento, un bene fondiario sul quale si esercita un diritto di proprietà. Come si potrebbe dunque sostenere che Abramo stia chiedendo soltanto un’autorizzazione? La stessa parola utilizzata sembrerebbe implicare necessariamente un rapporto giuridico di appartenenza.
L’obiezione è certamente importante, e Rav Breuer aveva pienamente ragione nel sottolineare il valore patrimoniale del termine. Tuttavia, vorrei richiamare l’attenzione su una distinzione che mi sembra decisiva: Abramo non dice ancora che desidera ricevere il luogo di sepoltura come propria proprietà. Chiede soltanto che gli venga concessa una proprietà sepolcrale, cioè la possibilità di utilizzare un luogo che possiede già questa qualificazione giuridica.
È vero, dunque, che il termine achuzzà implica un diritto di proprietà; ma tale diritto può continuare ad appartenere a uno dei figli di Chet. Abramo potrebbe semplicemente chiedere che una proprietà sepolcrale altrui venga aperta anche a lui, affinché possa deporvi Sara. Non sta necessariamente chiedendo che quella proprietà diventi sua.
Insisto su questa distinzione perché, come vedremo tra poco, nel momento in cui Abramo rivelerà esplicitamente la propria intenzione di acquistare il terreno, modificherà la formulazione della richiesta, introducendo una precisazione che renderà inequivocabile il trasferimento della proprietà.
Per il momento, dunque, possiamo immaginare che i figli di Chet abbiano accolto con assoluta buona fede la domanda di Abramo. Egli desidera seppellire Sara? Sono lieti di mettergli a disposizione uno qualsiasi dei loro sepolcri. Del resto, dal loro punto di vista, si tratta persino di un onore. Abramo è considerato un «principe di Dio» in mezzo a loro: quale famiglia non sarebbe orgogliosa di stabilire con lui un legame tanto profondo e duraturo?
La condivisione di un luogo di sepoltura non rappresenta infatti un rapporto occasionale. È un vincolo destinato a protrarsi attraverso le generazioni, poiché le famiglie continueranno a ritrovarsi presso le tombe dei propri antenati, a commemorare i defunti e a conservare la memoria di coloro che vi riposano. Potremmo persino immaginare, con un anacronismo volutamente scherzoso, le famiglie riunite ogni anno in occasione dello yahrzeit, intente a fare un Kiddush e a brindare insieme. Il punto è che una sepoltura condivisa crea un legame permanente. E poiché Abramo gode evidentemente di grande considerazione, tutti sono ben disposti ad accogliere la sua richiesta.
È proprio a questo punto che il dialogo entra nella sua seconda fase.
Abramo si inchina davanti al popolo del paese e riprende la parola:
וַיָּקָם אַבְרָהָם וַיִּשְׁתַּחוּ לְעַם הָאָרֶץ לִבְנֵי חֵת. וַיְדַבֵּר אִתָּם לֵאמֹר אִם יֵשׁ אֶת נַפְשְׁכֶם לִקְבֹּר אֶת מֵתִי מִלְּפָנַי שְׁמָעוּנִי וּפִגְעוּ לִי בְּעֶפְרוֹן בֶּן צֹחַר.
«Abramo si alzò e si inchinò davanti al popolo del paese, ai figli di Chet. Poi parlò loro dicendo: Se è vostro desiderio che io seppellisca la mia defunta e la sottragga alla mia vista, ascoltatemi e intercedete per me presso Efron, figlio di Tzochar» (Genesi 23,7-8).
L’inizio di questa seconda richiesta sembra ancora perfettamente coerente con la prima. Abramo insiste sulla necessità di seppellire Sara, richiamando la situazione dolorosa nella quale si trova e chiedendo l’aiuto dei suoi interlocutori. Non introduce immediatamente la questione della proprietà, ma prosegue:
וְיִתֶּן לִי אֶת מְעָרַת הַמַּכְפֵּלָה אֲשֶׁר לוֹ אֲשֶׁר בִּקְצֵה שָׂדֵהוּ.
«Affinché mi dia la Grotta di Machpelà, che gli appartiene e che si trova all’estremità del suo campo» (Genesi 23,9).
