Cosa si fa quando il centro della vita si spezza? Le lezioni che ho imparato da Rabbi Yochanan ben Zakkai, da un docente di marketing all’università, e anche dalle persone che mi circondano proprio in questi giorni
Ofra Lax – Makor Rishon – 4.7.2026
Conoscete quel prodotto sopravvalutato chiamato “acqua aromatizzata”? Quella venduta nei negozi come se fosse quasi acqua, ma con un pizzico di sapore? Sono convinta che sia un’invenzione nata da una bottiglia di succo che qualcuno era troppo pigro per sciacquare prima di riciclarla, e l’ha riempita d’acqua; e quel sapore, che è quasi un retrogusto di cui ci si potrebbe lamentare, si è trasformato a posteriori in qualcosa di voluto a priori.
Sembra tirato per i capelli? Non ne sono così sicura. È così che sono stati inventati, o commercializzati, non pochi prodotti. Una volta ho seguito un corso del genere all’università. Si chiamava “marketing creativo”, e ci chiedeva davvero di essere creativi. Invece di insegnarci a vendere prodotti perfetti, o quasi perfetti, invece di spiegarci come lodare il design sofisticato di un mobile o i pregi di una televisione o di un’auto sportiva – dovevamo osservare un tavolo a tre gambe, una televisione incapace di trasmettere a colori, e un’auto che non poteva raggiungere alte velocità. Nel primo istante abbiamo alzato tutti insieme un sopracciglio. Sono prodotti che si mandano al rigattiere o dal demolitore. Ma il docente non mollava. Ci chiedeva di approfondire ciascuno di quei prodotti, di immergerci nei punti in cui il difetto diventa pregio, di trovare a chi potesse adattarsi anche meglio di un prodotto normale, e poi di inventare gli slogan adatti. È stata un’esperienza che ha rivoluzionato il modo di pensare.
Altri corsi trattavano di comunicazione e pubbliche relazioni, mestieri che richiedono moltissimo trucco per mascherare difetti e figuracce, insieme a un intero corredo di matite, rossetti e fard per mettere in risalto ciò che ha un potenziale. Chi si occupa di comunicazione, pubblicità e in genere anche di marketing ci venderà la perfezione, ma a volte bisogna pensare esattamente al contrario. È vero che vogliamo che un prodotto sia perfetto, che il tavolo sia stabile, che la televisione abbia un milione di pixel e possiamo vedere il gol della nostra nazionale al Mondiale nitido come un rasoio, e che l’auto ci offra una velocità infinita, almeno sul cruscotto. Ma non è sempre così, perché neppure la realtà stessa è sempre così. Cosa significa “non sempre”? Il più delle volte essa non è perfetta, è asente, e la domanda è cosa si fa con quell’assenza che c’è nei prodotti e, in fondo, nella vita.
Il grande esperto in tema di assenza fu Rabban Yochanan ben Zakkai. 1956 anni fa, lui e i suoi contemporanei si trovarono di fronte a una rottura immensa, di fronte alla distruzione del cuore. Il cuore che faceva affluire agli ebrei e all’ebraismo l’ossigeno, il nutrimento, il legame con il trascendente. Si trovarono di fronte alla scomparsa del centro spirituale, ma anche di quello così quotidiano, quello che era il polo d’attrazione nelle feste e nelle gioie, nei ringraziamenti per le nascite e per un raccolto abbondante, e anche nei momenti di errore e di pentimento, di disgrazie e di lutti. L’incendio del Tempio, con tutto ciò che vi era legato, non lasciò a Ribaz e ai suoi discepoli un tavolo a tre gambe al posto di quattro; la loro vita divenne un tavolo di cui forse era rimasta una sola gamba.
