“E (il Signore) ha detto: Io nasconderò loro la mia faccia e starò a vedere quale ne sarà la fine; poiché sono una generazione di mutanti, figli in cui non c’è fedeltà” (Deuteronomio32:20). La cantica di Haazinu, invita il popolo ebraico a riflettere sulle proprie scelleratezze passate e, in questo versetto particolare, lo definisce “dor tapuchot/generazione di mutanti”.
Rashy (Rabbi Shelomo Ytzchaqy, 1040-1105) spiega cosa intenda questa espressione e dice che “essi trasformano (mehapechin) la volontà di Dio in ira”. In effetti, questo sarebbe vero soprattutto alla luce del racconto del viaggio del popolo ebraico nel deserto, che ne prediceva anche il loro comportamento infedele futuro. La fine di questo stesso versetto, impiega un’altra espressione particolare, “figli in cui non c’è emun/fedeltà”, il che lascerebbe intendere che per capire il verso intero, tutto dipende dal significato della parola emun/fedeltà.
Rashy offrì due possibilità: 1. potrebbe riferirsi all’educazione, collegata alla parola per “nutrice”. Mosè li accuserebbe per il fatto che Dio li ha istruiti sulla retta via, ma se ne sono allontanati così tanto che non si direbbe nemmeno che abbiano una guida morale; 2. emun è collegato a emunah e significa “fiducia”. Al Sinai, quando ricevettero la Torah, giurarono fiducia a Dio, ma non passò molto tempo che si creassero un idolo, il vitello d’oro, così da trasformarsi in un un popolo senza emunah, senza fede.
Rav Joseph B. Soloveitchik (1903-1993), presentò una lettura alternativa del verso in questione, basata su quanto è scritto in una poesia liturgica che si recita la mattina di Tisha beAv. Secondo il poeta Rabbi Eleazar beRabbi Qallir (c. 570 – c. 640), una delle ragioni della distruzione del Tempio fu perché “si rifiutarono di rispondere amen”. A quanto pare, Rabbi Eleazar (c. 570 – c. 640) si basava su un Midrash che interpreta il nostro versetto in modo creativo, suggerendo che con una vocalizzazione diversa, quelle tre consonanti diventavano un’altra parola: “Non leggete ‘in cui non c’è emun (אמן)’, ma ‘in cui non c’è amen (אמן)’”. Il Midrash intendeva dire che il popolo si rifiutava di dire “amen”, il che rifletteva un rifiuto dei principi fondamentali della nostra fede e dell’abbandonarsi a Dio. Rispondere amen alle benedizioni, significa dichiarare che l’affermazione precedente è vera. In contesti religiosi, affermare o negare tale proposizione equivale a credere o non credere in Dio e nella Sua Torah. Forse questo spiega perché un Midrash afferma che Dio considera la risposta “amen” uno degli atti più grandi. Al contrario, non rispondere “amen” significa affermare o almeno insinuare di non avere piena fede e ciò, in ultima analisi, equivale al praticare l’avodah zarah, il culto straniero.
“Amen” è una risposta a una berakhah (benedizione), quindi vale la pena esplorare la natura di ciò che la provoca.
Prima di tutto, ci siamo mai chiesti il significato, non la traduzione, delle parole iniziali della formula della berakhah (Benedetto sii Tu o Signore)?
Mentre la maggior parte di noi ha solo la vaga sensazione che sia un modo per gli esseri finiti di rendere lode all’Infinito, Rav Soloveitchik, invece, la caratterizzò diversamente e disse che in quelle è insita la proclamazione dell’esistenza di Dio e della nostra intenzione che Dio si diffonda in tutto il mondo. La benedizione esprime questo sentimento: Signore dell’Universo, Tu sei nascosto dietro una nuvola, nessuno Ti vede, eppure mentre bevo questo bicchiere d’acqua, rivelo la Tua presenza. Il fatto stesso che io possa mangiare, che il mio corpo assorba il cibo, che io possa digerire, anzi l’intero processo biologico alla base della creazione ed del consumo del cibo stesso, è testimonianza della Tua presenza. Attraverso questo riconoscimento, sto rimuovendo la nube oscurante, Ti sto rivelando. Pronunciare una benedizione contribuisce all’obiettivo e, si spera, al desiderio dell’ebreo di rivelare la presenza di Dio in questo mondo; rispondere “amen” imprime il sigillo di conferma.