Ancora una volta Abramo ricorre al verbo נתן, «dare», senza precisarne immediatamente il significato. I figli di Chet potrebbero continuare a pensare che egli desideri soltanto ottenere da Efron il permesso di entrare nella grotta per seppellirvi Sara. Ma ora Abramo aggiunge una precisazione decisiva:
בְּכֶסֶף מָלֵא יִתְּנֶנָּה לִי בְּתוֹכְכֶם לַאֲחֻזַּת קָבֶר.
«Me la dia, per il suo pieno prezzo, in mezzo a voi, come proprietà sepolcrale» (Genesi 23,9).
Queste poche parole modificano radicalmente il significato dell’intera trattativa.
Anzitutto Abramo introduce l’espressione בְּכֶסֶף מָלֵא, «per il suo pieno prezzo». Non vi è più alcuna possibilità di equivoco: egli intende acquistare il terreno mediante il pagamento del suo valore integrale. Non sta chiedendo un favore, né una concessione gratuita, ma un vero trasferimento di proprietà.
In secondo luogo, cambia la preposizione utilizzata per descrivere il rapporto con i figli di Chet. Inizialmente aveva detto עִמָּכֶם, «con voi», suggerendo una forma di condivisione. Ora dice בְּתוֹכְכֶם, «in mezzo a voi». La differenza è sottile, ma fondamentale: non si tratta più di condividere una proprietà con gli abitanti del paese, bensì di acquistare un terreno situato all’interno del loro territorio. Il riferimento ai figli di Chet assume così un valore puramente geografico.
Infine, ed è forse il particolare più importante, Abramo aggiunge la preposizione לְ davanti ad אֲחֻזַּת קָבֶר, dicendo לַאֲחֻזַּת קָבֶר, «come proprietà sepolcrale». È proprio questa precisazione a risolvere l’obiezione sollevata da Rav Breuer. Se inizialmente Abramo chiedeva una proprietà sepolcrale senza specificare a chi dovesse appartenere, ora dichiara che la grotta deve essergli ceduta affinché diventi una sua proprietà sepolcrale.
Il passaggio è dunque netto: da una richiesta che poteva essere interpretata come domanda di ospitalità all’interno di un sepolcro altrui, Abramo passa alla richiesta esplicita di un possedimento autonomo.
La risposta di Efron, tuttavia, sembra mostrare che egli sia ancora legato alla prima interpretazione:
וַיַּעַן עֶפְרוֹן הַחִתִּי אֶת אַבְרָהָם בְּאָזְנֵי בְנֵי חֵת לְכֹל בָּאֵי שַׁעַר עִירוֹ לֵאמֹר. לֹא אֲדֹנִי שְׁמָעֵנִי הַשָּׂדֶה נָתַתִּי לָךְ וְהַמְּעָרָה אֲשֶׁר בּוֹ לְךָ נְתַתִּיהָ לְעֵינֵי בְנֵי עַמִּי נְתַתִּיהָ לָּךְ קְבֹר מֵתֶךָ.
«Efron il chittita rispose ad Abramo, alla presenza dei figli di Chet e di tutti coloro che entravano alla porta della sua città, dicendo: No, mio signore, ascoltami. Ti do il campo e ti do la grotta che vi si trova; davanti agli occhi dei figli del mio popolo te la do. Seppellisci la tua defunta» (Genesi 23,10-11).
Generalmente queste parole vengono interpretate come un’offerta di cessione gratuita: Efron sembrerebbe proporre ad Abramo di regalargli il campo e la grotta. Non sono però certo che questa sia l’unica lettura possibile. Potrebbe darsi che Efron stia semplicemente riproponendo il significato originario del verbo «dare», quello di concedere un’autorizzazione. In altre parole, potrebbe voler dire: il campo e la grotta rimarranno miei, ma ti concedo il diritto di seppellirvi Sara.
L’insistenza conclusiva, «seppellisci la tua defunta», sembra effettivamente riportare l’attenzione sull’atto della sepoltura, anziché sul trasferimento della proprietà.
Abramo, però, non accetta di lasciare irrisolta l’ambiguità. Si inchina nuovamente davanti al popolo del paese e si rivolge a Efron:
אַךְ אִם אַתָּה לוּ שְׁמָעֵנִי נָתַתִּי כֶּסֶף הַשָּׂדֶה קַח מִמֶּנִּי וְאֶקְבְּרָה אֶת מֵתִי שָׁמָּה.
«Ma se soltanto tu volessi ascoltarmi! Ti darò il prezzo del campo: accettalo da me, e là seppellirò la mia defunta» (Genesi 23,13).