Sono passati moltissimi anni da allora, e noi conosciamo la fine. Ma se ci immergiamo in quei giorni, ci furono momenti decisivi. Rabbi Yochanan e i suoi contemporanei dovettero affrontare domande esistenziali. Può esistere in generale un ebraismo senza il Tempio? Ha senso una nazione ebraica senza di esso? C’è un motivo e uno scopo nel tentare di risalire dagli abissi del dolore e iniziare a costruire un’infrastruttura alternativa per l’ebraismo? Tutto ciò avrebbe comportato tantissimo sforzo e discussione, e forse non sarebbe stato affatto accettato da larghe fasce del popolo. Non avrebbe dato consolazione, forse un’esistenza minima – e come l’avrebbero preservata, e quale sarebbe stata la fine?
Può darsi che Rabban Yochanan ben Zakkai pensasse che anche questa volta il Tempio sarebbe stato ricostruito entro 70-80 anni, al massimo un secolo, ma non aspettò e agì per creare norme e leggi, e per collegare uno stile di vita ebraico ad altri binari. Lui e coloro che vennero dopo di lui cercarono di preservare memoria, nostalgia e aspirazione, e al contempo di rendere possibile una vita legata a D-o anche laddove l’elemento principale mancava dal libro. In tutto questo cercarono di non perdere il battito, i principi dell’ebraismo, il nucleo. E così tutti noi, generazione dopo generazione, abbiamo potuto continuare a essere ebrei.
Il passo successivo
Fu un’opera immensa, un’impresa di una vita intera. Toccare il cuore, il fuoco, i luoghi così dolorosi e vulnerabili del popolo, e indicare come si può comunque vivere. Oggi siamo dopo duemila anni di esilio, e siamo già tornati alla Terra e al luogo del Tempio, e ci sono salite sempre più numerose al Monte del Tempio e richieste di ricostruzione del Tempio. E quella cosa che era scomparsa da noi comincia a essere discussa, studiata ed esaminata, e persino a suscitare opposizione – e questo è un bene, perché il Tempio è di nuovo nella coscienza collettiva.
Oggi si levano talvolta voci contro l’operato di Ribaz. C’è chi pensa che avrebbe dovuto sostenere gli zeloti, altri che avrebbe dovuto insistere per la conservazione del Tempio al suo posto. La verità è che nessuno sa se e come le cose avrebbero potuto andare diversamente. Ciò che è chiaro è che la via che Ribaz tracciò dopo la distruzione è quella che ci ha portati fin qui. Un popolo ebraico che non si è perso nell’esilio, che non ha dimenticato la propria terra, che possiede insegnamenti scritti e orali, che ha una spina dorsale religiosa e morale, e che si organizza per il passo successivo, che nessuno sa ancora come sarà.
Dalla guerra, le Tre Settimane sono un po’ il mio periodo. Il lutto è uno strato esistenziale, quotidiano, da cui emergono molte domande. E in questo periodo dell’anno torno indietro alla rottura più profonda nella storia del nostro popolo e cerco di estrarne le perle, i detti dei nostri Maestri, le loro intuizioni e le loro azioni su come si va avanti da qui quando il cuore viene sradicato dal suo posto. Come si guarda al nulla e all’esistente, come si sceglie di continuare a vivere e come lo si fa. E ogni volta di nuovo mi stupisco, a volte discuto, e soprattutto imparo. I nostri Maestri ci hanno insegnato non solo il ritorno e la riparazione, ma anche la vita in un mondo spezzato.
Il cammino con la rottura non appartiene solo al passato remoto e ai grandi della storia. Anche in questo stesso giorno vedo intorno a me persone che hanno trasformato il nulla in qualcosa, e sono portatrici di un messaggio. Una conoscente ferita in gioventù che ha trasformato la propria vulnerabilità in missione; una famiglia che ha perso una figlia e ha trasformato la consapevolezza del lutto civile in una causa; genitori di bambini con una sindrome rara che hanno fondato un’associazione per abbracciare persone nella loro stessa condizione. Ho intorno a me molti maestri di vita, ed essi sono riparatori del mondo e creatori dal nulla.