Il Brisker Rav (Yitzchaq Zev Halewy Soloveitchik, 1886-1959) affermava che quando una benedizione viene pronunciata con tutto il cuore e a questa si risponde con un solenne “amen”, quella benedizione assume una tale forza e potenza che è in grado di varcare le porte del Paradiso anche quando sono chiuse.
In questo senso possiamo collegarci con la via della Teshuvah (pentimento) che in questi giorni speciali stiamo perseguendo proprio per aprire altre porte, quelle del perdono.
Al riguardo dovremmo porci la domanda: qual è il modo corretto di fare Teshuvah?
La Teshuvah si presenta in diverse forme. Un tipo è quello di una persona che si distrugge, si annienta, seziona il proprio carattere e la propria condotta durante l’anno passato per identificare ogni difetto, e poi si ricostruisce correggendo tali difetti. Questa è la Teshuvah dei giusti, che si dedicano a un’introspezione rigorosa, senza tralasciare nulla, e si spingono incessantemente a correggere ogni difetto spirituale. Ma questa Teshuvah, non è raccomandata per la stragrande maggioranza di noi. A un certo punto durante la prima fase – quella in cui ci distruggiamo e scopriamo ogni misfatto e ogni difetto – ci dispereremmo e non procederemmo mai alla seconda fase, quella della ricostruzione. Le persone comuni, come noi, si sentirebbero così sconvolte e scoraggiate da ciò che rivelano, da non avere più la forza emotiva per migliorarsi. Semplicemente ci arrenderemmo.
Qual è, dunque, il metodo di Teshuvah appropriato per persone come noi? La Torah racconta nel libro della Genesi, che Adamo scelse i nomi per tutti gli animali della terra. Nella sua straordinaria saggezza, seppe identificare l’essenza di ogni creatura e scegliere perciò un nome appropriato. Il suo nome – Adamo – termine che da sempre si usa per riferirsi all’essere umano, fu scelto da Dio. Cosa significa questa parola? Stranamente, deriva dalla parola “Adama”, che significa terra o polvere. Dio non avrebbe potuto trovare una parola più lusinghiera da usare per riferirsi agli esseri umani, gioiello e culmine della creazione? È questa l’essenza dell’uomo – la polvere? La risposta è sì, questa è precisamente l’essenza dell’uomo, la straordinaria qualità che distingue uomini e donne dal regno animale. La terra ha la capacità ineguagliabile di trasformarsi in qualcosa di infinitamente più grande di ciò che è al momento. Nel suo stato attuale, è priva di valore, ma con un po’ di lavoro può trasformarsi in cibo delizioso e vitale. Questa è l’essenza dell’uomo. Gli animali subiscono cambiamenti fisici con l’età, ma essenzialmente rimangono gli stessi per tutta la vita. L’essere umano, invece, è dinamico, è capace di crescere, cambiare, trasformarsi, diventare qualcosa di molto, molto più grande di ciò che è ora. In breve, la terra rappresenta un potenziale illimitato. Ed è questo che è ogni essere umano: una massa ambulante di enorme potenziale.
È da qui che deve iniziare la Teshuvah per le persone al nostro livello. Quando riconosciamo ciò che siamo, ci sentiamo incoraggiati, non schiacciati; ci sentiamo forti, non impotenti. Se concentriamo la nostra attenzione solo sui nostri difetti e fallimenti, cadremo in una profonda depressione e non ci sforzeremo nemmeno di fare alcun tentativo di cambiare. Ma se interiorizziamo il messaggio di “Adamo”, una volta che comprendiamo che, per nostra stessa essenza, siamo capaci di crescere e diventare qualcosa di più grande, allora non ci dispereremo davanti allo svelamento dei nostri fallimenti. Anzi, ci sentiremo rinvigoriti dalle prospettive di cambiamento, di ciò che il futuro potrebbe riservarci. Ci impegneremo a compiere anche solo piccoli passi avanti, consapevoli che ci condurranno gradualmente a grandi traguardi. Il metodo di Teshuvah più efficace per noi è ricordare che siamo pieni di potenziale. Indipendentemente dalla posizione attuale di una persona, essa può diventare qualcosa di grande. Persone di qualsiasi professione, provenienza, fase della vita e livello di osservanza religiosa, possono raggiungere la grandezza, proprio come un vaso di terra maleodorante può trasformarsi in un fiore bello e profumato. E credere in noi stessi, nel nostro potenziale, è forse il primo e più importante passo verso la Teshuvah, Shabbat Shalom.