Ancora una volta ritorna il verbo «ascoltare». I personaggi continuano a chiedersi reciprocamente di prestare attenzione alle proprie parole, quasi che nessuno riuscisse davvero a farsi comprendere dall’altro. Alla fine, tuttavia, la trattativa si conclude con il pagamento di quattrocento sicli d’argento, e il campo passa formalmente in proprietà ad Abramo.
Che cosa significa, dunque, questo lungo percorso negoziale? Perché la Torà ci invita a seguirne ogni passaggio, quasi assistessimo a una contrattazione tra mercanti, nella quale ciascuno propone qualcosa e l’altro sembra rispondere su un piano differente?
Se il testo dedica tanto spazio a questa vicenda, dobbiamo cercare proprio nella struttura del dialogo, e soprattutto nell’impiego intenzionale del verbo polisemico «dare», una componente essenziale del significato dell’acquisto della Grotta di Machpelà.
3. Dall’ospitalità alla proprietà: la separazione di Abramo dagli abitanti di Canaan
Vorrei proporre due livelli di interpretazione, che in realtà esprimono la stessa idea da prospettive differenti.
Il primo riguarda la dinamica immediata della trattativa. Possiamo immaginare che Abramo, desiderando ottenere il consenso dei figli di Chet, scelga inizialmente una formulazione particolarmente conciliante. Si presenta come uno straniero residente tra loro, manifesta il desiderio di condividere un luogo di sepoltura e lascia intendere di voler stabilire con loro un rapporto di vicinanza. Soltanto dopo aver ottenuto una risposta favorevole rivela che la sua intenzione è più impegnativa: non desidera semplicemente utilizzare una tomba altrui, ma acquistare una proprietà indipendente.
Da questo punto di vista, la sua condotta potrebbe essere considerata una strategia retorica, forse persino una forma di manipolazione: Abramo conduce gradualmente gli interlocutori verso una disponibilità iniziale, per poi chiedere loro qualcosa di diverso e più significativo. Una simile interpretazione sarebbe sufficiente a spiegare la costruzione letteraria del dialogo e la caratterizzazione dei personaggi.
Tuttavia, credo che il racconto ci permetta di cogliere un significato più profondo, direttamente collegato alla ragione per cui la Torà descrive l’episodio con tanta ampiezza. La questione centrale non è soltanto il modo in cui Abramo riesce ad acquistare il terreno, ma il processo attraverso il quale egli si distingue dagli abitanti del paese.
Fino a questo momento Abramo è stato un viandante, uno straniero residente, un uomo che attraversa la Terra di Canaan senza possedervi una propria eredità fondiaria. La sua condizione è quella espressa dalle parole גֵּר וְתוֹשָׁב, «straniero e residente». Egli vive tra gli abitanti del paese, ma non dispone di un territorio che gli appartenga.
Siamo ormai giunti alla conclusione del grande ciclo narrativo dedicato alla sua vita. Il sacrificio di Isacco è già avvenuto, le grandi rivelazioni divine appartengono alla fase precedente della sua storia e Abramo si avvicina alla fine del proprio percorso. Proprio ora, per la prima volta, egli acquista una proprietà nella Terra di Canaan.
Il modo scelto dalla Torà per esprimere la novità di questo avvenimento è particolarmente raffinato. Il testo non si limita a dichiarare che Abramo ottiene una proprietà distinta da quelle degli abitanti del paese. Prima fa emergere la possibilità opposta: quella che Abramo diventi parte integrante della loro comunità, condividendone i luoghi di sepoltura e, attraverso di essi, il destino familiare e collettivo.
Questa possibilità viene introdotta attraverso l’ambiguità iniziale della richiesta. I figli di Chet comprendono che Abramo desidera seppellire Sara insieme a loro, e il lettore, almeno inizialmente, è portato a condividere la loro interpretazione. Soltanto quando Abramo precisa di voler pagare il prezzo integrale del terreno e di acquistarlo come propria proprietà sepolcrale, ci rendiamo conto che il suo obiettivo è diverso.
Il lettore sperimenta così un vero mutamento di prospettiva. Per un momento ha considerato possibile che Abramo si inserisse nella comunità locale attraverso una forma di appartenenza condivisa; poi, insieme ai personaggi del racconto, scopre che questa possibilità viene respinta. Abramo non vuole semplicemente diventare parte della struttura sociale e familiare dei figli di Chet. Vuole acquistare da loro un possedimento che appartenga a lui e, implicitamente, alla sua discendenza.
