Limmud in memoria di Renzo Dan Guidieri z.l.
Sukkot – I giorno
Venezia, 1550. R. Meir Katznellenbogen, il Maharam da Padova, cura un’edizione del Mishneh Torah di Maimonide e ne affida la stampa alla casa editrice Bragadin. Lo stampatore Giustinian, venuto nel frattempo a sapere dell’impresa editoriale dei concorrenti, per rivalersi del fatto che il celebre Rabbino non si era rivolto a lui, decide di pubblicare una propria edizione del Mishneh Torah a prezzo ribassato. Da Cracovia R. Moshe Isserles (il Remà) scrive un Responso (n. 10) a totale difesa del Maharam. Pur consapevole che il punto di vista halakhico potrebbe non essere recepito in pratica dal diritto non ebraico vigente, cionondimeno afferma almeno in via teorica il suo pensiero, partendo dall’assunto talmudico che in una controversia fra ebrei e non ebrei siamo autorizzati ad applicare il diritto ebraico. Su questa base egli scrive che Giustinian non ha diritto di mettere in vendita le proprie copie del Mishneh Torah finché non siano giunte a esaurimento sul mercato tutte quelle del Maharam pubblicate da Bragadin e proibisce a qualunque ebreo di acquistare l’edizione Giustinian sotto pena di scomunica. Quattro sono le argomentazioni talmudiche adoperate dal Remà:
- “Disse Rav Huna: chi risiede in un cortile ha la facoltà di collocarvi un mulino e metterlo a disposizione del pubblico a pagamento per la macinazione della farina (a meno che i coinquilini non abbiano stabilito a priori un regolamento contrario); se in un secondo momento viene un altro residente dello stesso cortile e fa altrettanto, il primo ha il diritto di impedirglielo, dicendogli: “mi tagli i viveri” (Bavà Batrà 21b). Il Remà riconosce che la Halakhah non segue questa opinione e che in generale non si può impedire la concorrenza, almeno fintanto che si tratta di residenti dello stesso cortile e non di elementi esterni. Se però il residente concorrente si colloca in una posizione tale da bloccare il varco ai clienti e impedirne di fatto l’accesso al primo imprenditore, provocandogli un danno irreparabile, questi ha il diritto di ricusare, secondo l’opinione di Rav Huna.
- “Rav Dimi di Nehardea’ portava per nave fichi secchi da vendere. L’Esilarca disse allora a Ravà: Va’ a verificare se costui è un dotto di Torah, nel qual caso gli riservi l’esclusiva del mercato (impedendo a chiunque altro di vendere i propri fichi sulla piazza finché Rav Dimi non ha venduto tutti i suoi – Bavà Batrà 22a e Rashì). Si impara per estensione dal Kohen e dal Levì: come la Torah dà a questi il diritto di esigere le decime sui primi frutti del raccolto, così è garantito al Maestro di Torah un diritto di prelazione sui guadagni che si esprime nella facoltà di vendere le proprie merci per primo. Inoltre, chi mantiene economicamente un dotto gli fornisce il modo di “meditare giorno e notte” senza che egli si debba preoccupare del proprio sostentamento.
- “’E qualora vendiate qualcosa al tuo amico o lo acquistiate dalla mano del tuo amico non defraudatevi l’uno il proprio fratello’ (Wayqrà 25,14). Da dove si evince che se vendi lo fai solo a un tuo correligionario? Dal verso che dice: ‘E qualora vendiate qualcosa al tuo amico’. E da dove si evince che se acquisti qualcosa lo fai solo dalla mano di un tuo correligionario? Dal verso che dice: ‘o lo acquistiate dalla mano del tuo amico’ (Sifrà e Rashì ad v.). Anche se il Maharam non fosse il dotto che è, troverebbe comunque prelazione in questa fonte che riguarda tutti i correligionari. Il diritto di precedenza si applica anche se ciò comporta una perdita economica dell’acquirente, che se comperasse il libro da Giustinian lo pagherebbe meno. Ciò si evince, afferma il Remà, da altre due fonti: a) “Quando presterai denaro al mio popolo” (Shemot 24,1) viene inteso a sua volta nel senso che “l’appartenente al Mio popolo ha la precedenza” sebbene ciò comporti la rinuncia alla riscossione di un’interesse, che invece sarebbe lecita se prestassimo a uno straniero (Bavà Metzi’à 79a); b) “Non mangerete alcuna carne di animale morto in modo diverso dalla Shechitah, al proselita della Tua porta la darai (in regalo) e la mangerà o la venderai allo straniero” (Devarim 14,21): i Maestri del Talmud concordano che l’opzione di donarla al Proselita della Porta (che ha accettato i Sette Precetti Noachidi) ha la precedenza sull’opzione di venderla allo straniero, sebbene ciò comporti a sua volta una rinuncia economica (Pessachim 21b. Questa argomentazione non riflette in realtà un obbligo codificato, ma una semplice raccomandazione morale: limmud mussarì – Malbim).
“Disse R. Ammi: è proibito tenere in casa un libro sacro che non sia stato riveduto e corretto per oltre trenta giorni, come è detto: “non permettere che l’iniquità dimori nelle tue tende” (Iyov 11,14; Ketubbot 19b). Il divieto non riguarda solo il Sefer Torah, ma qualsiasi libro sacro, compresi i testi di Halakhah, come appunto il Mishneh Torah di Maimonide, se contiene errori di concetto o di stampa: si vuole evitare che qualcuno, leggendo insegnamenti errati in essi contenuti, possa poi comportarsi di conseguenza e infrangere la Torah. Ne consegue che anche sotto questo profilo dobbiamo astenerci dall’acquistare l’edizione Giustinian che, non essendo stata rivista da una personalità rabbinica del calibro del Maharam, non può essere immune da errori. E se anche tutti sanno che in passato Giustinian ha contribuito notevolmente alla diffusione della Torah in Israele, per cui non ci conviene rendercelo nemico (eyvah), questa preoccupazione non vale per le iniziative commerciali, dove ciascuno è libero di schermirsi dicendo: “non acquisto un certo prodotto semplicemente perché non ne ho bisogno”. Inoltre è evidente che gli editori eseguono il lavoro per il loro tornaconto come qualsiasi altro commerciante e se anche ci perdono una volta non per questo si scoraggiano dal seguitare a pubblicare: al contrario, saranno spinti a lavorare ancora di più per compensare la perdita.
