La Parashat Shofetim si apre con il comando di istituire giudici che amministrino correttamente la giustizia, per arrivare poco dopo a una delle espressioni più celebri della Torah: “Tzedek tzedek tirdof – Giustizia, giustizia perseguirai, affinché tu viva e possieda la terra che Hashem tuo D.o ti dà” (Devarim 16:20). La Ghemarà affronta l’apparente ridondanza del testo chiedendosi perché la parola tzedek venga ripetuta e distingue situazioni nelle quali si procede secondo il din, il diritto rigoroso, da altre nelle quali è appropriata la pesharah, il compromesso (Sanhedrin 32b. Emergono così due parole identiche, Tzedek Tzedek, che sembrano contenere un paradosso: anche la giustizia deve essere giusta. Può esistere, infatti, una forma di ingiustizia persino nell’applicazione della giustizia.
Una regola può essere vera e tuttavia essere applicata nel momento sbagliato, nel modo sbagliato, senza comprenderne le sfumature, senza sensibilità per la persona che abbiamo davanti. Questo non significa, naturalmente, distorcere o cambiare l’Halakhah secondo la sensibilità soggettiva dell’uomo. Significa esattamente il contrario: avere sufficiente Yirat Shamayim (Timore del cielo) da non confondere la volontà della Torah con il nostro carattere, i nostri interessi o la nostra incapacità di comprenderne correttamente l’applicazione, sicuramente valutando anche la soggettività della persona e la singolarità del caso che si presenta. Non ogni rigidità è Yirat Shamayim (timore del Cielo), così come non ogni indulgenza è misericordia. Qui nasce una responsabilità enorme soprattutto per chi insegna e rappresenta la Torah. Quando una persona applica una regola senza la sua anima, può produrre negli altri una terribile distorsione: l’errore dell’uomo viene attribuito alla Torah. Una persona incontra un’applicazione insensibile dell’Halakhah e conclude che sia l’Halakhah ad essere ingiusta; incontra inflessibilità umana e pensa che sia la Torah ad essere rigida; incontra qualcuno che utilizza una norma per affermare se stesso e finisce per credere che quella durezza provenga da Hashem. Ma la Torah di Hashem è perfetta” (Tehillim 19:8).
Non possiamo quindi giudicare la perfezione della Torah attraverso l’imperfezione di chi la applica. Esiste certamente anche il fenomeno opposto: l’uomo può non gradire una regola e, anziché interrogare se stesso, mettere sotto processo la Torah, considerandosi con la propria chochmah superiore ad essa e ai chachamim. Ma proprio per questo chi trasmette Torah porta una responsabilità ancora maggiore: non deve offrire involontariamente un pretesto perché la debolezza dell’interprete venga scambiata per un difetto del testo. Un esempio straordinario si trova nella mitzvà della tochachà: “Rimprovera il tuo prossimo e non caricarti per causa sua di un peccato” (Vayikrà 19:17). Chazal spiegano che persino quando abbiamo il dovere di correggere qualcuno non possiamo umiliarlo facendolo impallidire (Arakhin 16b). Ho ragione, l’altro ha realmente sbagliato, possiedo persino una mitzvà che mi impone di intervenire: eppure posso compiere quella mitzvà in maniera sbagliata. La radice della parola Tochachà non esprime soltanto il rimprovero: può indicare anche il dimostrare, il rendere evidente, il provare qualcosa. La tochachà più profonda, allora, non consiste necessariamente nel puntare il dito contro qualcuno, ma nel rendere visibile attraverso noi stessi ciò che gli chiediamo di diventare. Prima delle parole viene l’esempio. Chazal condensano questo principio nell’espressione: “Adorna prima te stesso e poi adorna gli altri “ (Bava Metzia 107b). Forse per questo Hillel utilizza proprio lo stesso verbo della nostra Parashà parlando di Aharon: “Ohev shalom verodef shalom” – ama la pace e insegui la pace (Pirkei Avot 1:12).
La giustizia va inseguita, ma anche la pace deve essere inseguita. Non una pace ottenuta sacrificando la verità, né una verità utilizzata come arma per distruggere le persone. In questo periodo di Elul, mentre ci avviciniamo al giudizio di Rosh Hashanà, forse la nostra autovalutazione dovrebbe contenere una domanda ancora più difficile di: “quando ho avuto torto?”. Dovremmo domandarci: come mi sono comportato quando avevo ragione? Ho utilizzato la verità per costruire o per vincere? Ho applicato una regola per servire Hashem oppure, inconsapevolmente, per servire me stesso? “Tzedek tzedek tirdof”: non basta perseguire la giustizia. Bisogna perseguirla con giustizia. Perché la Torah è Verità; ma proprio per questo chi la porta nel mondo deve fare attenzione che le proprie mani non ne oscurino la luce.
Forse proprio qui possiamo comprendere uno dei versetti più enigmatici di Kohelet: “Non essere eccessivamente giusto e non considerarti eccessivamente sapiente; perché dovresti andare in rovina?» (Kohelet 7:16). Non è certamente un invito ad essere meno giusti, ma a diffidare di una giustizia che, priva di chochmah, rischia di trasformarsi in rigidità, e di una sapienza che, priva di umiltà, rischia di farci credere superiori alla Torah stessa. Non basta dunque conoscere la regola: occorrono sapienza, sensibilità e yir’at Shamayim per non confondere la volontà di Hashem con la nostra personale interpretazione di essa. Tzedek tzedek tirdof: anche la giustizia deve essere giusta. Perché persino per essere veramente tzaddik bisogna imparare prima ad essere chacham.
Shabbat Shalom