La separazione non viene dunque presentata come un’affermazione astratta, ma come il risultato di un’alternativa prima evocata e poi abbandonata. Ed è proprio questo passaggio a renderla narrativamente percepibile.
Possiamo formulare il principio anche in un altro modo. Un racconto biblico può esprimere determinati valori soltanto se, in qualche maniera, li introduce nel proprio universo narrativo. Il nostro episodio, per esempio, non dice nulla sull’amore di Dio. Questo non significa che la Torà non attribuisca importanza all’amore divino, ma semplicemente che tale questione non emerge nel racconto. Allo stesso modo, non vi troviamo alcuna riflessione sul divieto di uccidere, benché la Torà condanni l’omicidio con la massima severità. Non è questo il tema della narrazione.
Quando invece il testo intende mettere in evidenza un determinato valore, deve farlo emergere, anche soltanto come possibilità destinata a essere negata. È precisamente ciò che avviene nel nostro caso. La possibilità che Abramo venga assimilato agli abitanti del paese affiora attraverso l’interpretazione del verbo «dare» come semplice concessione d’uso. Quando Abramo respinge implicitamente questa soluzione e insiste sull’acquisto di una proprietà autonoma, anche noi lettori siamo condotti a respingerla.
Comprendiamo così che Abramo sta inaugurando una nuova forma di presenza nella Terra di Canaan: non più soltanto quella dello straniero accolto e rispettato dagli abitanti locali, ma quella di un uomo che possiede una propria porzione di terra, distinta dalle proprietà circostanti.
L’affermazione conclusiva del testo, secondo cui «il campo passò ad Abramo», acquista allora tutta la sua forza. Non è semplicemente la registrazione di una transazione commerciale, ma il riconoscimento narrativo del primo radicamento territoriale di Abramo, realizzato attraverso una separazione dagli altri abitanti di Canaan.
Il procedimento letterario consiste quindi nell’utilizzare un’espressione polisemica per far vivere al lettore un percorso interpretativo: prima una possibilità viene resa plausibile, poi viene esclusa, e proprio attraverso la sua esclusione emerge il significato che il racconto intende trasmettere.
4. «La mia terra e la mia parentela»: un secondo esempio nella missione del servo di Abramo
Lo stesso procedimento letterario, fondato sull’impiego intenzionale di un’espressione polisemica, compare anche nel racconto successivo della parashà, quando Abramo invia il proprio servo alla ricerca di una moglie per Isacco.
Abramo gli fa prestare giuramento con queste parole:
וְאַשְׁבִּיעֲךָ בַּיהוָה אֱלֹהֵי הַשָּׁמַיִם וֵאלֹהֵי הָאָרֶץ אֲשֶׁר לֹא תִקַּח אִשָּׁה לִבְנִי מִבְּנוֹת הַכְּנַעֲנִי אֲשֶׁר אָנֹכִי יוֹשֵׁב בְּקִרְבּוֹ.
«Ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei in mezzo ai quali io abito» (Genesi 24,3).
È interessante osservare che Abramo utilizza ancora una volta un’espressione che richiama la propria presenza in mezzo agli abitanti di Canaan. La sua posizione nei confronti della popolazione locale rimane dunque un elemento importante anche in questo secondo racconto.
Abramo prosegue:
כִּי אֶל אַרְצִי וְאֶל מוֹלַדְתִּי תֵּלֵךְ וְלָקַחְתָּ אִשָּׁה לִבְנִי לְיִצְחָק.
«Ma andrai nella mia terra e nella mia molèdet e prenderai una moglie per mio figlio Isacco» (Genesi 24,4).
Che cosa significa esattamente מוֹלַדְתִּי, moladtì?
I commentatori medievali si dividono, sostanzialmente, in due orientamenti interpretativi, e la medesima divisione si ritrova anche nell’esegesi moderna. La questione riguarda la destinazione precisa della missione affidata al servo.
Che cosa significa «la mia terra» è abbastanza chiaro: Abramo si riferisce alla regione dalla quale proviene, l’area della Mesopotamia settentrionale, con le località di Charan e, nel più ampio contesto delle sue origini, Ur dei Caldei. Ma quale significato dobbiamo attribuire alla parola molèdet?
Nell’ebraico biblico questo termine possiede due accezioni strettamente connesse, che derivano dalla medesima radice e dalla medesima idea fondamentale della nascita. Può indicare il luogo in cui una persona è nata, cioè la sua terra natale, ma può anche designare la famiglia nella quale è nata, il gruppo parentale al quale appartiene.
La parola può dunque riferirsi tanto a un’origine geografica quanto a un’appartenenza familiare.
Un esempio del secondo significato compare nel racconto di Giuseppe, quando i suoi fratelli spiegano al padre perché abbiano dovuto parlare di Beniamino al governatore egiziano:
שָׁאוֹל שָׁאַל הָאִישׁ לָנוּ וּלְמוֹלַדְתֵּנוּ.
«Quell’uomo ci ha interrogati insistentemente su di noi e sulla nostra famiglia» (Genesi 43,7).
In questo caso molèdet non può indicare semplicemente il luogo di nascita, poiché i fratelli stanno spiegando perché abbiano rivelato l’esistenza di un altro fratello rimasto nella Terra di Canaan. Il termine designa dunque la famiglia, la parentela.
Quando Abramo ordina al servo di recarsi «nella mia terra e nella mia molèdet», quale delle due accezioni intende? Gli sta chiedendo di raggiungere la propria terra e di cercare una moglie all’interno della sua famiglia, oppure di tornare nella regione della sua nascita e di trovare una donna adatta, indipendentemente dalla famiglia alla quale appartenga?
La formulazione lascia aperte entrambe le possibilità. Tuttavia, se consideriamo il comportamento del servo nel prosieguo del racconto, sembra abbastanza chiaro che egli non ritenga di essere obbligato a scegliere una donna appartenente alla famiglia di Abramo.
Giunto a Charan, infatti, il servo si ferma presso il pozzo, nel luogo in cui le donne della città escono ad attingere acqua, e rivolge a Dio una preghiera. Chiede che la giovane alla quale domanderà da bere non si limiti a offrirgli acqua, ma si dichiari spontaneamente disposta ad abbeverare anche i suoi cammelli. Sarà questo il segno che gli permetterà di riconoscere la donna destinata a Isacco.
וְהָיָה הַנַּעֲרָ אֲשֶׁר אֹמַר אֵלֶיהָ הַטִּי נָא כַדֵּךְ וְאֶשְׁתֶּה וְאָמְרָה שְׁתֵה וְגַם גְּמַלֶּיךָ אַשְׁקֶה אֹתָהּ הֹכַחְתָּ לְעַבְדְּךָ לְיִצְחָק.
«La giovane alla quale dirò: Abbassa, ti prego, la tua brocca affinché io possa bere, e che risponderà: Bevi, e darò da bere anche ai tuoi cammelli, sia quella che hai destinato al tuo servo Isacco» (Genesi 24,14).
La prova escogitata dal servo non contiene alcun riferimento all’appartenenza familiare. Egli cerca una giovane che manifesti determinate qualità personali, in particolare generosità e disponibilità verso gli altri. Non si preoccupa, almeno in questa fase, di verificare se appartenga alla parentela di Abramo.
Questo comportamento suggerisce che il servo abbia interpretato le parole del suo padrone nel loro significato geografico: deve recarsi nella terra d’origine di Abramo e trovare una donna adatta a Isacco, senza che sia necessariamente richiesto un legame di parentela.
Ed ecco che, proprio mentre il servo sta ancora pronunciando la sua preghiera, accade qualcosa di sorprendente:
וַיְהִי הוּא טֶרֶם כִּלָּה לְדַבֵּר וְהִנֵּה רִבְקָה יֹצֵאת אֲשֶׁר יֻלְּדָה לִבְתוּאֵל בֶּן מִלְכָּה אֵשֶׁת נָחוֹר אֲחִי אַבְרָהָם.
«Non aveva ancora finito di parlare, ed ecco uscire Rebecca, nata da Betuel, figlio di Milkà, moglie di Nachor, fratello di Abramo» (Genesi 24,15).
Il testo presenta l’arrivo di Rebecca come un evento provvidenziale. Il Santo, benedetto Egli sia, fa comparire la giovane proprio nel momento in cui il servo sta cercando la futura moglie di Isacco. Ma vi è un elemento ulteriore, che rende l’episodio ancora più straordinario: la donna che egli incontra appartiene proprio alla famiglia di Abramo.
Il servo, dunque, non aveva cercato necessariamente una parente del suo padrone. Aveva cercato una giovane che rispondesse a determinate caratteristiche, e la Provvidenza aveva fatto sì che quella giovane fosse anche una componente della famiglia di Abramo.
È a questo punto che la polisemia della parola molèdet assume una funzione narrativa particolarmente interessante.
Quando il servo giunge presso la famiglia di Rebecca e racconta gli avvenimenti che lo hanno condotto fin lì, riformula le istruzioni ricevute da Abramo. Nel suo resoconto dichiara:
וַיַּשְׁבִּעֵנִי אֲדֹנִי לֵאמֹר לֹא תִקַּח אִשָּׁה לִבְנִי מִבְּנוֹת הַכְּנַעֲנִי אֲשֶׁר אָנֹכִי יֹשֵׁב בְּאַרְצוֹ. אִם לֹא אֶל בֵּית אָבִי תֵּלֵךְ וְאֶל מִשְׁפַּחְתִּי וְלָקַחְתָּ אִשָּׁה לִבְנִי.
«Il mio padrone mi ha fatto giurare dicendo: Non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, nel cui paese io abito; ma andrai alla casa di mio padre e alla mia famiglia, e prenderai una moglie per mio figlio» (Genesi 24,37-38).
Il cambiamento rispetto alle parole originarie di Abramo è evidente.
Abramo aveva detto: «Andrai nella mia terra e nella mia molèdet». Il servo, invece, riferisce: «Andrai alla casa di mio padre e alla mia famiglia».
La formulazione iniziale poteva essere compresa in senso geografico oppure familiare; quella utilizzata dal servo elimina ogni ambiguità e presenta la missione come una ricerca esplicitamente rivolta alla famiglia di Abramo.
Possiamo dire che il servo stia mentendo? Non completamente, perché la parola molèdet può effettivamente significare «famiglia». La sua riformulazione rimane quindi all’interno di una delle possibilità semantiche offerte dalle parole del padrone. Tuttavia, egli amplia e precisa quelle parole in una direzione che non era necessariamente implicita nell’incarico originario, costruendo così, per ragioni che appartengono alla sua strategia narrativa e persuasiva, un resoconto leggermente diverso degli avvenimenti.
Il fatto che abbia incontrato proprio una giovane appartenente alla famiglia di Abramo gli permette ora di presentare quell’incontro come il compimento esatto di una missione che, nelle sue parole, era stata fin dall’inizio destinata a quella famiglia.
Ci troviamo dunque ancora una volta davanti a un termine polisemico che svolge funzioni differenti nelle diverse fasi della narrazione. Inizialmente, la parola molèdet consente di intendere la missione come una ricerca nella terra d’origine di Abramo; successivamente, il servo sfrutta la medesima possibilità linguistica per presentare l’incontro con Rebecca come la realizzazione di un incarico rivolto specificamente alla parentela del suo padrone.
È lo stesso fenomeno che abbiamo osservato nell’acquisto della Grotta di Machpelà. In entrambi i racconti, il linguaggio biblico contiene parole capaci di sostenere più significati, e proprio questa ricchezza semantica permette al testo di costruire un percorso narrativo nel quale l’interpretazione delle parole cambia in relazione allo sviluppo degli avvenimenti.
La conclusione metodologica è importante: quando leggiamo un racconto biblico, non dobbiamo sempre scegliere immediatamente uno soltanto dei significati possibili di un’espressione. Talvolta è necessario conservarli entrambi e domandarci quale funzione ciascuno svolga nella costruzione del racconto. Può accadere che un personaggio utilizzi una parola in un senso, che il suo interlocutore la comprenda in un altro e che proprio questa differenza diventi lo strumento attraverso il quale la Torà comunica il proprio messaggio.
La polisemia non è dunque soltanto una caratteristica del lessico biblico, ma può trasformarsi in un vero e proprio principio di composizione letteraria. Attraverso le diverse possibilità offerte dalla lingua, il testo guida il lettore, lo induce a formulare ipotesi, lo costringe talvolta a modificarle e gli permette infine di cogliere un significato che non sarebbe emerso con altrettanta forza da una narrazione più diretta.
Shabbat shalom a tutti.
